lunedì 20 maggio 2013

Israele riconsegna terre confiscate a villaggio palestinese



Il villaggio di Burqa, in Cisgiordania

Betlemme, 20 maggio 2013, Nena News - A pochi giorni dalla commemorazione del 65esimo anniversario della Nakba palestinese, la Palestina si sveglia con una bella e rara notizia: le terre di un villaggio palestinese in Cisgiordania, occupate da una colonia israeliana, tornano ai legittimi proprietari.

Il governo israeliano, su pressione della Corte Suprema, ha revocato un ordine militare di confisca risalente al 1978 con il quale le terre del villaggio palestinese di Burqa, nel Nord della Cisgiordania, erano state consegnate nelle mani dei coloni dell'insediamento di Homesh, creato nel 1980. La colonia era stata evacuata con la forza dall'esercito israeliano nel 2005 durante lo smantellamento delle colonie nella Striscia di Gaza e di alcune in Cisgiordania, voluto dall'allora premier Ariel Sharon. Da quel momento, le terre erano rimaste vuote, ma sotto il controllo dell'esercito israeliano perché "zona militare chiusa".

A dare la notizia della restituzione è stato ieri il gruppo israeliano Yesh Din, che dal 2010 aiuta i residenti di Burka nella petizione alla Corte Suprema: "Sappiamo che l'ordine di confisca sarà cancellato - ha detto la portavoce Reut Mor - Il processo non sarà immediato, ma il governo non tornerà indietro. Dobbiamo comunque aspettare la notifica ufficiale". Fino a quel momento la bella notizia resta sulla carta, ma il fatto che il governo abbia annunciato la decisione della cancellazione dell'ordine militare alla Corte Suprema è difficilmente revocabile.

Le terre di Burqa tornano così nelle mani dei legittimi proprietari: "È comunque triste che tanti anni siano trascorsi prima che lo Stato decidesse di riconsegnare ai proprietari quanto rubato decenni fa" ha commentato l'avvocato Shlomo Zharia, che ha seguito la petizione del villaggio. Trent'anni, ma alla fine Burqa l'ha spuntata. Ma la battaglia non è finita, avverte Zharia: "Ora la nostra preoccupazione è assicurare che i proprietari delle terre siano in grado di raggiungerle senza problemi". Più volte, negli anni scorsi i coloni di Homesh hanno cercato di occupare nuovamente le terre, aggredendo la comunità palestinese. Negli ultimi decenni, l'esercito israeliano ha inoltre confiscato oltre il 35% delle terre del villaggio per "fini militari". Nena News

La relazione dell'IDF su Mohammed al-Dura potrebbe essere un boomerang di Barak Ravid


Yuval Steinitz submitting the report on the al-Dura case to Netanyahu
by Barak Ravid

Sintesi personale 
Il rapporto, intitolato "la copertura della stazione televisiva francese France di 2 sulla  vicenda di al-Dura Mohammed, i  risultati e le implicazioni", è stata consegnato   al primo ministro Benjamin Netanyahu 13 anni dopo gli avvenimenti in esso descritti  rendendo la sua presentazione oggi surreale.  In occasione della conferenza  Netanyahu ha recitato slogan come  "una campagna di delegittimazione diretta  contro Israele" e il Ministro  Yuval Steinitz, che non ha partecipato alla preparazione della relazione, ha borbottato  qualche parola su "accusa del sangue" e tutti i presenti si sono sentiti  nel giusto.  La persona che ha voluto  la commissione  e ne è diventato  anche il  presidente, è Yossi Kuperwasser. Egli era l'ufficiale dell' Israel Defense Forces GOC del  Comando Sud di  Israele e in seguito responsabile della ricerca e analisi per l'intelligence dell'IDF  . Egli è noto per le  campagne  di pubbliche relazioni contro i palestinesi. Bene o male la sua attenzione alla vicenda al-Dura è diventata  un'ossessione, che fa sospettare  che ci potrebbe essere un conflitto di interessi.Il  lavoro della commissione è  estremamente meticoloso. È dubbio che  un centinaio di persone in Israele e in tutto il mondo  abbiano   sufficientemente familiarità con tutti gli intricati dettagli dell'evento  e siano  in grado di seguire le argomentazioni contorte degli   autori del rapporto. Inoltre il documento non contiene nuovi elementi di prova che possano incidere in modo significativo sulla  versione accettata. Anche la nuova interpretazione  sembra infondata. Ad esempio, il dottor Ricardo Nachman, vice direttore del National Forensic Institute di Israele, ha determinato , basandosi  sulla scarsa qualità del  video, che Mohammed al-Dura non è stato colpito e ucciso in quell'occasione.  La perizia allegata alla relazione si legge come un articolo di un critico cinematografico e non di  un patologo. "Le scene finali  dove il ragazzo alza  la testa e le braccia,si porta   la mano sul   viso  guardando in lontananza non sono compatibili con gli ultimi istanti di vita , ma sembrano  movimenti volontari", ha scritto Nachman. "Non  bisogna  essere un esperto per vedere ciò. "  Sembra  che  il rapporto sia stato scritto  solo per Israele. Le prove e gli argomenti che sono stati presentati potrebbero convincere solo chi è  già convinto. Il comitato non ha potuto presentare alcuna "pistola fumante"  che  dimostri   che il 25enne al-Dura stia prendendo  il sole su una spiaggia di Gaza. Non ci  si avvicina nemmeno. Se  tale rapporto  preusppone  di cambiare la narrazione globalmente accettata dopo 13 anni , il tentativo è simile a cercare di rimettere il dentifricio nel tubo.  Il rapporto sembra essere  una campagna di vendetta lanciata dallo  Stato di Israele  contro un  singolo giornalista francese:  Charles Enderlin, che per primo ha riportato la morte di Mohammed al-Dura. I membri del Comitato hanno cercato di colpire  Enderlin, un Ebreo israeliano che vive qui da oltre 30 anni con tutti i problemi di Israele e del popolo ebraico.  Il comitato è andato  oltre e ha accennato alla responsabilità del Enderlin per la strage di  Tolosa. "La sua relazione ha ispirato molti terroristi e ha contribuito alla demonizzazione di Israele e  ad accrescere l'antisemitismo nei paesi musulmani e occidentali . In alcuni casi le implicazioni sono stati  mortali".

Il danno provocato  da questa relazione potrebbe essere maggiore di qualsiasi  dubbia utilità . La sua pubblicazione, accompagnata da una campagna internazionale di pubbliche relazioni,,minaccia solo di risvegliare altre problematiche  .Infatti  se la stampa internazionale riprende il rapporto, ciò potrebbe portare ad una rinnovata discussione sui bambini palestinesi feriti    durante le operazioni dell'IDF.

 Articolo

 Report on IDF shooting of Palestinian boy during intifada may cause Israel more damage than good

Publishing the report 13 years after the incident took place and accompanying it with a government PR campaign is not only surreal, but could backfire by awaking sleeping dogs.

