lunedì 26 settembre 2016

Appello di più di 70 accademici Usa: “Boicottaggio mirato contro le colonie israeliane”

 

26 set 2016 La lettera, pubblicata sul sito del New York Review of Books, chiede al governo americano di “escludere gli insediamenti in Cisgiordania dai benefici…
bocchescucite.org

 

 

 

Roma, 26 settembre 2016, Nena News – Più di 70 intellettuali e accademici americani hanno pubblicato un appello in cui chiedono un “boicottaggio mirato” degli insediamenti israeliani in Cisgiordania, così come dei beni prodotti nelle colonie. La lettera, pubblicata sul sito del New York Review of Books, vede tra i suoi firmatari gli studiosi Bernard Avishai, Michael Walzer, Peter Brooks e Deborah Moore, il giornalista Adam Hochschild e l’editorialista del quotidiano israeliano HaAretz Peter Beinart.

Sebbene contrari ad un boicottaggio economico, politico e culturale d’Israele (fino i confini delimitati dalla Linea Verde), gli intellettuali si dicono favorevoli a sanzionare le colonie perché costruite illegalmente su territorio palestinese. La lettera esorta il governo statunitense a “escludere gli insediamenti dai benefici commerciali accordati alle imprese israeliane e a eliminare a tali entità presenti in Cisgiordania le esenzioni delle tasse che l’Internal Revenue Service garantisce attualmente alle organizzazioni non-profit americane”. “La nostra speranza – scrivono – è che i boicottaggi mirati e un cambiamento della politica americana, limitati ai Territori occupati, incoraggeranno le due parti [Israele e Palestina] a negoziare una soluzione a due stati che possa porre fine a questo conflitto di lunga data”.

Nelle stesse ore, intanto, un’associazione israeliana di destra ha chiesto al governo Netanyahu di tagliare i fondi alla ong Dottori per i diritti umani- Israele (PHR). “Non è accettabile che organizzazioni israeliane che operano contro lo stato e l’esercito d’Israele ricevano fondi dal Servizio nazionale” ha detto al The Jerusalem Post, il fondatore di “Riservisti di turno” Amit Deri. PHR ha annunciato recentemente che sta cercando due volontari per il Servizio nazionale (SN), l’alternativa civile per i giovani che non servono nell’esercito dello stato ebraico generalmente per motivi religiosi, medici.

Amit Deri di "Riservisti di turno"

Deri ha chiesto pertanto al ministro dell’Agricoltura Uri Ariel (Casa Ebraica) – che supervisiona l’SN – di togliere al PHR i finanziamenti statali poiché, sostiene, la sua fondatrice e presidente, la Dottoressa Ruchama Marton, ha partecipato all’Apartheid Week a Londra e appoggia la campagna del Bds (boicottaggio, disinvestimenti e sanzioni). Dall’ufficio di Ariel è arrivata subito una risposta positiva: “Abbiamo la necessità che il Servizio Nazionale non vada contro lo Stato d’Israele, ma agisca in suo favore. Stiamo pertanto lavorando ad una nuova legge che lo regoli cosicché non accadano più tali fenomeni”.

Non è la prima volta che governo o organizzazioni della destra israeliana attaccano Dottori per i diritti umani. A febbraio l’ong fu al centro di un dibattito della Commissione Finanza della Knesset (il parlamento israeliano) perché, secondo alcuni membri dell’esecutivo Netanyahu, PHR aveva contribuito al Rapporto Goldstone che, almeno inizialmente, accusò Israele di aver compiuto crimini di guerra durante la sua offensiva Margine Protettivo sulla Striscia di Gaza.

Di fronte all’attacco di Deri, l’organizzazione per i diritti umani si difende: “PHR non è parte del movimento di boicottaggio. I tentativi di questi e di altri attori volti a minare in vari modi le nostre attività rientrano in un più generale attacco contro le ong della società civile che non condividono le loro visioni politiche”. L’organizzazione ha fatto inoltre sapere che, sebbene abbia ricevuto i finanziamenti per i due volontari del Servizio Nazionale, finora non ha coperto queste posizioni. Nena News

Akiva Eldar: potranno i profughi del 67 tornare nelle loro terre ?

 


The Egyptian-Israeli peace treaty may have been good for the two parties, but it has also been used to prevent Palestinians displaced in 1967 from returning to their homes.
al-monitor.com
Sintesi personale
In un discorso all'Assemblea generale delle Nazioni Unite del 20 settembre, il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi ha suggerito che israeliani e palestinesi dovrebbero imparare dal " meraviglioso trattato di pace  siglato tra Israele e l'Egitto.  Questo meraviglioso esempio, tuttavia,  ha determinato la tragedia di  quasi  un quarto di un milione di palestinesi che sono stati espropriati delle loro case nel 1967 e le cui terre sono ora in mano ad altri .

L'Egitto è stato una delusione amara per centinaia di migliaia di  arabi , in particolare  per  i palestinesi sradicati dalle loro case in Cisgiordania, nella Striscia di Gaza e a Gerusalemme Est nella guerra arabo-israeliana del giugno 1967. Circa 250.000 persone, un quarto dei residenti dei territori,  molti dei quali profughi della guerra del 1948, sono stati costretti  ad andare a vivere nei campi profughi negli stati arabi vicini (in aggiunta ai circa 100.000 profughi siriani dal Golan). 
Secondo gli  accordi di Campo David, Egitto, insieme ad Israele ,alla Giordania e ad un'amministrazione autonoma dei territori, si impegnava  a formulare criteri per il ritorno degli "sfollati " del  67  Per i profughi del 48 veniva tutto rimandato a eventuali negoziati dopo la  fine del conflitto  Nel  1948   il ritorno dei profughi palestinesi alle loro case era stato vietato per   limitare il numero di non ebrei nello stato nascente scarsamente popolato di Israele.Ai profughi del 67   è stato negato il diritto di tornare in posti che non sono nemmeno sotto la sovranità territoriale di Israele.
Il "comitato permanente", come definito nell'accordo del 1978, è diventato un meccanismo per evitare la realizzazione della risoluzione 237 (1967), che chiede a Israele di permettere ai residenti nei territori , fuggiti all'inizio dei combattimenti   del 1967 ,il ritorno a casa. Quindici anni più tardi tale problema   è stato inserito negli accordi di Oslo firmati nel settembre 1993.

