domenica 21 maggio 2017

Gaza è rimasta al buio

 
 
 
La chiusura dell’unica centrale elettrica della Striscia, il mese scorso, sta rendendo ancora più dura la vita delle circa 2 milioni di persone che vivono a Gaza. Ospedali costretti ad interrompere interventi chirurgici e carenza delle riserve d’acqua
vita.it|Di Ottavia Spaggiari

 

 

 

La chiusura dell’unica centrale elettrica della Striscia, il mese scorso, sta rendendo ancora più dura la vita delle circa 2 milioni di persone che vivono a Gaza. Ospedali costretti ad interrompere interventi chirurgici e carenza delle riserve d’acqua

A Gaza la difficoltà di accesso all’energia elettrica non è una novità ma da un mese a questa parte la situazione sta continuando a peggiorare. Lo riporta la BBC, secondo cui la popolazione non ha accesso all’energia elettrica per un periodo che si aggira tra le 16 e le 20 ore al giorno. L’unica centrale elettrica di Gaza era stata chiusa il mese scorso per crescenti difficoltà finanziarie. Dietro alla crisi, ci sarebbe la lotta di potere tra Hamas, che controlla la Striscia da circa un decennio e l’Autorità Nazionale Palestinese che sta cercando invece di ricondurre il territorio sotto la propria influenza, trovandosi a fare i conti con una forte pressione finanziaria. Le proteste per la chiusura della centrale si sono aggiunte a quelle relative ai tagli dei salari di oltre 60mila dipendenti dell’Anp nella Striscia, decisa dal premier Hamdallah. Secondo l’Ansa, in assenza dei 100 Megawatt prodotti da quella centrale, gli abitanti di Gaza devono spartirsi adesso i 30 Megawatt provenienti dalla rete egiziana e i 120 Megawatt forniti da Israele.
Circa 2 milioni di persone sono quindi costrette a vivere in un regime di corrente elettrica razionatissima. La mancanza di elettricità ha infatti spinto gli ospedali a cancellare gli interventi chirurgici che non siano emergenze, mentre i bambini e i ragazzi sono costretti a studiare per gli esami di fine anno a lume di candela. “Facciamo i compiti coi nostri figli senza elettricità,” ha raccontato alla BBC Suniya Abu Shaban, una mamma di Gaza che vive nella parte sud della città. “Questo problema si ripercuoterà sui loro voti. I bimbi hanno paura delle candele. Sappiamo che sono pericolose ma non possiamo permetterci le batterie per le torce o le luci di sicurezza.” Ha aggiunto. “Il frigo e la maggior parte dei nostri elettrodomestici si sono fusi, perché la corrente va e viene troppo spesso. Rincorriamo continuamente l’elettricità.”
Le Nazioni Unite hanno messo a disposizione del carburante per i generatori e stanno contribuendo al funzionamento degli impianti di desalinizzazione, che stanno però funzionando al 15% delle proprie capacità, una riduzione che si ripercuote su una carenza delle riserve d’acqua. Anche le acque reflue non sono smaltite a dovere e sono riversate invece nel mare.
“Gli americani e principalmente gli israeliani hanno accusato Abu Mazen di debolezza, affermando di non avere nessun controllo su Gaza e di non essere quindi un partner per la pace,” ha spiegato Mkhaimar Abusada, professore di scienze politiche alla al-Azhar University di Gaza. “Vuole riaffermare il potere su Gaza per essere preso più seriamente.”
È in questo clima che si prepara la visita del presidente Trump, prevista a Israele e in Cisgiordania la prossima settimana.
Foto: Photoshot/Ag.Sintesi

Gaza sull'orlo di un “collasso del sistema ”