By | May.20, 2013 | 2:28 AM | 24





AP

The report on the investigation of the Mohammed al-Dura affair is probably one of the least relevant documents written by the Israeli government in recent years.
The report, entitled "French TV station France 2's coverage of the Mohammed al-Dura affair, its results and implications", was presented to Prime Minister Benjamin Netanyahu 13 years after the events it describes took place, making its submission today surreal.
In its wake, Netanyahu recited slogans about “a campaign of de-legitimization directed against Israel” and Strategic and Intelligence Affairs Minister Yuval Steinitz, who had no part in preparing the report, muttered a few words about "blood libel", and everyone present felt very righteous.
The person who advocated for setting up the committee, who also became its chairman, was Yossi Kuperwasser,
Yossi Kuperwasser, director general of the Strategic and Intelligence Affairs Ministry, advocated for the establishment of an investigative committee and became its chairman. Kuperwasser, who was the intelligence officer at the Israel Defense Forces GOC Southern Command and later head of research and analysis for IDF intelligence, has been waging a 13-year-long public relations campaign against the Palestinians. For better or worse, his attention to the al-Dura affair became an obsession, leading to a suspicion that there might be a conflict of interest.
The result of the committee’s work was a document for the extremely meticulous. It is doubtful whether even a hundred people in Israel or worldwide are sufficiently familiar with all the intricate details of the incident to be able to follow the convoluted arguments by the report's authors. Furthermore, the document contains no new evidence that might significantly impact the accepted version. Even the new interpretation given to some of the old findings seems groundless. For example, Dr. Ricardo Nachman, deputy director of Israel’s National Forensic Institute, determined, based on viewing poor quality video footage, that Mohammed al-Dura wasn’t shot and killed in that incident.
The expert opinion attached to the report reads like an article by a movie critic and not by a pathologist. “The final scenes, in which the boy is seen raising his head and arms, bringing his hand to his face and looking into the distance are not compatible with death throes, but seem like voluntary movements," wrote Nachman. “One doesn’t need to be an expert to see that."
It seems as though the report was written for use within Israel alone. The evidence and arguments that were presented might convince the already convinced, but no more than that. The committee could not present any "smoking gun" evidence showing the 25 year old al-Dura sunbathing on a Gaza beach. Not even close. Any thought of getting such a report to change the globally accepted narrative after 13 years is akin to trying to put the toothpaste back into the tube.
The report also appears to be a campaign of revenge launched by the State of Israel against a single French journalist, Charles Enderlin, who first reported Mohammed al-Dura's death. Committee members tried to saddle Enderlin, an Israeli Jew who has been living here for over 30 years, with all of Israel's problems and those of the Jewish people.
The committee went even further and hinted at Enderlin’s responsibility for the massacre of Jewish schoolchildren in Toulouse. “His report inspired many terrorists and contributed to the demonization of Israel and to the rise of anti-Semitism in Muslim and Western countries”, wrote committee members. “In some cases, the implications were deadly”.
The damage done by this report could be greater than any doubtful utility. Its publication, accompanied by an international public relations campaign only threatens to awaken sleeping dogs, for if the international press picks up on the report, it could lead to a renewed discussion on Palestinian children getting hurt during IDF operations. 

Allegati 

Gideon Levy :il caso di Mohammed al-Dura e gli altri bambini palestinesi uccisi 

101: How to make a martyr, from al-Durrah to Abu Rahmah

Rafi Walden (haaretz) : Il caso di Mohammed al-Dura. Israele non strusciare sale sulla ferita

 

Come si dice Nakba in ebraico? Riflessioni sulla didattica degli ebrei in Israele circa la Nakba

Come dovrebbe essere trattato il tema del diritto al ritorno dei palestinesi nel sistema educativo israeliano? Come dovrebbe essere affrontato questo discorso, quando la realtà in Israele è che l'argomento è Tabu "noi non ne parliamo"? Come possiamo avviare una conversazione, convincere la gente ad ascoltare e superare le obiezioni?
Le risposte israeliane verso l'idea del diritto al ritorno sono quasi sempre legate con dichiarazioni incendiarie che accrescono i timori degli ebrei israeliani che per un altra volta essi saranno vittime. Essi uniscono il timore di potenziali ritorsioni future con il rifiuto di accettare la responsabilità dell'ingiusto trattamento di Israele nei confronti dei palestinesi, in passato come oggi.
Il risultato è che oggi, nessuna discussione seria sulla Nakba o sul diritto al ritorno dei palestinesi ha luogo in Israele. Gli ebrei in Israele che desiderano far parte della soluzione del conflitto e voglioni vivere in una società egualitaria devono iniziar a prendere parte a tale discussione. Sollevare la questione nel sistema educativo è essenziale per stimolare il dibattito pubblico.
Zochrot, il cui obiettivo è di aumentare la consapevolezza degli israeliani sulla Nakba e il diritto al ritorno, ha preparato dei materiali didattici che si concentrano su questi due temi e sono rivolti gli ebrei israeliani. Recentemente, abbiamo pubblicato un manuale di apprendimento che s'intitola: Come si dice Nakba in ebraico? Che verrà utilizzato nel sistema scolastico israeliano sia per coloro che fanno parte del sistema d'istruzione informale. Questo pacchetto di apprendimento, contiene la prima serie di piani di lezioni e di risorse didattiche per l'insegnamento sulla Nakba in ebraico.
 
Questo non è un argomento del quale se ne parla: il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi
Le lezioni hanno come scopo di suscitare domande sul senso del ritorno, sia per i palestinesi e che per gli israeliani. La lezione si apre fornendo informazioni sui profughi palestinesi, in che modo, a causa di quali mani sono diventati rifugiati e quale è la loro situazione oggi. Si prosegue la lezione discutendo la decisione di Israele di rifiutare di consentire il ritorno dei rifugiati durante la guerra e come praticamente glilo impedisce, così come si discute il riconoscimento internazionale del diritto al ritorno, come espresso nella risoluzione 194 dell'ONU. La seconda parte della lezione considera il significato del ritorno per i palestinesi, con una mostra fotografica di giovani palestinesi dal progetto "Sogni di Casa" creati dal Centro Lajee del campo profughi di Aida, Betlemme.
Si prosegue con le dichiarazioni, dal manuale d'informazione di BADIL, circa il diritto al ritorno. La lezione si conclude con l'apertura di un dibattito attraverso le domande: Cosa significa il diritto al ritorno per noi ebrei in Israele? Che cosa ci succede quando sentiamo parlare del diritto al ritorno? Ci influenza il fatto che molti di noi non riconoscono il diritto al ritorno e non sono nemmeno disposti a discuterne?
Il manuale informativo è rivolto a quelle scuole, dove la maggior parte sono ebrei-israeliani, dove regna il discorso Sionista, e prevalentemente è rivolto agli educatori nelle scuole non formali e nei sistemi scolastici informali, anche nei college, nelle università e negli istituti di formazione degli insegnanti.
Il pacchetto di apprendimento, si rivolge agli studenti dai quindici anni in su, e contiene lezioni, attività e risorse per imparare a conoscere la Nakba da diverse prospettive, inoltre affronta una serie di argomenti ed impiega una varietà di metodi educativi.
Esso comprende delle unità che si basano su testi letterari, opere d'arte, materiali storici, film, e una varietà di altri mezzi di comunicazione, e permette agli insegnanti e agli studenti di avvicinarsi al tema in maniera modulare, in base alle proprie prospettive politiche, emotive e sociali. Ogni unità all'interno del pacchetto di apprendimento puo' essere appresa da sola o usata in combinazione ad altre unità, questo sistema incoraggia diversi processi di apprendimento. Per esempio, il pacchetto di apprendimento si apre facendo riferimento alla situazione personale dello studente, riferendosi a ciò che sanno su dove vivono, su se stessi, le loro famiglie, la società in cui vivono e la loro famigliarità con la storia. Si passa poi ad ulteriori discussioni generali sulla Nakba. Un altro sentiero nel pacchetto, esamina in primo luogo il passato, dopodiche la realtà di oggi, e si conclude considerando futuri possibili.
Il pacchetto di apprendimento, si basa sui principi della pedagogia critica, e li collega al punto di vista politico di Zochrot. Secondo la tradizione consolidata di Paulo Freire, la pedagogia critica è imparare implicando un impegno, rilevanza e una chiamata ad agire. Si presuppone che l'apprendimento dipende dal contesto, sulla propria posizione e sulla propria società, quindi per poter apprendere la Nakba, l'apprendimento deve essere diverso per ebrei-israeliani e per i palestinesi. L'approccio pedagogico critico ci permette di intraprendere un processo di cambiamento educativo, senza tirare di colpo il tappeto da sotto ai piedi degli studenti. Come parte del processo critico, gli studenti affrontano la loro resistenza a smantellare la narrazione sionista, e rivedono le proprie idee e le loro assunzioni, e tentano anche di cambiarle.
Si tratta di una procedura educativo che impartisce conoscenze e simultaneamente comporta un processo politico-emotivo di rielaborazione delle nuove informazioni così quelle vecchie. Per gli ebrei in Israele, conoscere la Nakba significa creare non solo nuove conoscenze, ma anche la comprensione, e, a volte la scoperta, che molte informazioni circa il proprio passato sono state deliberatamente nascoste da loro. Questa conoscenza dà forma alle ipotesi fondamentali, collettive e individuali , che sono basate su una prospettiva Sionista/Nazionalista.
Quindi imparare a conoscere la Nakba, non è solo per guadagnare della conoscenza, ma è anche un processo che solleva questioni fondamentali circa l'identità israeliana e lo Stato ebraico che devono essere affrontate e trattate emotivamente e politicamente.
 