Benjamin Netanyahu  parla di pulizia etnica " dei coloni dalla Cisgiordania, ma i profughi sradicati nel 1967 sono un meraviglioso esempio di vera e propria pulizia etnica. Lo  storico israeliano Avi Raz , dell'Università di Oxford, descrive a lungo come i soldati israeliani hanno usato megafoni e trasmissioni radio per invitare i palestinesi a lasciare le loro case subito, sparando sopra le loro teste .Circa 20 città e villaggi lungo la Linea Verde  sono stati parzialmente o completamente distrutti   Nella città vecchia di Gerusalemme  il quartiere Mughrabi, che ospitava 650 residenti arabi, fu raso al suolo. Centinaia di palestinesi che hanno cercato di attraversare di nascosto il Giordano per poter  tornare alle loro case sono stati uccisi. Dopo le proteste internazionali e le  pressioni americane, Israele ha concesso a   14.000 dei 170.000 palestinesi sradicati di tornare nella  West Bank.
I  rifugiati del 1967  costituiscono un meraviglioso esempio delle ingiustizie perpretate  dell'occupazione israeliana e dalla sua violazione del diritto internazionale. Inoltre l'appropriazione delle loro terre nei territori  evidenzia la  beffa  Un rapporto ufficiale israeliano del 2005 avverte della non legittimità  di consegnare   terre palestinesi  , comprese quelle dei proprietari assenti, a coloni ebrei. Israele è semplicemente un "guardiano che protegge la proprietà affinché  non sia danneggiata , mentre i proprietari sono assenti . Pertanto le  autorità israeliane "non devono condurre nessun accordo di pertinenza della  proprietà che contraddice tale obbligo di protezione. Il loro  dovere è di restituire la proprietà ai proprietari una volta rientrati. "
A questo proposito, l'esempio meraviglioso raggiunge altezze veramente orwelliane  con la proposta della  legge di regolarizzazione per legalizzare  avamposti israeliani non autorizzati  in Cisgiordania, come  Amona . Gli autori del disegno di legge  sostengono che in questo modo si vuole evitare il dramma umano e sociale per  centinaia di migliaia di  famiglie ebree che hanno costruito le loro case con il sostegno dei vari governi israeliani." Questo non è solo un tentativo di impedire l'evacuazione delle case dell' insediamento di Amona, eretto su terre private palestinesi. La proposta di legge afferma anche: "Se un giorno  i  proprietari terrieri palestinesi tornassero, riceverebbero una compensazione come quella pagata ai proprietari privati ​​che sono rimasti nel west Bank e sulle cui terre sono stati  eretti  insediamenti
                    Pulizia etnica reale con un prezzo.
Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama  ha chiesto a Israele di riconoscere "che non può occupare in modo permanente  terra palestinese." Obama ,prima di lasciare il suo incarico  dovrebbe visitare con il  Presidente egiano  la Cisgiordania. . Essi avranno l'opportunità di vedere da vicino che è possibile conquistare e occupare per 50 anni impunemente . In seguito  essi dovrebbero recarsi in  uno dei campi profughi che ospitano gli sradicati  della guerra del 1967 sul lato opposto del fiume Giordano. Avranno l'opportunità di incontrare esempi umani di una pace meravigliosa.



Will 1967 Palestinian refugees ever return?

In a speech to the UN General Assembly on Sept. 20, Egyptian President Abdel Fattah al-Sisi suggested that Israelis and Palestinians learn from the “wonderful example” of the peace between Israel and Egypt. Indeed, the peace treaty signed in 1979 between Israel and the world’s most important Arab state was joyous news for both sides. This wonderful example, however, also constitutes a grim chapter in the tragic annals of some quarter of a million Palestinians who were dispossessed of their homes in 1967 and whose lands are now being farmed by strangers.
SummaryPrint The Egyptian-Israeli peace treaty may have been good for the two parties, but it has also been used to prevent Palestinians displaced in 1967 from returning to their homes.
Author
TranslatorRuti Sinai
Egypt has been a bitter disappointment to hundreds of thousands of Arab people, specifically, the Palestinians uprooted from their homes in the West Bank, the Gaza Strip and East Jerusalem in the June 1967 Arab-Israeli war. Some 250,000 people, a quarter of the territories’ residents at the time, many of them refugees from the 1948 war, were forced into refugee camps in neighboring Arab states (in addition to some 100,000 Syrian refugees from the Golan Heights). Egypt sold them out for a song.
In the Camp David Accords (1978), Egypt committed to establishing a standing committee — along with Israel, Jordan and a self-governing administration from the territories — that would formulate principles for the return of “persons displaced from the West Bank and Gaza in 1967.” This was made contingent on adopting “necessary measures to prevent disruption and disorder.” To be clear, this obscure article does not apply to the issue of the refugees from the 1948 Israeli War of Independence, the resolution of which was put off to eventual negotiations on a permanent settlement to the Israeli-Palestinian conflict — in other words, until the coming of the Messiah. Not only that, in 1948, the rationale for prohibiting the return of Palestinian refugees to their homes had been the desire to limit the number of non-Jews in the nascent, sparsely populated State of Israel. Since 1967, uprooted Palestinians have been denied the right to go back to places that are not even under Israel’s territorial sovereignty.
The “continuing committee,” as termed in the 1978 agreement, became a mechanism for avoiding implementation of UN Security Council Resolution 237 (1967), which calls for Israel to allow the residents of the territories who had fled at the start of the fighting in early June 1967 to return home. Fifteen years later, the problem of those uprooted in 1967 was inserted in the Israeli-Palestinian Oslo Accords, signed in September 1993.
At a Knesset debate in January 1995, Michael Eitan, a Likud moderate, warned against a loophole that would allow Palestinians uprooted in 1967 and their descendants — some 800,000 people in all — into the Israeli-controlled territories. Deputy Foreign Minister Yossi Beilin explained, “[We] simply copied the exact same sentence that appears in the Camp David Accords, which talks about a quadripartite committee to determine the parameters for the return of the displaced.” Prime Minister Yitzhak Rabin's government and all those that followed adhered to the same tradition of sitting on its hands on this issue.
Unlike Prime Minister Benjamin Netanyahu’s imaginary “ethnic cleansing” of settlers from the West Bank, the refugees uprooted in 1967 are a wonderful example of real ethnic cleansing. In "The Bride and the Dowry: Israel, Jordan, and the Palestinians in the Aftermath of the June 1967 War," the Israeli historian Avi Raz, from Oxford University, describes at length how Israeli soldiers used megaphones and radio broadcasts to tell Palestinians to leave their homes immediately, shooting above their heads to hurry them along. Some 20 towns and villages along the Green Line (delineating Israel and the West Bank) were partially or completely destroyed, and many of their residents headed east, across the Jordan River. In Jerusalem’s Old City, the Mughrabi Quarter, home to 650 Arab residents living in 130 houses adjacent to the Western Wall, was razed. Hundreds of uprooted Palestinians who tried to secretly cross the Jordan to get back to their homes were shot dead. After international protests and American pressure, Israel conceded to the request of 14,000 of the 170,000 uprooted Palestinians to return to the West Bank.
What happened to the 1967 refugees is not only a wonderful example of the injustices of the Israeli occupation and its violation of international law, but taking their land also makes a mockery of the occupation laws that Israel itself has implemented in the territories. A 2005 report by the state comptroller general includes a warning by the office in charge of abandoned property in the territories against handing over private Palestinian lands, including those of absentee owners, to Jewish settlers. The comptroller cites an opinion by the deputy attorney general underscoring that Israel is simply a “guardian protecting the property lest it be damaged while the owners are absent from the area.” He stressed that Israeli authorities “must not conduct any deal pertaining to the property that contradicts said protection obligation, and especially [their] duty to hand back the property to its owners once they return.”
In this regard, the wonderful example reaches truly Orwellian heights in the current push by elected Israeli officials to bypass the absentee ownership law by passing the so-called Regularization Law, which would retroactively legalize unauthorized Israeli outposts in the West Bank, specifically the Amona outpost. The authors of the proposed bill argue that it is designed to “prevent a moral, human and social travesty that would be caused by the evacuation of hundreds and thousands of [Jewish] families that built their homes with the support of successive Israeli governments.” This is not only an attempt to prevent the evacuation of the settlement homes of Amona, erected on private Palestinian lands. The proposed bill also states, “If, one of these days” — in other words, at another stop on the Messiah’s journey — Palestinian landowners return to the territories, they would receive compensation such as that paid to the private landowners who remained in the West Bank and on whose lands settlements were erected. Real ethnic cleansing, with a price tag.
US President Barack Obama referred this week to the settlement issue at his last speech to the UN General Assembly on Sept. 20. He called on Israel to recognize “that it cannot permanently occupy and settle Palestinian land.” Once he leaves office, Obama will have time to tour the West Bank. He should invite Sisi to join him. They will have an opportunity to see up close that it is possible to conquer and occupy for 50 years and still be going strong. Afterward, they should pop into one of the refugee camps housing the uprooted of the 1967 war on the other side of the Jordan River. They will have an opportunity to meet human examples of a wonderful peace.