 
 Di Ali Abunimah
18  maggio  2017
Gaza è sull’orlo di un “collasso del  sistema”, mentre si aggrava la crisi dell’elettricità, avverte il Comitato della Croce Rossa.
“Una grave carenza di corrente e di combustibile ha raggiunto un punto critico a Gaza,  mettendo a rischio servizi essenziali che  comprendono l’assistenza sanitaria, il trattamento delle acque di scarico  e la fornitura idrica,” ha detto l’ICRC martedì (International Committee of the Red Cross – Comitato Internazionale della Croce Rossa).
“L’ICRC non diffonde spesso dichiarazioni,” ha commentato il Direttore dell’Osservatorio per i Diritti Umani per Israele e la Palestina, Omar Shakir, “quando lo fanno, ascoltate.”
L’ICRC ha aggiunto che senza un intervento immediato, “si sta profilando una crisi della sanità pubblica e dell’ambiente.”
Attualmente a Gaza le persone hanno soltanto sei ore di elettricità al giorno, dato che l’unica centrale elettrica funzionante non ha nessuna fornitura sicura di combustibile.
Il mese scorso l’ONU ha detto che gli ospedali di Gaza stavano già funzionando “a capacità minima” e l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha avvertito che tutti gli ospedali pubblici di Gaza potrebbero essere costretti a sospendere i servizi     essenziali, mettendo a rischio migliaia di vite.
Ora l’ICRC dice che “ incombe un collasso sistemico di un’infrastruttura e di un’economia già malandate.”
Un assedio che si va rafforzando
Gaza per anni ha operato con un grave deficit di energia. La sua fornitura quotidiana di elettricità da Israele, Egitto e dalla sua unica centrale elettrica parzialmente funzionante, soddisfa soltanto circa la metà delle necessità dei suoi due milioni di residenti.
La crisi si è aggravata il mese scorso quando l’Autorità Palestinese di Ramallah ha deciso di smettere di pagare Israele per l’elettricità che fornisce a Gaza.
Il passo fa probabilmente parte del tentativo decennale dell’Autorità Palestinese di costringere Hamas a cedere il controllo di Gaza. L’AP controllata da Mahmoud Abbas lavora a stretto contatto con le forze di occupazione israeliane, mentre Hamas ha continuato a impegnarsi nella resistenza armata; è una differenza fondamentale che è al cento della prolungata divisione.
Le infrastrutture e la società di Gaza sono state maltrattate da un decennale assedio israeliano e da tre successivi attacchi militari, il più recente dei quali, nel 2014 ha ucciso circa uno ogni mille residenti di Gaza e ne ha lasciati feriti altri migliaia.
In aprile, il numero di partenze di palestinesi da Gaza attraverso il valico di Erez controllato dagli Israeliani è sceso al livello più basso fin dal giugno 2014, cioè il mese prima dall’attacco militare israeliano.
Secondo il gruppo israeliano per i diritti umani, Gisha, il brusco calo fa parte di una tendenza “verso il graduale irrigidimento della chiusura e la ulteriore riduzione delle già limitate opzioni per il viaggio dei Palestinesi a Gaza  e da Gaza.”
Nessuna  riparazione  “umanitaria”
Anni fa, l’ICRC ha dichiarato che il blocco israeliano di Gaza è illegale.
“L’intera popolazione civile di Gaza sta venendo punita per atti dei quali non ha alcuna responsabilità,” ha affermato l’ICRC nel 2010. La chiusura costituisce, perciò,
una punizione collettiva imposta in chiara violazione degli obblighi di Israele in base alla legge umanitaria internazionale.”
“La situazione disperata a Gaza non può essere risolta fornendo aiuti umanitari,” ha aggiunto.
Tuttavia, nella totale assenza di obbligo di rispondere per le violazioni di Israele, l’aiuto umanitario è stato usato ripetutamente per mantenere Gaza al limite della sussistenza e fuori dalle notizie di prima pagina.
Le Nazioni Unite sono andate anche oltre, diventando direttamente complici della gestione del  blocco illegale, tramite il cosiddetto Meccanismo di Ricostruzione di Gaza.
La campagna iniziata di recente, Gaza Aperta, osserva che quando i media fanno dei servizi su Gaza, le notizie “si focalizzano principalmente sulla violenza e sulla politica, mentre le notizie che riguardano il modo in cui il blocco ha un impatto sulla vita quotidiana, rimangono in gran parte taciute.”
La campagna mira a mobilitare la pressione pubblica sul politici per porre fine al blocco israeliano.
Nella foto: Ali Abunimah.
Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
www.znetitaly.org
Fonte:  https://zcomm.org/znetarticle/gaza-on-brink-of-systemic-collapse
Originale: Electronic Intifada
Traduzione di Maria Chiara Starace
Traduzione © 2017 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0
 
 
 
Gaza sull’orlo di un “collasso del sistema ” Di Ali Abunimah 18 maggio 2017 Gaza è sull’orlo di un “collasso del sistema”, mentre si aggrava la crisi de
znetitaly.altervista.org