Tours ed inserimento di segnaletiche
Zochrot organizza visite nei siti dei villaggi palestinesi distrutti nel 1948, la cui esistenza è sconosciuta a molte persone in Israele. Le escursioni invitano il pubblico a ri-incontrare il paesaggio con occhi nuovi, ripercorrendo i sentieri del villaggio distrutto e per sentire le storie raccontate dai rifugiati e studiosi. Durante le escursioni mettiamo delle segnaletiche sia in ebraico che in arabo per dare indicazioni sui villaggi e distribuiamo opuscoli contenenti delle ricerche sul villaggio, testimonianze, fotografie e mappe. I libretti di Zochrot (in arabo ed ebraico) sono tutti disponibili sul sito web di Zochrot. L'unità sette del pacchetto di apprendimento offre diversi metodi pedagogici per l'elaborazione dei tour con gli studenti.
Nel preparare il pacchetto di apprendimento, la seguente questione è stata sollevata: Come possiamo creare un processo educativo che si immedesimi con gli studenti, ma che eviti di assecondare le loro ipotesi sioniste profondamente radicate? L'empatia è ciò che rende questo metodo possibile in quanto sta alla base del processo educativo. L'empatia, la comprensione, e la sensibilizzazione degli studenti ebrei e Israeliani sono tutti parte del processo educativo, assieme alla sfida di contestare gli assunti base del sionismo - facendo domande, fornendo informazioni, raccontando storie sconosciute, decostruendo le assunzioni non dette del razzismo, del colonialismo, dell'europeizzazione e così via. Gli studenti a cui è stato insegnato della Nakba tramite il pacchetto di apprendimento affermano che, oltre a ciò che hanno imparato sulla Nakba e sui rifugiati palestinesi oggi, molte sono le questioni che sono state sollevate e che hanno messo in discussione la loro visione dei concetti del mondo: Che cosa è la storia e che cosa è la verità? Chi scrive la storia? Perché si tende a prestare attenzione e a credere nella storia scritta, piuttosto che a quella orale? In che modo il concetto di "narrazione" serve la parte più forte, quello cui detiene il potere? Una volta aver appreso sulla Nakba, quali obblighi c'impone?
Noa Sandbank-Rahat, un membro di un gruppo di educatori israeliani che hanno imparato sulla Nakba tramite Zochrot, e fa parte del gruppo che vuole sviluppare il pacchetto di apprendimento, ha dichiarato:
...sono venuta a Zochrot con grande difficoltà e ansia, per la prospettiva di tornare nel passato al 1967, di raggiungere l' "Anno zero" - 1948 – e dire la parola "Nakba" in ebraico. Infatti io mi sentivo minacciata, impotente e con vari sensi di colpa...sono venuta a contatto con la Nakba, con un gruppo di altri educatori. Studiare con quel gruppo mi ha permesso di iniziare un viaggio che è iniziato con gli occhi. Guardando innanzitutto, al processo di dimenticare, all'interno di quella zona d'ombra nella memoria. Guardando a quell'ombra mi ha permesso di riconoscere l'esistenza della memoria stessa. E poi, molto lentamente, come un archeologo che accarezza con il suo pennello ogni scoperta che emerge dalla sabbia, ho potuto iniziare a toccare quel posto, sfiorando la Nakba...con mia grande sorpresa, il processo di ricerca mi ha liberato da quelle paure e da quel senso d'impotenza. Imparare a conoscere la Nakba come parte di un gruppo mi ha permesso di essere in due posti contemporaneamente - quello in cui ho pianto per ciò che era accaduto, piangere la Nakba che ci circonda, quello che ha fatto a me e a tutti noi, e l'altro in cui cerco i modi per rimediare, per cambiare e trovare soluzioni in modo da creare un presente diverso e un futuro diverso. Invece di essere paralizzato dal senso di colpa, il mio senso di responsabilità ora mi motiva ad agire...”
 
Quindi - come possiamo sviluppare un programma educativo sulla Nakba per gli ebrei israeliani?
Questa è la domanda che è a capo dell'unità nel pacchetto che ha a che fare con il diritto al ritorno, l'unità intitolata: "Questo non è qualcosa di cui noi parliamo: Il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi". La lezione combina due domande principali: che cosa è il diritto al ritorno per i palestinesi? Che cosa significa per noi il diritto al ritorno dei profughi palestinesi in quanto ebrei in Israele?
 
La Mappa delle attività
In questa attività, i partecipanti ricreano una mappa su larga scala di tutte le località palestinesi distrutte durante la Nakba. La mappa è in realtà una griglia, fatta di nastro adesivo o una corda che si correla alle reali linee di longitudine e latitudine della mappa di Israele / Palestina.
Durante l'attività, i partecipanti "riconsegnano" delle singole schede che rappresentano ogni villaggio, nella loro corretta posizione sulla mappa in base al numero di longitudine e latitudine stampato sulla carta. I partecipanti possono anche personalizzare le proprie carte o decorare la mappa con il gesso, pietre colorate, adesivi, nastri ... Ad un microfono aperto, i partecipanti possono esprimere il loro legame personale con il villaggio o per la comunità che vi si è allocata in quel sito. Istruzioni per costruire la mappa sono disponibili all'indirizzo: http://www.zochrot.org/index.php?id=556
Nel workshop dove è stato presentato il pacchetto di apprendimento, la discussione si è concentrata sulle seguenti domande: Cosa succede a noi quando sentiamo parlare del diritto al ritorno? Come siamo colpiti dal fatto che molti di noi non riconoscono il diritto al ritorno e non sono nemmeno disposti a discuterne? Essa ha sollevato quel genere di paure e apprensioni di cui ho parlato in precedenza, e ha fornito la sede per esprimerle. Ma ne è anche uscita fuori quella sensazione di impotenza di fronte a una questione così complessa e fondamentale - che la possibilità di una soluzione è più debole e meno probabile che mai.
Tale impotenza è accompagnata da una paura di sollevare la questione di fronte agli studenti, di essere etichettato come un uomo di sinistra, un "amante degli arabi", così come una preoccupazione pedagogica, di lasciare gli studenti israeliani con sentimenti di colpa e di ingiustizia. Ma queste sono esattamente le questioni che devono essere affrontate al fine di giungere ad una soluzione e la riconciliazione. I sensi di colpa non devono essere un paralizzante, possono portare ad accettare la responsabilità e l'azione per il cambiamento.
La domanda: "Che cosa significa il diritto al ritorno per noi ebrei israeliani?" ci permette di condurre un dibattito finalizzato alla costruzione di una realtà diversa. Una realtà di cooperazione, quello in cui gli ebrei israeliani sono consapevoli e accettano la responsabilità per le sofferenze dei palestinesi, ma che facciano anche parte di quei meccanismi di sviluppo per la giustizia e la riconciliazione. Parlando del diritto al ritorno ci permette di vedere le possibili soluzioni al conflitto, piuttosto che lasciarlo continuare. Abbiamo preso come esempio di giustizia transnazionale la metodologia della Commissione Sudafricana per la Verità e la Riconciliazione.
Imparare a conoscere gli altri conflitti nel mondo ci dà l'opportunità di vedere che esistono molti modi per affrontare e risolvere i conflitti violenti. Le soluzioni non sono perfette, ma l'apprendimento su di loro può farci pensare e pianificare soluzioni e strutture politiche che santificano gli ebrei come l'unica nazione cui ha diritto a possedere diritti.
 