Haaretz: la pulizia etnica israeliana nel Golan siriano

New York Times: un gruppo sionista liberal invoca la segregazione razziale per garantire la maggioranza ebraica

 



di Wilson Dizard
MondoWeiss, 23.09.2016
http://mondoweiss.net/2016/09/liberal-segregation-majority/

Il "Daniel S. Abraham Center for Peace", un importante gruppo di pressione sionista, considerato progressista, ha acquistato una pagina intera nell'edizione di venerdì del New York Times, invocando l'immediata separazione di israeliani e palestinesi in due paesi separati, per mantenere Israele come stato a maggiornaza ebraica.
"La separazione tra israeliani e palestinesi è essenziale. Nessuna separazione oggi significa una maggioranza palestinese entro il 2020", avverte l'annuncio.
La popolazione di Israele è per circa il 20 per cento palestinese, dunque questa pubblicità rifiuta che Israele debba essere responsabile di milioni di altri palestinesi, che oggi vivrebbero in uno stato di cui non farebbero parte. Allo stesso tempo, il leader dell'organizzazione, l'ex rappresentante al Congresso della Florida Robert Wexler, alleato di Clinton, nega che ci sia qualcosa che si chiama occupazione in Cisgiordania. C'è il suggerimento neanche troppo sottile di Trump che i cittadini palestinesi di Israele andranno a vivere altrove se vi sarà una soluzione a due stati. Forse andranno volentieri a vivere in un paese che ormai è a loro estraneo. O forse no, resta da vedere. Ma questo implica che i trasferimenti di persone in massa (forse coatti, chissà) sarebbero l'unico modo di garantire la pace e l'ordine tra "ebrei e arabi", come vengono chiamati nell'annuncio.
"E' venuto il tempo della separazione", spiega la pubblicità. "La separazione oggi significa una maggioranza ebraica, uno Stato di Israele per il presente e per le generazioni a venire."
O si potrebbero usare le parole del governatore dell'Alabama George Wallace: "Segregazione ora! Segregazione domani! Segregazione per sempre!"
Nel 1968, Wallace fu candidato a presidente degli Stati Uniti come "Dixiecrat," un dissidente democratico del sud, indignato per il sostegno della direzione del proprio partito alla fine della segregazione fra bianchi e neri nel sud degli Stati Uniti. (Come i Confederati che idolatrava, anche lui perse, ma conquistò cinque stati del profondo sud.) I Democratici sono ora in una situazione di stallo simile sulla questione dei diritti dei palestinesi, e su quanto loro importi. Alcuni democratici sono schierati con i segregazionisti, e questa volta sono la maggioranza. Il Times ha contribuito a diffondere il verbo sulla segregazione a due stati.
Il  Daniel S. Abraham Center for Peace ha acquistato la pubblicità, da diffondere nei giorni dell'Assemblea generale delle Nazioni, dove il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu aveva rinnovato giovedì l'appello per la sua versione della soluzione a due stati, invitando il presidente palestinese Mahmoud Abbas a parlare alla Knesset. Il presidente Abbas ha detto che gli insediamenti stavano distruggendo ogni possibilità di una soluzione a due stati, e che avrebbe portato la questione alle Nazioni Unite.
Questa non è la prima volta che il Centro ha acquistato pubblicità sul Times. Nel 2015, in occasione della Hannukah, il gruppo aveva scritto che la creazione di uno "stato palestinese demilitarizzato non è un regalo ai palestinesi", ma è nell'interesse di Israele. "L'unico modo in cui Israele può rimanere uno stato ebraico democratico è che i palestinesi abbiano uno stato palestinese".
La pubblicità non spiegava come sarebbe implementata la "demilitarizzazione dei palestinesi". Il centro Abraham mostra ogni tipo di grafici e brochures sui numeri di "ebrei veri e propri", "arabi" e "altri" abitanti della regione. La mappa e il testo di quest'ultimo messaggio sul Times chiariscono che il motivo per cui il gruppo è così determinato a implementare una soluzione a due stati è la paura della diluizione della ebraicità di Israele.
Quello che, da lettore, non mi è chiaro, è cosa questo comporti per i cittadini palestinesi di Israele. Saranno tenuti a ritirarsi in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza? I palestinesi nei territori occupati dovranno smettere di avere figli? La paranoia di Israele sul perdere la sua maggioranza ebraica è inconfondibile. La paura di uno stato bi-nazionale è anche messa nera su bianco.
"Secondo un recente sondaggio, il 97 per cento degli ebrei israeliani vogliono vivere in uno stato ebraico. Senza una soluzione a due Stati, Israele finirà per essere uno stato binazionale, mezzo ebreo e mezzo arabo", si legge. "Nel giro di qualche anno, sarà troppo tardi. Il sogno di uno stato ebraico andrà perso."
E si appella in particolare a Netanyahu: "Signor primo ministro, la sua gente vuole vivere in uno stato ebraico, non mezzo ebreo e mezzo arabo - lei può realizzarlo".
Il clamore suscitato dalla pubblicità segregazionista è cresciuto in rete dopo che il giornalista Max Blumenthal ha twittato la foto di una prima edizione del giornale.
"Il messaggio a tutta pagina sul New York Times di @AbrahamCenter, esplicitamente razzista ed espressione della quintessenza del sionismo liberal, mette in guardia sulla perdita della purezza etnica di Israele", ha scritto Blumenthal.
Blumenthal ha anche sottolineato che Wexler è stato uno dei membri del comitato della convention del Partito Democratico, nominato dal candidato presidenziale Hillary Clinton,  che ha votato contro la proposta di Cornel West di usare la parola "occupazione" nel piano di governo del partito. Poiché "mina il nostro comune obiettivo... che il partito democratico ottenga una soluzione negoziata a due stati che si tradurrà in un accordo sulle frontiere. E una volta che ci sono i confini, il problema di cui ti preoccupi e a cui ti riferisci come occupazione sarà risolto." Né i palestinesi né gli israeliani meritano niente di meno, secondo lui.
Daniel S. Abraham, oggi 92enne, è anch'egli legato ai Clinton. È uno dei più importanti donatori della Fondazione Clinton, nella casta fra 5 e 10 milioni di dollari.
Durante la discussione del comitato con West, Wexler non ha mai parlato di mantenere l'ebraicità dello stato ebraico. La pubblicità sul Times fornisce una visione ancora più schietta di quella che Gideon Levy ha chiamato, in un editoriale su Haaretz del 13 settembre,  l'"ossessione" di Israele per il mantenimento di una maggioranza ebraica in Israele. Levy scrive:
    "È tutto basato su un'ossessione: Israele deve essere uno stato ebraico ad ogni costo. Giusto o ingiusto, buono o cattivo, fiorente o meno - la cosa principale è che sia ebreo. E come per qualsiasi ossessione, pochi possono spiegarne il motivo e a nessuno è permesso di dubitare. Il giorno in cui Israele si libererà da questa ossessione e diventerà un paese come tutti gli altri, una democrazia come qualunque altra, sarà un luogo più sicuro e più giusto. Per il momento, abbiamo un grave blocco."