Paesaggi di case
Che cosa vediamo quando guardiamo un paesaggio? e Che cosa non vediamo?
Unità 2 dal pacchetto di apprendimento: "Come dire Nakba in ebraico" (disponibile sul sito di Zochrot)
Questa lezione si propone di fornire agli ebrei in Israele, un punto di partenza per conoscere la Nakba.
In questa lezione, guardiamo le immagini di vari luoghi in Israele, che sono ben conosciuti per gli israeliani, in cui si trovano resti delle località palestinesi distrutte nel 1948. Usiamo le fotografie per guardare degli ambienti familiari ma con occhi nuovi, e si cerca di riconoscere le tracce della Nakba in quel paesaggio e di cercare di apprendere come Israele ha lavorato per cancellare le prove del patrimonio e della Nakba palestinese.
Riconoscere nelle periferie israeliane quello che rimane delle vite palestinesi, espone le pratiche isareliane utilizzate per cancellare la Nakba palestinese dal paesaggio israeliano. Queste pratiche di cancellazione compaiono ripetutamente in vari siti in tutto il paese. Abbiamo riscontrato che queste pratiche di cancellazione possono essere identificate e raggruppate in diverse "categorie". Esaminando un esempio per ciascuna categoria, si può spiegare ai partecipanti circa la categoria nel suo complesso, ma anche circa una precisa categoria di cancellazione. Mettendo in pratica i metodi pedagogici "lettura e fotografie" siamo in grado di sviluppare un nuovo modo di esaminare ciò che ci circonda, un modo che include anche vedere la Nakba.
Insegnare agli ebrei in Israele circa la Nakba ci educa per il futuro. Mette in discussione il nucleo narrativo sionista, e mira a creare e incoraggiare il pensiero su prospettive civiche. Esso riesamina gli assunti fondamentali della educazione nazionalista sionista. Per gli ebrei israeliani, imparare la storia della Nakba sfida la base della loro identità collettiva, fratturandosi cosi sempre di piu'. Gli ebrei in Israele sono obbligati a cercare, e ricerca, ed esaminare la nostra stessa storia. Questo apprendimento costituisce per noi un potenziale per svolgere un ruolo attivo nella lotta per creare un futuro di riconciliazione e di stabilire relazioni tra ebrei e palestinesi sulla base di accettazione della responsabilità, del riconoscimento e del rispetto. Imparare a conoscere la Nakba, coinvolge non solo scoprire l'ingiustizia e sapere che i palestinesi hanno sofferto per mano di Israele, ma anche imparare a conoscere gli aspetti della storia degli ebrei in Israele che sono stati azzittiti.

domenica 19 maggio 2013

Siria :Le lacrime del piccolo venditore di ciambelle


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Il bambino nella foto è un piccolo siriano profugo in Turchia, che  aiuta se stesso e la sua famiglia vendendo ciambelle.
Dolcetti tipici, che nella tradizione vengono commercializzati su carretti che si fermano agli angoli delle strade. Il piccolo non ha un carretto, ma appoggia la sua merce su dei teli puliti, che adagia su un marciapiede. Non ha più una casa, non ha più una scuola, non ha più la spensieratezza e la gioia tipica della sua età; la repressione gli ha portato via tutto, gli ha sconvolto la vita. Ma il piccolo venditore di ciambelle non si arrende e per aiutare la famiglia accetta di mettersi in gioco, di fare il venditore. La gente passa, si ferma, compra la quantità che vuole e se ne va. Ad ogni vendita il bambino sorride: in tasca entrano pochi soldi, ma saranno utili alla sua famiglia. Da quelle ciambelle dipende in parte la serenità sua, di sua madre e dei suoi fratellini. Il giorno in cui è stata scattata la foto il venditore di ciambelle era in lacrime: il maltempo ha rovesciato la sua merce, che è caduta a terra sporcandosi, diventando invendibile. Un passante lo aiuta a raccogliere i dolci, mentre le lacrime scivolano sul suo viso.
Un piccolo costretto a diventare uomo prima del tempo, che sente sulle sue fragili spalle il peso della responsabilità di una famiglia. Sembra un racconto del secolo scorso, del secolo delle guerre mondiali. Invece è un racconto di oggi, la storia di un bambino siriano profugo fuggito ai bombardamenti con la sua famiglia, che anche da profugo lotta per sopravvivere.
Vorremmo questo per i nostri figli? Lo accetteremmo impassibili?

Israele è il più grande esportatore al mondo di droni

 
 Sintesi personale
Israele è il più grande esportatore al mondo di velivoli senza pilota. Nel corso degli ultimi otto anni  ha esportato  droni per un valore di  4,6 miliardi dollari  in base a uno studio condotto dalla società di consulenza Frost & Sullivane . I droni costituiscono il 10 per cento del totale delle esportazioni.  militari . Nel   2010 il  guadagno è stato di 979 milioni dollari. Importante  è stato l'  accordo firmato con l'India per l'aggiornamento dei velivoli senza pilota.
Israele è considerata una potenza nel campo dei velivoli senza pilota, principalmente per gli  imponenti squadroni di UAV delle  forze aeree '. Questi includono  Eitan   con una apertura alare di 26 metri,  la Hermes 450, che secondo i rapporti esteri può   effettuare omicidi mirati dal cielo.Poco più della metà degli UAV, dal 2005 al 2012 ,sono stati venduti all''Europa. Esiste  un progetto congiunto tra  Elbit Systems Israele e la francese multinazionale Thales.
I droni sono stati venduti anche in Germania,  Gran Bretagna ,Polonia, Paesi Bassi e Spagna.Un terzo delle esportazioni  ,dal 2005 al 2012 .sono stati destinati  all' Asia-  tra questi   : l'Azerbaigian e l'India. Circa l'11 per cento delle vendite all'estero, per un totale di 508 milioni dollari, provengono   dal  Sud America.  Gli Stati Uniti rappresentano il  3,9 per cento  delle esportazioni di Israele  I clienti in Africa, tra cui l'Uganda, Etiopia e Nigeria, hanno rappresentato 1,5 per cento delle esportazioni dei droni  per circa  69 milioni dollari.Non tutte le esportazioni di UAV sono destinati  ad uso militare, secondo il rapporto, ma sono utilizzate  per la sicurezza interna  o per le aree urbane.Si presume che le esportazioni  militari complessive cresceranno  nei prossimi anni, in quanto le imprese israeliane continuano a firmare nuovi ordini con i clienti stranieriVelivoli senza pilota di Israele sono nel frattempo stati aggressivamente commercializzati   nei mercati   dove la domanda è in  crescita, come l'Africa, la regione Asia-Pacifico e l' America del Sud.
 Israel is the world's largest exporter of unmanned aircraft, in terms of the number of systems sold, a study has found.

Over the last eight years Israel has exported $4.6 billion worth of unmanned aerial vehicles, according to a study by the business consulting firm Frost & Sullivan.

UAVs, or drones, constitute nearly 10 percent of Israel's total military exports.

Unmanned equipment exports are a relatively volatile market, the report shows.

Israel had $150 million in UAV exports in 2008, a figure which increased substantially in 2009 to $650 million. Exports of the small surveillance planes peaked in 2010, a record year for drone sales, to $979 million.

Sales since dropped off: In 2011, exports of UAVs slumped to $627 million, and in 2012 they declined further to $260 million.

Frost & Sullivan notes that this last figure does not factor in a major deal signed with India for the upgrade of unmanned aircraft. If that deal were to be included, it would boost the average annual export figures in the sector by about $100 million.

Israel's average overall military exports over the past eight years have been about $6.1 billion a year. UAVs constituted about $578 million of that figure.

Israel is considered a powerhouse in the field of unmanned aircraft, primarily due to the Israel Air Forces' impressive squadrons of UAVs. These include the Eitan, which boasts a wingspan of up to 26 meters; and the Hermes 450, which according to foreign reports can be armed to carry out targeted killings from the air.

Just over half of Israel's UAV exports from 2005 through 2012 were to Europe, according to the report, with a particularly large number of aircraft supplied to Britain's Watchkeeper UAV program, a joint project of Israel's Elbit Systems and the French multinational firm Thales. Watchkeeper aircraft are based on Elbit's Hermes 450 UAV.

Drones were also sold to Germany, Poland, the Netherlands and Spain.

A third of the exports from 2005 to 2012 were destined for the Asia-Pacific region, including Azerbaijan and India. About 11 percent of the foreign sales, totaling $508 million, were to customers in South America.

The United States accounted for a mere 3.9 percent of Israel's UAV export sales from 2005 to 2012.

Customers in Africa, including Uganda, Ethiopia and Nigeria, represented 1.5 percent of drone exports, about $69 million.

Not all UAV exports were intended for military use, according to the report. Some equipment was reportedly sold for domestic security and for use in urban areas.

Israel's overall military exports are expected to grow in the next few years as Israeli firms continue to sign new orders with foreign customers, says Eran Flumin, who heads Frost & Sullivan's Israel operations.

Israel's unmanned aircraft are meanwhile being aggressively marketed in markets where demand in growing, such as Africa, the Asia-Pacific region and South America, he said. 


Allegati

Israele, per capo intelligence è una potenza cybermilitare

Israele vara il drone più grande del mondo e blocca la vendita di missili russi a Teheran

Israele lancia satellite spia Ofek-9

Aerei F-35 da combattimento in viaggio verso Israele

Isabelle Saint-Mézard INDIA, AFFARI DISCRETI CON ISRAELE . Video

FALAFEL CAFÈ (blog) INCHIESTA : la Global Cst israeliana

Luca Galassi : Israele, le armi tedesche

ISRAELE E LE ESPORTAZIONE DI ARMI : 7,2 MILIARDI DI DOLLARI

 

Israele in Africa e il traffico di armi

Israele: E’ solo un ragazzo di 21 anni


 




Giornata della resistenza. Liberazione d’Italia. Resistenza contro il fascismo. Oggi resistenza contro l’occupazione mentale, gli strumenti di propaganda, i metodi manipolatori per sedare gli spiriti, acquietare gli animi.
Sono in Israele, in un kibbutz al confine con Gaza, a solo 400 m di distanza dall’inferno. Qui è tutto calmo (anche se solo tre giorni dopo hanno bombardato in tre differenti punti della striscia), quieto e silenzioso.
Alcuni lo definiscono ‘noioso’, io solo apparentemente pacifico. Eppure qui la gente ha paura. Ogni casa possiede un mini-bunker, in cui rifugiarsi in caso di attacco. Solo sette secondi di tempo per mettersi al riparo dai Qassam. I bambini sono traumatizzati, i genitori temono per le loro vite. Gaza è solo a un lancio di missile, al di là della fance elettrica, dove ci sono “very beautiful beaches”.
Abbiamo avuto l’opportunità di parlare con alcuni soldati: erano simpatici, ospitali, accoglienti, felici di poter parlare con due giovani europei liberi dal servizio di leva, estranei alla noiosa quotidianità del kibbutz. Mi chiedo se avrebbero reagito allo stesso modo se avessero saputo chi siamo, cosa facciamo e perché siamo in questa terra. Abbiamo chiacchierato a lungo, alternando siparietti simpatici a curiosità interessata, domande specifiche sulla loro vita, sul conflitto, sull’essere soldati alla loro età. Solo uno di loro parlava inglese, un simpatico chiacchierone che come molti 21enni pensa di aver già capito tutto del mondo e della vita. Non è un ragazzo ingenuo, ottuso o arrogante, ‘è solo un ragazzo di 21 anni’. Quanta verità in questa semplice e apparentemente banale considerazione. Non c’è nient’altro da capire. Non è una persona cattiva e malvagia, sebbene avesse partecipato all’ultimo attacco su Gaza e sia convinto che i civili palestinesi siano morti perché Hamas li ha usati come scudo. Non è un mostro. Forse è solo un figlio della banalità del male. Non è neanche un manichino, manovrato da potenti politici e generali israeliani. E’ solo un essere umano. Lati buoni di luce e cattivi di buio lo rendono tale, come tutti. ‘E’ solo un ragazzo di 21 anni’. Un giovane israeliano che come molti altri blocca la sua vita per tre lunghi anni, mettendosi al servizio del suo Paese, eseguendo ordini cui non pensa, la congela in attesa della libertà. Gli chiediamo perché lo faccia e con molta ingenuità lui ci risponde: “I have to”, perché altrimenti che fine farebbe Israele? perché non c’è altra scelta (o almeno lui non la conosce). Vive bramando la libertà, che scambia per sballo. Perché fare il soldato “is a shit, but I have to”. Immagina la sua libertà come un viaggio in Thailandia e in India, dove sopprimerà i suoi ricordi sotto l’effetto allucinogeno di ciò che lui chiama “Hoffman”, lsd, trip, cartoni. E poi aggiunge: “I tell you why: because we have to”.
Poi parla dei palestinesi, dice che non li odia, ma che Hamas è pericoloso e Israele cerca solo di sconfiggere i terroristi. “We are good”- dice. Quando Alex prova a contraddirlo lui subito ribatte: “it’s not your conflict”.
E’ vero, non è nostro, non possiamo capire, non possiamo nemmeno immaginare come possa sentirsi e cosa possa provare un ragazzo di soli 18 anni costretto a congelare la sua vita per due o tre anni, convinto di doverlo fare perché ‘they have to’, anche se odia i coloni, pazzi e pericolosi tanto quanto i terroristi di Hamas. Non possiamo capire cosa significhi riporre le proprie speranze di libertà in un viaggio allucinogeno per sopprimere i ricordi, rimuovere i traumi. E mi sento colpevole per tutte le volte che li ho giudicati, chiedendo perché non rifiutassero e perché giustificassero le loro azioni dietro lo scudo dell’eseguire ordini. E allora ripenso ai miei 18 anni, quando dovevo solo decidere che cosa studiare e dove, quale città potesse rispecchiare i miei sogni di libertà quale potesse offrirmi più alcol e balotta col minor sforzo possibile. Quali erano le mie consapevolezze? Non ne avevo neanche su me stessa, come ho potuto pretendere che loro ne avessero su un conflitto in cui sono nati e cresciuti ascoltando sempre e solo un’unica voce? Sono solo dei bambini quando li buttano in mezzo, quando dicono loro che nell’esercito troveranno degli amici, qualcuno cui affidarsi. E di nuovo ripenso ai miei 18 anni, ai tre anni vissuti a Bologna dove la quotidiana scelta più ardua era se andare a lezione o poltrire, se ubriacarsi o rimanere a casa. Loro invece si ritrovano in mezzo a basi militari, con poche opportunità di scelta, ai pericolosissimi confini con il mondo arabo (lo chiamano ancora così, è impressionante!), dotati di un’arma e un pensiero fisso in testa: avere la responsabilità della sicurezza del proprio Paese. Pensaci bene e rileggi lentamente: a soli 18 anni si ritrovano a portare sulle loro fragili spalle il peso della responsabilità di un conflitto indesiderato e la conseguente salvezza del loro Paese. Io invece solo la responsabilità di studiare, laurearmi in tempo e fingere di condurre una vita tranquilla, senza alcol, sesso e droghe. Banalmente avevo solo la responsabilità di tornare salva a casa di notte dopo una sbronza.
E continuo a ripetermi che è solo un essere umano, ‘solo un ragazzo di 21 anni’ cui hanno rubato un pezzo di gioventù lungo tre anni. E provo dolore per la sua inconsapevolezza. Ma non lo giudico. Mi rendo conto solo di essere privilegiata, perché nessuno mi obbliga a percorrere strade indesiderate, perché la sua situazione e quella del suo paese si dispiega chiara ai miei occhi, perché la mia sofferenza è frutto della mia consapevole volontà di sapere e di vedere.
La serata si conclude con una semi dichiarazione di quello che facciamo. Gli spieghiamo che siamo lì per raccogliere storie israeliane sul conflitto, per conoscere anche la loro versione, dopo aver raccolto e ascoltato numerose volte quelle dei palestinesi. Lui ci chiede: “Who do you believe the most?”. Io provo ad essere diplomatica e dico che non c’è una verità. Ma lui mi stupisce aggiungendo: “If I talked to a common arab who suffers for the conflict, I would believe him, you know why? because he didn’t choose it”.
Un seme è stato buttato, sperando che le piogge naturali lo facciano crescere e fiorire, nonostante gli agenti chimici che lo avveleneranno in Thailandia.
Io intanto realizzo che un’occupazione ben più insidiosa e intima mina l’esistenza dei comuni israeliani, vittime e contemporaneamente carnefici del conflitto, non perché banali, ma solo perché esseri umani. Così resisto all’occupazione che tenta di insidiare anche la mia mente, sotto forma di pregiudizi, odio, presunzione, rassegnazione e indifferenza.
Angela