In tempo di militanza Hasbarica che nega ogni domanda scomoda avremmo avuto







In tempo di militanza Hasbarica che nega ogni domanda scomoda avremmo avuto la Parola che modifica l'eterno  ritorno  vivificando il Tempo e lo Spazio della Storia. In sintesi l'ebraismo  avrebbe donato all'umanità  :

Il Cristianesimo intessuto dalla Parola di un ebreo

il Marxismo intessuto dalla Parola di un ebreo

la psicanalisi intessuta dalla Parola di un ebreo

l' ebraismo dialettico che rompe ogni schema noto e lancia una freccia creando nuove Parole e nuove sorgenti per l'umanità

e così via?


domenica 25 settembre 2016

Terrorismo, "via Hamas e Tigri Tamil da lista europea"


 
 
 
 
 
 
 
"Vizi di procedura". La decisione dell’avvocato generale della Corte Ue, Eleanor Sharpston
agi.it|Di AGI - Agenzia Giornalistica Italia



Bruxelles - La Corte di giustizia europea "deve annullare per vizi di procedura" le misure che mantengono Hamas e le Tigri di liberazion Tamil Eelam (Ltte) nell'elenco delle organizzazioni terroristiche. Lo ha stabilito l'avvocato generale della Corte Ue, Eleanor Sharpston, chiamata a esprimersi sul caso. La questione si riferisce alle organizzazioni palestinese e cingalese. Il 27 dicembre 2001 il Consiglio Ue ha inserito Hamas e le tigri Tamil nella lista dei soggetti cui si applicano sanzioni per ragioni di terrorismo. Le due organizzazioni hanno fatto ricorso, non tanto sulla decisione quanto sul mantenimento e l'estensione del congelamento dei fondi. Il tribunale aveva gia' dato ragione ad Hamas e al Ltte, annullando le decisioni del Consiglio ritenendole "non basate su atti esaminati e confermati in decisioni di autorita' competenti".

Il Consiglio Ue ha fatto appello, e adesso l'avvocato generale sembra confermare l'orientameto del Tribunale di Lussemburgo. "Il Consiglio non puo' fondarsi su un elenco di attacchi terroristici quando tali fatti non sono accertati in decisioni di autorita' competenti", rileva Eleanor Sharpston, secondo la quale lo stesso Consiglio "non puo' fondarsi su fatti e prove trovati in articoli di stampa e informazione ricavata da Internet invece che su decisioni di autorita' competenti per suffragare una decisione di mantenimento in un elenco". (AGI)