E’ solo un ragazzo di 21 anni

ISRAELE, T-SHIRT ANTI ARABE AL PICNIC



Foto: ISRAELE, T-SHIRT ANTI ARABE AL PICNIC
http://nena-news.globalist.it/

Una foto di Ma'an news mostra le t-shirt indossate da un gruppo di giovani israeliani e di famiglie del movimento religioso Ezra durante un picnic tenuto pochi giorni fa in un parco a Nord di Israele.
"Bruciare gli arabi per educazione", e' scritto sulla maglietta. Il quotidiano israeliano Maariv riporta anche lo slogan di un altra maglietta, "Morte agli arabi".ISRAELE, T-SHIRT ANTI ARABE AL PICNIC
http://nena-news.globalist.it/

Una foto di Ma'an news mostra le t-shirt indossate da un gruppo di giovani israeliani e di famiglie del movimento religioso Ezra durante un picnic tenuto pochi giorni fa in un parco a Nord di Israele.
"Bruciare gli arabi per educazione", e' scritto sulla maglietta. Il quotidiano israeliano Maariv riporta anche lo slogan di un altra maglietta, "Morte agli arabi".

Le tante verità su Reyhanli


 Foto Reuters

di Francesca La Bella
Articolo
Roma, 18 maggio 2013, Nena News - 11 maggio 2013, ore 14 circa, Reyhanly, cittadina turca al confine con la Siria: due autobombe esplodono nella centralissima Ataturk Boulevard provocando circa 50 morti e più di 100 feriti. Questa la sintetica descrizione di un evento che, lungi dall'essere un mero fatto di cronaca, rischia di diventare fattore scatenante di una nuova turbolenza per la Turchia e per l'area nel suo complesso.

L'evento ha, infatti, reso palese una situazione di instabilità latente da molti mesi nel Paese e le conseguenze di questo singolo avvenimento potrebbero essere di significativa importanza per la tenuta del Governo di Ankara. In questo senso non stupisce l'immediata reazione dell'establishment turco che, per bocca del Ministro degli esteri Ahmet Davutoglu, si è affrettato ad indicare nel Governo siriano il mandante e nel THKP/C (Fronte Popolare di liberazione della Turchia) e nella sua frangia più estrema Acilciler (Urgentisti), gli autori materiali della strage.Secondo questa versione, l'azione, pagata dagli ambienti siriani fedeli a Bashar Al Assad, sarebbe stata perpetrata da membri del piccolo partito di ispirazione marxista per destabilizzare le provincie di confine e indurre ritorsioni delle popolazioni locali contro i profughi siriani presenti sul territorio. Le possibili azioni di questo gruppo nella provincia di Hatay, dove Reyhanli si trova, erano già state prese in considerazione a settembre dell'anno passato. In un articolo di approfondimento di uno dei maggiori quotidiani turchi sui legami tra Siria, Iran e THKP/C veniva, a tal proposito, sottolineato come una azione coordinata di potenze straniere e partiti rivoluzionari locali avrebbe potuto avere un impatto molto forte in un'area che, oltre ad avere un'altissima presenza di profughi siriani (circa 40000 nella sola Reyhanli), vede la presenza di minoranze etniche e religiose (Alawiti ed Aleviti) non prive di motivi di attrito con il Governo centrale.

La versione di Ankara non è, però, condivisa dagli altri attori. Damasco ha negato ogni responsabilità nell'attentato, proponendo una commissione di inchiesta congiunta per far luce sui fatti. Commissione che è stata categoricamente rifiutata dal Presidente turco Recep Tayyip Erdogan in quanto il Governo siriano non viene ritenuto legittimo. Mihrac Ural, figura di spicco di Acilciler, accusato anche della strage di Banias nel nord della Siria, avrebbe affermato la propria estraneità ai fatti, dichiarando che Acilciler non esiste più e che i responsabili devono essere ricercati tra coloro che vorrebbero indurre un intervento turco ed internazionale in Siria, Israele in primis.Ci sono, infine, le prese di posizione delle diverse componenti della società turca. Alcuni parlamentari dell'opposizione, come Levent Tüzel del BDP (Partito Curdo per la Pace e la Democrazia) o Hasan Akgöl del CHP (Partito Popolare Repubblicano), hanno affermato che la responsabilità è da imputare all'Esercito Libero Siriano che, attraverso l'attacco, cercherebbe di indurre un cambio di strategia del Governo turco in senso interventista.

Secondo questa versione l'attentato, avvenuto pochi giorni prima della visita di Erdogan negli Stati Uniti, avrebbe potuto essere di stimolo per una presa di posizione più dura delle forze internazionali contro Assad. Bisogna sicuramente sottolineare anche che in molte aree della Turchia e, in particolar modo, nella provincia di Hatay, ad Istambul e nella capitale si è assistito ad importanti manifestazioni di protesta contro le politiche del Governo rispetto alla questione siriana.e ad Reyhanli il dissenso è sfociato in moti violenti contro parte dei siriani presenti sul territorio, ad Ankara ed Istambul sono stati gli studenti a scendere in piazza e a chiedere le dimissioni del Ministro degli Esteri Davutoglu per le scelte degli ultimi mesi a favore dei ribelli siriani. La situazione è, dunque, particolarmente delicata. In primo luogo, l'attentato, per quanto il Governo turco abbia categoricamente negato la possibilità di un suo intervento diretto in terra siriana, potrebbe portare ad un ulteriore irrigidimento dei rapporti tra i due Paesi e ad una richiesta di innalzamento del livello di attenzione-azione delle potenze internazionali.

In seconda battuta la crisi siriana rischia di tracimare in Turchia con effetti difficilmente prevedibili dal punto di vista dei rapporti tra popolazioni locali e profughi siriani. L'eterogeneità delle etnie presenti in quest'area di confine connessa con la presenza di retroguardie armate dell'ESL e di altri gruppi di opposizione al governo Assad come i Jihadisti di AlNusra potrebbe, infatti, portare ad un inasprimento delle tensioni con conseguente estensione della crisi siriana al territorio turco e balcanizzazione dell'area. Nena News

Made in Britain : responsabilità britannica e Nakba

Ammon News
14.05.2013
http://en.ammonnews.net/article.aspx?articleNO=21002&title=Made+in+Britain#.UZTpLoLF_Jl 

Made in BritainMade in Britain
1° maggio. In piedi, sotto il sole di Londra, di fronte al Ministero degli Esteri sono stato percorso da un tremito al ricordo della strage di Ein El Zeytoun di 65 anni fa. 
di Jafar M. Ramini
A quell’epoca, Ein El Zeytoun, come Deir Yassin, e molti altri villaggi e città palestinesi, vennero spazzati via dalla faccia della terra. L’intera popolazione venne massacrata da gruppi terroristici ebraici mentre le forze mandatarie britanniche guardavano da un’altra parte. Mi viene in mente la citazione di Edmund Burke: “Perché il male prosperi”, ha scritto, “è sufficiente che un paio d’uomini guardino da un’altra parte.”
                 