Raniero La Valle La verità sul referendum


Raniero La Valle
La verità sul referendum
Discorso tenuto il 16/09/2016 a Messina nel Salone delle bandiere del Comune in un’assemblea sul referendum costituzionale promossa dall’ANPI e dai Cattolici del NO e il 17/09/2016 a Siracusa in un dibattito con il prof. Salvo Adorno del Partito Democratico, sostenitore delle ragioni del Sì.
Cari amici,
poichè ho 85 anni devo dirvi come sono andate le cose. Non sarebbe necessario essere qui per dirvi come sono andate le cose, se noi ci trovassimo in una situazione normale. Ma se guardiamo quello che accade intorno a noi, vediamo che la situazione non è affatto normale. Che cosa infatti sta succedendo?
Succede che undici persone al giorno muoiono annegate o asfissiate nelle stive dei barconi nel Mediterraneo, davanti alle meravigliose coste di Lampedusa, di Pozzallo o di Siracusa dove noi facciamo bagni e pesca subacquea. Sessantadue milioni di profughi, di scartati, di perseguitati sono fuggiaschi, gettati nel mondo alla ricerca di una nuova vita, che molti non troveranno. Qualcuno dice che nel 2050 i trasmigranti saranno 250 milioni.
E l’Italia che fa? Sfoltisce il Senato.
E’ in corso una terza guerra mondiale non dichiarata, ma che fa vittime in tutto il mondo. Aleppo è rasa al suolo, la Siria è dilaniata, l’Iraq è distrutto, l’Afganistan devastato, i palestinesi sono prigionieri da cinquant’anni nella loro terra, Gaza è assediata, la Libia è in guerra, in Africa, in Medio Oriente e anche in Europa si tagliano teste e si allestiscono stragi in nome di Dio.
E l’Italia che fa? Toglie lo stipendio ai senatori.
Fallisce il G20 ad Hangzhou in Cina. I grandi della terra, che accumulano armi di distruzione di massa e si combattono nei mercati in tutto il mondo, non sanno che pesci pigliare e il vertice fallisce. Non sanno che fare per i profughi, non sanno che fare per le guerre, non sanno che fare per evitare la catastrofe ambientale, non sanno che fare per promuovere un’economia che tenga in vita sette miliardi e mezzo di abitanti della terra, e l’unica cosa che decidono è di disarmare la politica e di armare i mercati, di abbattere le residue restrizioni del commercio e delle speculazioni finanziarie, di legittimare la repressione politica e la reazione anticurda di Erdogan in Turchia e di commiserare la Merkel che ha perso le elezioni amministrative in Germania.
E in tutto questo l’Italia che fa? Fa eleggere i senatori dai consigli regionali.
E ancora: l’Italia è a crescita zero, la disoccupazione giovanile a luglio è al 39 per cento, il lavoro è precario, i licenziamenti nel secondo trimestre sono aumentati del 7,4 % rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, raggiungendo 221.186 persone, i poveri assoluti sono quattro milioni e mezzo, la povertà relativa coinvolge tre milioni di famiglie e otto milioni e mezzo di persone.
E l’Italia che fa? Fa una legge elettorale che esclude dal Parlamento il pluralismo ideologico e sociale, neutralizza la rappresentanza e concentra il potere in un solo partito e una sola persona.
Ma si dice: ce lo chiede l’Europa. Ma se è questo che ci chiede l’Europa vuol dire proprio che l’istituzione europea ha completamente perduto non solo ogni residuo del sogno delle origini ma anche ogni senso della realtà e dei suoi stessi interessi vitali.
Ma se questa è la distanza tra la riforma costituzionale e i bisogni reali del mondo, dell’Europa, del Mediterraneo e dell’Italia, la domanda è perché ci venga proposta una riforma così.
La verità è rivoluzionaria, ma se si viene a sapere
E’ venuto dunque il momento di dire la verità sul referendum. La verità è rivoluzionaria nel senso che interrompe il corso delle cose esistenti e crea una situazione nuova.
Il guaio della verità è che essa si viene a sapere troppo tardi, quando il tempo è passato, il kairós non è stato afferrato al volo e la verità non è più utile a salvarci.
Se si fosse saputa in tempo la bugia sul mai avvenuto incidente del Golfo del Tonchino, la guerra del Vietnam non ci sarebbe stata, l’America non sarebbe diventata incapace di seguire la via di Roosevelt, di Truman, di Kennedy, e avrebbe potuto guidare l’edificazione democratica e pacifica del nuovo ordine mondiale inaugurato venti anni prima con la Carta di San Francisco.
Se si fosse conosciuta prima la bugia di Bush e di Blair, e saputo che le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein non c’erano, non sarebbe stato devastato il Medio Oriente, il terrorismo non avrebbe preso le forme totali dei combattenti suicidi in tutto il mondo e oggi non rischieremmo l’elezione di Trump in America.
Se si fosse saputa la verità sul delitto e sui mandanti dell’uccisione di Moro, l’Italia si sarebbe salvata dalla decadenza in cui è stata precipitata.
Dunque la verità del referendum va conosciuta finché si è in tempo.
Ma la verità del referendum non è quella che ci viene raccontata. Ci dicono per esempio che la sua prima virtù sarebbe il risparmio sui costi della politica, e che i soldi così ottenuti si darebbero ai poveri. Ma così non è: secondo la Ragioneria Generale dello Stato, il cui compito è di verificare la certezza e l’affidabilità dei conti pubblici, il risparmio si ridurrebbe a cinquantotto milioni che si otterrebbero togliendo la paga ai senatori, mentre resterebbe il costo del Senato, e i poveri non c’entrano niente.
L’altra virtù del referendum sarebbe il risparmio sui tempi della politica. Ci dicono infatti di voler abolire la navetta delle leggi tra Camera e Senato. Ma così non è. In realtà si allungano i tempi della produzione legislativa; infatti si introducono sei diversi tipi di leggi e di procedure che ricadono su ambedue le Camere: 1) le leggi sempre bicamerali, Camera e Senato, come le leggi costituzionali, elettorali e di interesse europeo; 2) le leggi fatte dalla sola Camera che entro dieci giorni possono essere richiamate dal Senato; 3) le leggi che invadono la competenza regionale che il Senato deve entro dieci giorni prendere in esame; 4) le leggi di bilancio che devono sempre essere esaminate dal Senato che ha quindici giorni per proporre delle modifiche; 5) le leggi che il Senato può chiedere alla Camera di esaminare entro sei mesi; 6) le leggi di conversione dei decreti legge che hanno scadenze e tempi convulsi se richiamate e discusse anche dal Senato. Ciò crea un intrico di passaggi tra Camera e Senato e un groviglio di competenze il cui conflitto dovrebbe essere risolto d’intesa tra gli stessi presidenti delle due Camere che configgono tra loro.
Ci dicono poi che col referendum si assicura la stabilità politica, e almeno fino a ieri ci dicevano che al contrario se perde il referendum Renzi se ne va. Ma queste non sono le verità del referendum. Finché si resta a questo la verità del referendum non viene fuori.
Non è la legge Boschi il vero oggetto del referendum
La verità del referendum sta dietro di esso, è la verità nascosta che esso rivela: il referendum infatti non è solo un fatto produttore di effetti politici, è un evento di rivelazione che squarcia il velo sulla situazione com’è. È uno svelamento della vera lotta che si sta svolgendo nel mondo e della posta che è in gioco. Il referendum come cunto de li cunti, potremmo dire in Sicilia, il racconto dei racconti, come togliere il velo del tempio per vedere quello che ci sta dietro, se ci sta Dio o l’idolo. Il referendum come rivelatore dello stato del mondo.
Ora, per trovare la verità nascosta del referendum, il suo vero movente, la sua vera premeditazione, bisogna ricorrere a degli indizi, come si fa per ogni giallo.
Il primo indizio è che Renzi ha cambiato strategia, all’inizio aveva detto che questa era la sua vera impresa, che su questo si giocava il suo destino politico. Ora invece dice che il punto non è lui, che lui non è la vera causa della riforma, ha detto di aver fatto questa riforma su suggerimento di altri e ha nominato esplicitamente Napolitano; ma è chiaro che non c’è solo Napolitano. Prima
ancora di Napolitano c’era la banca J. P. Morgan che in un documento del 2013, in nome del capitalismo vincente, aveva indicato quattro difetti delle Costituzioni (da lei ritenute socialiste)
adottate in Europa nel dopoguerra: a) una debolezza degli esecutivi nei confronti dei Parlamenti; b) un’eccessiva capacità di decisione delle Regioni nei confronti dello Stato; c) la tutela costituzionale del diritto del lavoro; d) la libertà di protestare contro le scelte non gradite del potere.