Travolto dalla tristezza e dal ricordo di ciò che è andato perduto ed è stato distrutto, ho cominciato a riflettere sul ruolo disonorevole che ha giocato l’establishment britannico e tuttora gioca nella catastrofe che continua a svolgersi in Palestina. Ciò che noi chiamiamo la Nakba. 
Molti credono che la Nakba sia iniziata nel 1948. Dopo aver visto su AlJazeera il documentario pluripremiato e che apre gli occhi “Al Nakba”, trasmesso per la prima volta nel 2008 e che viene riproposto ora, mi permetto di dissentire. Se la Nakba significa l’espulsione dei palestinesi e la confisca con la forza delle loro terre, allora la Nakba è iniziata molto prima del 1948. 
In effetti, ebbe inizio nel 1840, quando l’allora ministro degli Esteri britannico, Lord Palmeston, scrisse al suo ambasciatore a Costantinopoli, invitandolo a sollecitare il sostegno degli Ottomani, che allora governavano la Palestina, perché rendessero possibile l’immigrazione ebraica nel paese. A quel tempo, in Palestina, agli stranieri non era permesso possedere terreni e gli ebrei erano meno di 3.000. 
In anticipo, avanti la formazione dell’Organizzazione Sionista Mondiale del 1897, quando la Palestina venne destinata prima volta ad essere l’opzione prescelta per la creazione di una patria ebraica. Theodor Herzl, il fondatore del sionismo, fece delle avance al sultano dell’ormai cadente Impero Ottomano, Abdul Hamid II, chiedendo se la Palestina poteva essere messa in vendita; questa fu la sua risposta: 
“Si prega di avvisare il dottor Herzl di non fare alcun passo serio su questa questione. Non posso cedere nemmeno un piccolo pezzo di terra in Palestina. Non è qualcosa che è di mia proprietà in quanto parte del mio patrimonio personale. Infatti, la Palestina appartiene alla nazione musulmana nel suo complesso. 
Il mio popolo ha lottato col suo sangue e col suo sudore per proteggere questa terra. Che gli ebrei si tengano i loro milioni e non appena il Califfato un giorno venga fatto a pezzi possono prendersi la Palestina senza dover pagare. E’ meno doloroso che il bisturi tagli il mio corpo piuttosto che essere testimone che la Palestina viene distaccata dal Califfato e questo non accadrà.” Sultano Abdul Hamid II. 
Avendo fallito nel loro tentativo, andava trovata un’alternativa. E questa era, naturalmente, l’Impero Britannico. 
Vennero inviati in Palestina due rabbini eruditi per verificare la fattibilità del progetto. La loro conclusione fu, cito: “La sposa è bella, ma è sposata a un altro uomo.” 
Ciò di cui i due rabbini si resero conto fu che “l’altro uomo” era rappresentato da una società palestinese consolidata e avanzata, saldamente radicata alla propria terra. 
Questo per quanto riguarda il grido di battaglia dei sionisti, “Una terra senza un popolo, per un popolo senza terra.” 
Nel 1907, l’Impero Ottomano era considerato “l’ammalato dell’Europa”. D’altronde, l’Impero Britannico era al culmine della sua potenza. Anticipando il vuoto in Arabia che avrebbe richiesto di essere colmato alla scomparsa degli ottomani, gli inglesi stabilirono che i loro interessi sarebbero stati preservati dalla creazione di un nuovo stato in Palestina, favorevole all’Europa, ma avverso ai propri vicini. I sionisti videro l’opportunità per la loro proposta di una patria per gli ebrei e la colsero con entrambe le mani. 
Nello stesso anno, Chaim Weizmann, uno dei primi sionisti inglesi e destinato a diventare successivamente il primo presidente di Israele, visitò la Palestina e nell’arco di tre anni acquistò migliaia di dunam di terreni, per lo più da proprietari assenteisti arabi, in Marj ibn Amer, la parte più fertile della Palestina e mio luogo di nascita. 
Questa vendita, fatta al Fondo Nazionale Ebraico, portò terribili conseguenze ai contadini palestinesi. Essi vennero rimossi con la forza dalla loro terra e da un giorno all’altro si trovarono a essere senza casa, senza meta e senza prospettive. Per me, questo è il momento in cui ebbe inizio la Nakba. 
Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, nel 1914, gli inglesi erano alla ricerca di collaborazionisti favorevoli in Arabia per assicurarsi la vittoria contro gli ottomani e stabilire una salda presenza in Arabia. Li trovarono in Sharif Hussein Bin Ali della Mecca che delegò il compito a suo figlio, il principe Faisal ibn Al Hussein. 
Il principe Faisal si offrì di agevolare lo sforzo bellico in cambio della libertà e dell’indipendenza degli arabi. Non si fermò lì. Come edulcorante offrì la Palestina come patria per gli ebrei. Questo venne ribadito, dopo la guerra, nel corso di un incontro tra il principe Faisal e Chaim Weizmann a Parigi e il documento divenne noto come l’accordo Faisal/Weizmann. 
Fu il calcio d’inizio di una litania di tradimenti e capitolazioni arabe all’occidente e al sionismo. Per non essere da meno nella partecipazione al tradimento dei suoi rivali, gli Hashemiti dell’Hijaz, il sultano Abdul Aziz al Saud scrisse all’Alto Commissario britannico a Bagdad, Sir Percy Cox: 
“Io sono il sultano Abdul Aziz Bin Abdul Rahman Al Saud al-Faisal accordo e riconosco mille volte a Sir Percy Cox, delegato della Gran Bretagna, di non avere alcuna obiezione a concedere la Palestina ai poveri ebrei o anche ai non-ebrei, e non violerò mai i suoi [GB] ordini.” 
E’ ironico il fatto che gli ottomani, a quel tempo nostri governanti, versassero del sangue per proteggerci, mentre i nostri fratelli arabi facevano di tutto per dare via la Palestina. 
Nel 1915, venne presentato al governo britannico un memorandum segreto dal titolo “Il futuro della Palestina”. Fu redatto da Sir Herbert Samuel, il primo sionista designato a diventare un ministro del governo britannico, che, sorprendentemente, sconsigliò la fondazione al momento di una patria ebraica in Palestina, ma propose che, dopo la guerra, la Palestina fosse annessa all’Impero Britannico, con una certa propensione nei confronti della fondazione di una terra-patria di tale tipo. 
Il 2 novembre 1917, è la data scolpita nel cuore di tutti i palestinesi, in cui l’infame Dichiarazione di Balfour, scritta sotto forma di lettera, venne inviata a Lord Walter Rothschild. Nella sua infinita saggezza, il governo britannico sostenne in modo energico la promessa di fondare una casa ebraica in Palestina e ignorò del tutto quella di proteggere i diritti della popolazione indigena palestinese. A quel tempo, la Palestina era per il 10% ebraica e per il 90% arabo-palestinese, cristiana e musulmana. 
Nel documentario di Al Jazeera, lo storico ebreo Avi Slaim ha detto: 
“La Gran Bretagna non aveva alcun diritto morale, politico o giuridico di promettere a un altro popolo la terra che apparteneva agli arabi. La Dichiarazione di Balfour era sia immorale che illegale.” 
Quello che trovo interessante è la presa di posizione dell’amministrazione americana del presidente Woodrow Wilson. 
Alla fine della Prima Guerra Mondiale, egli inviò in Medio Oriente una delegazione per indagare sulla situazione in Palestina. La relazione fu decisiva, in quanto affermò che se l’America voleva aderire ai principi dell’autodeterminazione, allora il fatto che 9/10 della popolazione fosse non ebrea e assolutamente non contraria alla proposta, allora il progetto andrebbe cancellato. Il rapporto proseguiva affermando che, se il programma sionista dovesse procedere, occorrerebbe una forza di almeno 50.000 soldati solo per dare inizio al piano. “Alla luce di tutte queste considerazioni, il progetto di fare della Palestina un commonwealth ebraico distinto andrebbe abbandonato.” 