Prima ancora c’era stato il programma avanzato dalla Commissione Trilaterale, formata da esponenti di Stati Uniti, Europa e Giappone e fondata da Rockefeller, che aveva chiesto un’attenuazione della democrazia ai fini di quella che era allora la lotta al comunismo. E la stessa cosa vogliono ora i grandi poteri economici e finanziari mondiali, tanto è vero che sono scesi in campo i grandi giornali che li rappresentano, il Financial Times ed il Wall Street Journal, i quali dicono che il No al referendum sarebbe una catastrofe come il Brexit inglese. E alla fine è intervenuto lo stesso ambasciatore americano che a nome di tutto il cocuzzaro ha detto che se in Italia viene il NO, gli investimenti se ne vanno.
Ebbene quelle richieste avanzate da questi centri di potere sono state accolte e incorporate nella riforma sottoposta ora al voto del popolo italiano. Infatti con la riforma voluta da Renzi il Parlamento è stato drasticamente indebolito per dare più poteri all’esecutivo. Delle due Camere di fatto è rimasta una sola, come a dire: cominciamo con una, poi si vedrà. Il Senato lo hanno fatto così brutto deforme e improbabile, che hanno costretto anche i fautori del Senato a dire che se deve essere così, è meglio toglierlo. Inoltre il potere esecutivo sarà anche padrone del calendario dei lavori parlamentari. Il rapporto di fiducia tra il Parlamento ed il governo viene poi vanificato non solo perché l’esecutivo non avrà più bisogno di fare i conti con quello che resta del Senato, ma perché dovrà ottenere la fiducia da un solo partito. La legge elettorale Italicum prevede infatti che un solo partito avrà - quale che sia la percentuale dei suoi voti, al primo turno o al ballottaggio - la maggioranza assoluta dei seggi alla Camera (340 deputati su 615). Il problema della fiducia si riduce così ad un rapporto tra il capo del governo e il suo partito e perciò ricadrà sotto la legge della disciplina di partito. Quindi non sarà più una fiducia libera, non sarà una vera fiducia, sarà per così dire un atto interno di partito, che addirittura può ridursi al rapporto tra un partito e il suo segretario.
Per quanto riguarda le altre richieste dei poteri economici, i diritti del lavoro sono stati già compromessi dal Jobs act, il rapporto tra Stato e Regioni ha subito un rovesciamento, perché dall’ubriacatura regionalista si ritorna a un centralismo illimitato, mentre, assieme alla riduzione del pluralismo politico, ci sono delle procedure che renderanno più difficili le forme di democrazia diretta come i referendum o le leggi di iniziativa popolare, e quindi ci sarà una diminuzione della possibilità per i cittadini di intervenire nei confronti del potere.
Questo è il disegno di un’altra Costituzione. La storia delle Costituzioni è la storia di una progressiva limitazione del potere perché le libertà dipendono dal fatto che chi ha il potere non abbia un potere assoluto e incontrollato, ma convalidato dalla fiducia dei Parlamenti e garantito dal costante controllo democratico dei cittadini. E’ questo che ora viene smontato, per cui possiamo dire che la democrazia in Italia diventa ad alto rischio.
Ma a questo punto è chiaro che quello che conta non è più Renzi, ed è chiaro che quanti sono interessati a questa riforma gli hanno detto di tirarsi indietro, perché a loro non interessa il sì a Renzi, interessa che non vinca il no alla riforma.
Il secondo indizio è il ritardo della data della convocazione, che non è stata ancora fissata dal governo; ciò vuol dire che la partita è troppo importante per farne un gioco d’azzardo, come ne voleva fare Renzi, mentre i sondaggi e le sconfitte alle amministrative sono stati inquietanti. Perciò occorreva meno baldanza da Miles Gloriosus e più preparazione. E occorreva alzare il livello dello scontro, e soprattutto ci voleva il riarmo prima che si giungesse allo scontro finale. Il riarmo per acquisire la superiorità sul terreno era l’acquisto del controllo totale dell’informazione, non solo i giornali, di fatto già posseduti, ma radio e TV, ciò che è stato fatto in piena estate con le nomine alla RAI.
Se davvero si trattava di scorciare i tempi e distribuire un po’ di sussidi ai poveri, non c’era bisogno del controllo totale dell’informazione.
Inoltre bisognava distruggere il principale avversario e fautore politico del No, il Movimento 5 Stelle. Questo spiega l’attacco spietato e incessante alla Raggi. E poi ci volevano i tempi supplementari per distribuire un po’ di soldi con la legge finanziaria.
C’è poi un terzo indizio. Interrogato sul suo voto Prodi dice: non mi pronunzio perché se no turbo i mercati e destabilizzo l’Italia in Europa. Dunque non è una questione italiana, è una questione che riguarda l’Europa, è una questione che potrebbe turbare i mercati. Insomma è qualcosa che ha a che fare con l’assetto del mondo.
Lo spartiacque non è stato l’11 settembre
A questo punto è necessario sapere come sono andate le cose.
Partiamo dall’11 settembre di cui si è tanto parlato ricorrendone l’anniversario in questi giorni.
Il mondo è cambiato l’11 settembre 2001? T
utti hanno detto così. Ma il mondo non è cambiato quel giorno: quello è stato il sintomo spaventoso della malattia che già avevamo contratto. L’11 settembre ha mostrato invece il suo volto il mondo che noi stessi avevamo deciso di costruire dieci anni prima.
Nel 1991 con dieci anni di anticipo sulla sua fine fu da noi chiuso il Novecento, tanto che uno storico famoso lo soprannominò “Il secolo breve” e così fu dato inizio a un nuovo secolo, a un nuovo millennio e a un nuovo regime che nella follia delle classi dirigenti di allora doveva essere quello definitivo, tanto è vero che un economista famoso lo definì come la “fine della storia” .
Quello che avevamo fatto dieci anni prima dell’11 settembre è che avevamo deciso di rispondere alla fine del comunismo portando un capitalismo aggressivo fino agli estremi confini della terra; avevamo deciso di rispondere alla cosiddetta fine delle ideologie trasformando il capitalismo da cultura a natura, promuovendolo da ideologia a legge universale, da storicità a trascendenza; avevamo preteso di superare il conflitto di classe smontando i sindacati, avevamo deciso di sfruttare la fine della contrapposizione militare tra i blocchi facendo del Terzo Mondo un teatro di conquista.
La scelta decisiva, che non si può chiamare rivoluzionaria perché non fu una rivoluzione ma un rovesciamento, e dunque fu una scelta restauratrice e totalmente reazionaria, fu quella di disarmare la politica e armare l’economia ma non in un solo Paese, bensì in tutto il mondo. Non essendoci più l‘ostacolo di un mondo diviso in due blocchi politici e militari, eguali e contrari, l’orizzonte di questo regime fu la globalità, la mondialisation come dicono i francesi, si stabilì un regime di globalità esteso a tutta la terra.
Quale è stato l’evento in cui ha preso forma e si è promulgata, per così dire questa scelta?
C’è una teoria molto attendibile secondo cui all’inizio di un’intera epoca storica, all’inizio di ogni nuovo regime, c’è un delitto fondatore. Secondo René Girard all’inizio della storia stessa della civiltà c’è il delitto fondatore dell’uccisione della vittima innocente, ossia c’è un sacrificio, grazie al quale viene ricomposta l’unità della società dilaniata dalle lotte primordiali.
Secondo Hobbes lo Stato stesso viene fondato dall’atto di violenza con cui il Leviatano assume il monopolio della forza ponendo fine alla lotta di tutti contro tutti e assicurando ai sudditi la vita in cambio della libertà.
Secondo Freud all’origine della società civile c’è il delitto fondatore dell’uccisione del padre.
Se poi si va a guardare la storia si trovano molti delitti fondatori. Cesare molte volte viene ucciso, il delitto Matteotti è il delitto fondatore del fascismo, l’assassinio di Kennedy apre la strada al disegno di dominio globale della destra americana che si prepara a sognare, per il Duemila, “il nuovo secolo americano”, l’uccisione di Moro è il delitto fondatore dell’Italia che si pente delle sue conquiste democratiche e popolari.
Ebbene il delitto fondatore dell’attuale regime del capitalismo globale fondato, come dice il papa, sul governo del denaro e un’economia che uccide, è la prima guerra del Golfo del 1991.
La guerra come delitto fondatore e il nuovo Modello di Difesa
È a partire da quella svolta che è stato costruito il nuovo ordine mondiale.
E noi possiamo ricordare come sono andate le cose a partire dal nostro osservatorio italiano Non è un punto di osservazione periferico, perché l’Italia era una componente essenziale del sistema atlantico e dell’Occidente, ma era anche il Paese più ingenuo e più loquace, sicché spifferava alla luce del sole quello che gli altri architettavano in segreto.
Questa è la ragione per cui posso raccontarvi come sono andate le cose, a partire da una data precisa. E questa data precisa è quella del 26 novembre 1991, quando il ministro della Difesa Rognoni viene alla Commissione Difesa della Camera e presenta il Nuovo Modello di Difesa.
Perché c’era bisogno di un nuovo Modello di Difesa? Perché la difesa com’era stata organizzata in funzione del nemico sovietico, che non c’era più, era ormai superata. Ci voleva un nuovo modello. Il modello di difesa che era scritto nella Costituzione era molto semplice e stava in poche righe: la guerra era ripudiata, la difesa della Patria, intesa come territorio e come popolo, era un sacro dovere dei cittadini. A questo fine era stabilito il servizio militare obbligatorio che dava luogo a un esercito di leva permanente, diviso nelle tre Forze Armate tradizionali. Le norme di principio sulla disciplina militare dell’ 11 luglio 1978, definivano poi i tre compiti delle Forze Armate. Il primo era la difesa dell’integrità del territorio, il secondo la difesa delle istituzioni democratiche e il terzo l’intervento di supporto nelle calamità naturali. Non c’erano altri compiti per le FF.AA. La difesa del territorio comportava soprattutto lo schieramento dell’esercito sulla soglia di Gorizia, da cui si supponeva venisse la minaccia dell’invasione sovietica, e la sicurezza globale stava nella partecipazione alla NATO, che prevedeva anche l’impiego dall’Italia delle armi nucleari.
Con la soppressione del muro di Berlino e la fine della guerra fredda tutto cambia: non c’è più bisogno della difesa sul confine orientale, la minaccia è finita e anche la deterrenza nucleare viene meno. Ci sarebbe la grande occasione per costruire un mondo nuovo, si parla di un dividendo della pace che sono tutti i soldi risparmiati dagli Stati per le armi, con cui si può provvedere allo sviluppo e al progresso di tutti i popoli del mondo; servono meno soldati e anche la durata della ferma di leva può diventare più breve.
Ma l’Occidente fa un'altra scelta; si riappropria della guerra e la esibisce a tutto il mondo nella spettacolare rappresentazione della prima guerra del Golfo del 1991, cambia la natura della NATO, individua il Sud e non più l’Est come nemico, cambia la visione strategica dell’alleanza e ne fa la guardia armata dell’ordine mondiale cercando di sostituirla all’ONU e anche di cambiare gli ideali della comunità internazionale che erano la sicurezza e la pace. Viene scelto un altro obiettivo: finita la guerra fredda, c’è un altro scopo adottato dalle società industrializzate, spiegherà il nuovo “modello” italiano, ed è quello di “mantenere e accrescere il loro progresso sociale e il benessere materiale perseguendo nuovi e più promettenti obiettivi economici, basati anche sulla certezza della disponibilità di materie prime”. Di conseguenza, si afferma, si aprirà sempre più la forbice tra Nord e Sud del mondo, anche perché il Sud sarà il teatro e l’oggetto della nuova concorrenza tra l’Occidente e i Paesi dell’Est. Alla contrapposizione Est-Ovest si sostituisce quella Nord-Sud.
Tutto questo precipita nel nuovo modello di difesa italiano, è scritto in un documento di duecentocinquanta pagine e il ministro Rognoni, papale papale, lo viene a raccontare alla Commissione Difesa della Camera, di cui allora facevo parte.
E’ un dramma, una rottura con tutto il passato. Cambia il concetto di difesa, il problema, dice il ministro, non è più “da chi difendersi” (cioè da un eventuale aggressore) ma “che cosa difendere e come”. E cambia il che cosa difendere: non più la Patria, cioè il popolo e il territorio, ma “gli interessi nazionali nell’accezione più vasta di tali termini” ovunque sia necessario; tra questi sono preminenti gli interessi economici e produttivi e quelli relativi alle materie prime, a cominciare dal petrolio. Il teatro operativo non è più ai confini, ma dovunque sono in gioco i cosiddetti “interessi esterni”, e in particolare nel Mediterraneo, in Africa (fino al Corno d’Africa) e in Medio Oriente (fino al Golfo Persico); la nuova contrapposizione è con l’Islam e il modello, anzi la chiave interpretativa emblematica del nuovo rapporto conflittuale tra Islam e Occidente, dice il Modello, è quella del conflitto tra Israele da un lato e mondo arabo e palestinesi dall’altro. Chi ha detto che non abbiamo dichiarato guerra all’Islam? Noi l’abbiamo dichiarata nel 1991. L’ho dichiarata anch’io, in quanto membro di quel Parlamento, anche se mi sono opposto.
I compiti della Difesa non sono più solo quei tre fissati nella legge di principio del 1978 ma si articolano in tre nuove funzioni strategiche, quella di “Presenza e Sorveglianza” che è “permanente e continuativa in tutta l’area di interesse strategico” e comprende la Presenza Avanzata che sostituisce la vecchia Difesa Avanzata della NATO, quella di “Difesa degli interessi esterni e contributo alla sicurezza internazionale”, che è ad “elevata probabilità di occorrenza” (e sono le missioni all’estero che richiedono l’allestimento di Forze di Reazione Rapida), e quella di “Difesa Strategica degli spazi nazionali”, che è quella tradizionale di difesa del territorio, considerata però ormai “a bassa probabilità di occorrenza”.
A seguito di tutto ciò lo strumento non potrà più essere l’esercito di leva, ci vuole un esercito professionale ben pagato. Non serviranno più i militari di leva; già succedeva che i generali non facessero salire gli arruolati come avieri sugli aeroplani, e i marinai sulle navi; ma d’ora in poi i militari di leva saranno impiegati solo come cuochi, camerieri, sentinelle, attendenti, uscieri e addetti ai servizi logistici, sicché ci saranno centomila giovani in esubero e ben presto la leva sarà abolita.
E’ un cambiamento totale. Non cambia solo la politica militare ma cambia la Costituzione, l’idea della politica, la ragion di Stato, le alleanze, i rapporti con l’ONU, viene istituzionalizzata la guerra e annunciato un periodo di conflitti ad alta probabilità di occorrenza che avranno l’Islam come nemico. Ci vorrebbe un dibattito in Parlamento, non si dovrebbe parlare d’altro. Però nessuno se ne accorge, il Modello di Difesa non giungerà mai in aula e non sarà mai discusso dal Parlamento; forse ci si accorse che quelle cose non si dovevano dire, che non erano politicamente corrette, i documenti e le risoluzioni strategiche dei Consigli Atlantici di Londra e di Roma, che avevano preceduto di poco il documento italiano, erano stati molto più cauti e reticenti, sicché finì che del Nuovo Modello di Difesa per vari anni si discusse solo nei circoli militari e in qualche convegno di studio; ma intanto lo si attuava, e tutto quello che è avvenuto in seguito, dalla guerra nei Balcani alle Torri Gemelle all’invasione dell’Iraq, alla Siria, fino alla terza guerra mondiale a pezzi che oggi, come dice il papa, è in corso, ne è stato la conseguenza e lo svolgimento.
Il perché della nuova Costituzione
E allora questa è la verità del referendum. La nuova Costituzione è la quadratura del cerchio. Gli istituti della democrazia non sono compatibili con la competizione globale, con la guerra permanente, chi vuole mantenerli è considerato un conservatore. Il mondo è il mercato; il mercato non sopporta altre leggi che quelle del mercato. Se qualcuno minaccia di fare di testa sua, i mercati si turbano. La politica non deve interferire sulla competizione e i conflitti di mercato. Se la gente muore di fame, e il mercato non la mantiene in vita, la politica non può intervenire, perché sono proibiti gli aiuti di Stato. Se lo Stato ci prova, o introduce leggi a difesa del lavoro o dell’ambiente, le imprese lo portano in tribunale e vincono la causa. Questo dicono i nuovi trattati del commercio globale. La guerra è lo strumento supremo per difendere il mercato e far vincere nel mercato.
Le Costituzioni non hanno più niente a che fare con una tale concezione della politica e della guerra. Perciò si cambiano. Ci vogliono poteri spicci e sbrigativi, tanto meglio se loquaci.
E allora questa è la ragione per cui la Costituzione si deve difendere. Non perché oggi sia operante, perché è stata già cambiata nel ‘91, e il mondo del costituzionalismo democratico è stato licenziato tra l’89 e il ’91 (si ricordi Cossiga, il picconatore venuto prima del rottamatore). Ma difenderla è l’unica speranza di tenere aperta l’alternativa, di non dare per compiuto e irreversibile il passaggio dalla libertà della democrazia costituzionale alla schiavitù del mercato globale, è la condizione necessaria perché non siano la Costituzione e il diritto che vengono messi in pari con la società selvaggia, ma sia la società selvaggia che con il NO sia dichiarata in difetto e attraverso la lotta sia rimessa in pari con la Costituzione, la giustizia e il diritto.
Raniero La Valle