Non posso fare a meno di chiedermi che cosa sia successo alla fibra morale degli Stati Uniti da allora a oggigiorno. 
Nel 1922, a seguito dell’Accordo Syces-Picot, la Palestina venne posta sotto Mandato Britannico. Il suo primo Alto Commissario, lo stesso sionista britannico, Sir Herbert Samuel, si accinse a rendere effettivi tutti i caratteri distintivi di uno stato ebraico, sotto gli auspici di quella che venne chiamata patria ebraica. 
L’ebraico diventò una lingua ufficiale, venne istituito un sistema educativo ebraico separato, si costituirono ministeri ebraici per l’energia, l’acqua, l’elettricità e, più importante di tutti, venne instaurato un esercito ebraico con accesso all’addestramento e all’equipaggiamento britannico. Alla città di Tel Aviv fu concesso uno status autonomo. Durante l’incarico di Samuel, l’immigrazione in Palestina crebbe a rotta di collo. Ma raggiunse il suo picco nel 1933 quando emigrarono in Palestina 175.000 ebrei. Tutto questo accadeva mentre ai palestinesi venivano negati libertà e diritti civili. 
E questa non fu una Nakba? 
Nel 1929, i palestinesi vessati sfoderarono il primo atto di sfida. Annunciarono uno sciopero generale e innalzarono bandiere nere. La risposta del governo britannico nei confronti di quella legittima protesta fu quella di impiccare i tre leader della resistenza: Hijazi, Zeir e Jamjoun. 
Le loro tombe si trovano ancora ad Acri con il messaggio ai leader arabi: 
“Mai fidarsi degli stranieri.”Se solo i leader arabi li avessero ascoltati allora. E li ascoltassero ora. 
Ciò nonostante le atrocità continuarono. A migliaia vennero arrestati e a centinaia furono assassinati. Vennero demolite case e la vita dei palestinesi venne resa impossibile. 
E’ qualcosa che vi suona familiare? 
Persino l’ex sindaco 80enne di Gerusalemme, Qassim al-Husseini, venne percosso tanto pesantemente dai soldati britannici che ne morì per le ferite. 
Un alto funzionario di polizia britannico, John Faraday, venne denunciato dai suoi subalterni come ingiustificatamente brutale e crudele. La risposta delle autorità britanniche fu la concessione a Faraday della Medaglia della Reale Polizia, come encomio per il suo ruolo in Palestina. 
Ricordo che la mia defunta madre diceva che in quel periodo cruciale in Palestina, quando i britannici facevano costantemente irruzione nelle case di coloro che erano sospettati di resistenza, se veniva rinvenuta anche solo una cartuccia scarica, il capo famiglia veniva gettato in prigione. 
Nel 1936, un altro scioperò durò sei mesi, il più lungo nella storia. Ciò che ne seguì fu a dir poco disastroso. I colleghi arabi esortarono la leadership palestinese a recedere, sedersi al tavolo dei negoziati e dare ai britannici il beneficio del dubbio. L’ironia in tutto ciò sta nel fatto che ora, a 70 anni di distanza, stiamo ancora aspettando che quelle buone intenzione si materializzino. 
Tra il 1936 e il 1937, i britannici uccisero 1.000 palestinesi, mentre furono uccisi 37 britannici e 69 ebrei. 
Come ricompensa ai palestinesi per essere stati “ragionevoli”, Lord Peel, capeggiò una Commissione Reale sulla Palestina e offrì un piano di spartizione in tre parti. Un terzo doveva essere lo stato ebraico, due terzi uno stato arabo fuso con la Transgiordania, e l’area tra Gerusalemme e Jaffa che rimaneva territorio sotto mandato. 
Ai sionisti piacque la proposta Peel in quanto si accordava ai loro progetti di pulizia etnica della Palestina. Il principio del trasferimento avrebbe portato a uno stato ebraico al 100%. Quando la leadership palestinese respinse il piano i britannici sciolsero l’alto comando ed esiliarono i suoi leader, lasciando i palestinesi privi dei capi a difendere se stessi. Questo per quanto riguarda il processo democratico. 
Qualcuno potrebbe chiedere, perché i palestinesi hanno rifiutato il Piano Peel? Tutto bene con il senno di poi. Perché “non avrebbero dovuto quando possedevano già il 94% della terra? Sicuramente la giustizia avrebbe prevalso. Naturalmente non lo fece.” 
Fingendo di accettare il Piano Peel, e facendo apparire di essere magnanimi, i sionisti accelerarono la pulizia etnica e il furto delle terre palestinesi che proseguì per tutta la Seconda Guerra Mondiale. 
Dopo la guerra, ai sionisti non piacque il ritmo con cui procedevano i loro piani espansionistici e ritennero che i loro benefattori, le forze britanniche, fossero tra i piedi. Si rivoltarono contro di loro con odio; praticarono il terrorismo, l’incendio, l’assassinio, il più infame dei quali fu l’attentato esplosivo del King David Hotel di Gerusalemme del 1946. Vi rimasero uccise 91 persone, 46 ferite. 
Come si dice, nessuna buona azione resta impunita. 
Nel 1947, ancora una volta le Nazioni Unite decisero la ripartizione della Palestina. Mentre il mondo era sbigottito, sotto shock per quello che era successo agli ebrei e alle altre minoranze durante l’olocausto, le Nazioni Unite, forse per un misto di compassione e senso di colpa, dettero oltre il 56% della Palestina ai sionisti e il 43% ai palestinesi. Il Piano venne respinto da parte araba; i sionisti, mentre facevano finta di accettarlo, proseguirono con la loro campagna di terrore sia contro gli inglesi che i palestinesi, pur ritraendosi come le vittime. 
A questo punto il governo britannico, esausto e logorato agli estremi, decise di tagliare la corda piantando i propri doveri morali e giuridici nei confronti della Palestina. Lasciò la popolazione civile senza protezione, in balia delle forze sioniste.Nessuno si fece vedere. 
Con la partenza degli inglesi e senz’alcuna forza palestinese o araba credibile a fermarli, i sionisti si lasciarono andare a una frenesia di distruzione e carneficina. Il culmine di tutto ciò venne raggiunto dal più orrendo crimine contro l’umanità, quello che fu il massacro nel villaggio di Deir Yassin. Menachem Begin, leader della banda dell’Haganah che compì tale orrore, più tardi divenuto primo ministro di Israele, considerò il massacro di circa 200 uomini, donne e bambini come una vittoria propagandistica. “Gli arabi cominciarono a fuggire in preda al terrore prima ancora che ci fosse lo scontro con le forze ebraiche. Per le stesse, la leggenda equivalse a mezzo milione di battaglioni.” 
Agli arabi non restò altra possibilità che agire. Gli eserciti arabi mal-equipaggiati e mal-addestrati s’imbarcarono in un’avventura disastrosa che portò alla sconfitta totale delle forze arabe e alla perdita del 78% dell’area della Palestina. Del rimanente 22%, la sponda occidentale del fiume venne occupata dalla Giordania e Gaza dall’Egitto. 
Anche allora la Nakba non fu completa. Per i palestinesi c’erano in serbo altri orrori. Essi continuano ancor oggi a 65 anni di distanza. 
Come osservò lo storico inglese Arnold Toynbee: “La tragedia della Palestina non è solo un fatto locale; è una tragedia per il mondo, in quanto è un’ingiustizia che minaccia la pace mondiale.” 
Il minimo che si possa pensare è che gli inglesi hanno nei nostri confronti, in quanto palestinesi, un enorme debito d’onore che è scaduto da molto tempo. 
(tradotto da mariano mingarelli)