 
 
 
 
 
di Raniero La Valle Discorso tenuto il 16/09/2016 a Messina nel Salone delle bandiere del Comune in un’assemblea sul referendum cos...
ranierolavalle.blogspot.co



sabato 24 settembre 2016

Gideon Levy :non ci sarà pace fino a quando Israele non si assumerà la responsabilità della Nakba -




Non ci sarà pace finché gli israeliani non sapranno e non capiranno come tutto questo è iniziato.
Il governo di Israele lo ha confermato ancora una volta: furono commessi crimini di guerra nel 1947-48; ci furono massacri, espulsioni, ci fu pulizia etnica – ci fu una Nakba, una Catastrofe, come i palestinesi chiamano la loro esperienza in quegli anni. Come lo sappiamo?
Il governo sta per prolungare la secretazione di uno dei documenti più importanti dell’archivio delle Forze di Difesa Israeliane [IDF, l’esercito israeliano. Ndtr.] che riguarda la creazione del problema dei rifugiati palestinesi. Sessantotto anni sono passati e Israele sta occultando a se stesso la verità degli archivi – ci potrebbe essere una prova più chiara che c’è qualcosa da nascondere? Un alto funzionario ha spiegato al corrispondente diplomatico di Haaretz Barak Ravid (“Commissione guidata da Shaked probabilmente intende mantenere riservato il “Nakba file” nell’archivio dell’IDF”, 20 settembre): “Quando ci sarà la pace, sarà possibile aprire questi materiali alla visione del pubblico.”
La pace non ci sarà finché gli israeliani non sapranno e non capiranno come tutto questo è iniziato. La pace non ci sarà finché Israele non ne accetterà la responsabilità, non chiederà perdono e non offrirà compensazioni. Non c’è pace senza questo. Forse ci potrebbero essere commissioni per la verità e la riconciliazione come in Sud Africa o una genuflessione e riparazioni come in Germania. Ciò potrebbe essere il modo per esprimere pentimento al popolo palestinese, ritorno parziale e parziale compensazione per le proprietà sottratte nel 1948 e da allora in poi. Solo non la negazione e il sottrarsi alle proprie responsabilità.
La pace non sarà ostacolata perché i palestinesi stanno insistendo sul diritto al ritorno. Sarà principalmente impedita perché Israele non è pronto a interiorizzare il punto di partenza storico: un popolo senza un Paese è arrivato in un Paese con un popolo e questo popolo ha vissuto una terribile tragedia che continua fino ad oggi.
Quel popolo non dimentica. E Israele non sarà in grado di farglielo dimenticare. Israele odia i negazionisti dell’Olocausto – e giustamente. In molti Paesi è un reato penale. In Israele la gente è arrabbiata con la Polonia, che ha proibito per legge di far riferimento alla sua partecipazione allo sradicamento dei suoi ebrei. Anche l’Austria, che non ha mai fatto i conti in modo adeguato con il suo passato, è meritevole di condanna.
E Israele ha fatto i conti con il suo passato? Mai. Il mondo ebraico chiede compensazioni per le proprietà che ha lasciato dietro di sé nell’Europa orientale e nei Paesi arabi. Agli ebrei è consentito tornare alle proprietà ebraiche in Cisgiordania e a Gerusalemme est. Fare i conti con il nostro passato non è esattamente quello che facciamo. Per noi valgono leggi diverse, leggi del popolo eletto e il doppio standard. Distogliamo lo sguardo dalla gobba sulla nostra schiena – quella nascosta negli archivi e che sorge alta da ogni campo profughi e da ogni villaggio in rovina – noi guardiamo da un’altra parte.
E’ possibile fin da subito fare a meno dell’ira per il paragone con l’Olocausto: non c’è paragone. Ma ci sono disastri nazionali che non sono un olocausto e tuttavia sono disastri. Un terribile disastro è avvenuto al popolo palestinese e Israele nega questo disastro e le sue responsabilità in merito. La sua portata è lontana da quella dell’Olocausto, ma è un terribile disastro. Le negazioni sono confrontabili: la negazione della Nakba batte la negazione dell’Olocausto.
Quello che è successo al popolo palestinese nel 1948 ed è continuato dopo la nascita dello Stato [di Israele] non può essere rimosso per sempre. Se Israele è certo che ciò sia giusto, apra gli archivi e lo provi. Infatti, uno dei documenti che Israele ha secretato è uno studio che David Ben Gurion [il padre della patria di Israele. Ndtr.] commissionò con l’intento di provare che gli arabi scapparono. Se tutto è stato morale, giusto e legale, perché non lo stanno rendendo pubblico?
E’ sufficiente vedere la fotografia che accompagna il reportage nella versione in ebraico di Haaretz per confutare la propaganda sionista: due arabi spingono una carretta piena di cianfrusaglie, tappeti e beni di famiglia, un vecchio con una canna arranca dietro di loro e tre uomini dell’Haganah [milizia armata sionista. Ndtr.] li accompagnano con i fucili spianati. Haifa, 12 maggio 1948. Così appare la “fuga volontaria” che gli arabi sono accusati di aver scelto. E questa naturalmente non è l’immagine più scioccante dell’espulsione.
Il senso di colpa è molto pesante. Non si allevierà. Per l’espulsione, ed ancora di più per aver impedito un ritorno alle loro case quando i combattimenti sono cessati. La giustizia totale non prevarrà qui e la condanna non ricade solo sulle spalle di Israele. Ma la negazione deve finire. Convinti della nostra rettitudine e forti nel nostro Stato, è arrivato il momento di guardare in faccia la verità e arrivare all’ovvia conclusione: Israele ha sovraccaricato il calderone delle sofferenze che ha causato al popolo palestinese da molto tempo. Da molto tempo.
(traduzione Amedeo Rossi)