Robert Fisk : Il vero scopo del viaggio di Trump in Arabia Saudita

9 maggio 2017
Donald Trump si mette in viaggio venerdì (oggi, 19 maggio, n.d.t.), per creare la fantasia di una NATO araba. A salutarlo a Riyadh, ci saranno dittatori in abbondanza, autocrati corrotti, e dei  criminali e decapitatori. Ci sarà almeno un presidente zombie: il comatoso, morto vivente Abdelaziz Bouteflika dell’Algeria che non parla più e, quanto pare, non sente più e, naturalmente, un presidente totalmente folle, Donald Trump. Lo scopo, tuttavia, è semplice: preparare i musulmani sunniti del Medio Oriente alla guerra contro i musulmani sciiti. Con l’aiuto di Israele, naturalmente.
Perfino per coloro che sono abituati alla follia della leadership araba – per non parlare di quegli occidentali che  devono ancora comprendere che  lo stesso presidente statunitense è completamente fuori di testa, il vertice arabo-musulmano (Sunnita) in Arabia Saudita è quasi al di là della comprensione. Devono arrivare dal Pakistan e dalla Giordania, e dalla Turchia, dall’Egitto e dal Marocco e dalle altre 42 capitali piene di minareti, in modo che  gli effeminati e ambiziosi sauditi possano condurre la loro crociata islamica contro il “terrorismo” e lo sciismo. Il fatto che la maggior parte del terrorismo del Medio Oriente -Isis e al-Qaida, alias il Fronte Nusrah – abbiano
la loro fonte proprio nella nazione dove sta andando Trump, deve essere e sarà ignorato. Mai prima nella storia del Medio Oriente è stata messa in scena una tale “kumidia alakht” – tradotta alquanto letteralmente dall’arabo: “commedia degli errori”.
Oltre a tutto ciò, devono ascoltare i vaneggiamenti  di Trump sulla pace e lo “estremismo” islamico, sicuramente il discorso più assurdo che sarà pronunciato da un presidente degli Stati Uniti dato che dovrà fingere che l’Iran è estremista, mentre sono i cloni Wahhbiti dell’Isis che stanno distruggendo la reputazione dell’Islam in tutto il mondo. Tutto questo mentre Trump sta incoraggiando la guerra.
Infatti il Vice Principe ereditario della Corona Saudita, Mohammad bin Salman (d’ora in poi MbS), vuole guidare le sue tribù sunnite – più l’Iraq, se possibile, motivo per cui il Primo Ministro sciita Abadi è stato invitato a venire da Baghdad – contro il serpente dell’Iran terrorista sciita, l’oscuro regime (sciita) Alawita “terrorista”, il terrorista sciita libanese Hezbollah e gli aggressivi terroristi Houthi
Sciiti dello Yemen. In quanto alle minoranze sciite degli stati del Golfo ed altri recalcitranti, ebbene, via le loro teste!
Dopo tutto, questo è ciò che hanno fatto l’anno scorso al preminente leader saudita sciita, Sheikh Nimr al-Nimr: gli hanno tagliato la testa in stile Isis, con un classico “pezzo” di decapitazione Wahhabita, insieme ad altri 47 terroristi. E anche qualsiasi potente sciita nei confinanti paesi del Golfo sarà abbattuto, cosa che è successa alla maggioranza sciita del Bahrein quando l’esercito saudita è avanzato per occupare l’isola nel 2011 su “richiesta” del suo governante sunnita.
Si può capire il motivo per cui l’indegno presidente americano, un uomo che realmente appartiene al pantheon ragionale dei folli deliranti – certamente si classifica tra i Gheddafi e gli Ahmadinejad del Medio Oriente – acconsente a questo. Il fatto che l’Isis – nemico mortale di Trump e avversario strategico dei capi della difesa – sia una creatura dello stesso culto salafita praticato in Arabia Saudita, è indifferente. I Sauditi sunniti e i re e i principi del Golfo possiedono una ricchezza immensa, l’unica religione che Trump realmente rispetta, e vogliono distruggere l’Iran scita e la Siria ed Hezbollah e gli Houthi, il che è una semplice storia “antiterrorista” per gli americani – e questo significa che Trump può dare a MbS e ai suoi amici 100 miliardi di dollari (77 miliardi di sterline) di missili, aerei, navi e munizioni statunitensi, per la guerra futura. L’America sarà felice e Israele sarà felice.
Suppongo che il Principe della Corona Jared Kushner pensi di poter gestire questa fine all’alleanza tra arabi e NATO, anche se gli israeliani stessi saranno molto felici di osservare i Sunniti e gli Sciiti che si combattono a vicenda, proprio come hanno fatto durante la guerra Iran-Iraq del 1980-1988, quando gli Stati Uniti appoggiarono il sunnita Saddam – anche se il suo esercito era per lo più sciita – e gli israeliani fornirono missili statunitensi agli iraniani sciiti. Gli israeliani si erano già distinti bombardando l’esercito siriano, Hezbollah e gli iraniani durante la guerra siriana – lasciando allo stesso tempo inviolato l’Isis e fornendo assistenza medica al al-Qaida (Nusrah) sulle alture del Golan.
Si è parlato molto (giustamente) della minaccia espressa da MbS di assicurare che la battaglia è “in Iran e non in Arabia Saudita”. Ma, come al solito, pochi si sono preoccupati di ascoltare le feroce replica dell’Iran alla minaccia saudita. Questa è arrivata subito dal ministro della iraniano, Hossein Dehghan. “ Li (i Sauditi) mettiamo in guardia dal fare qualsiasi stupidaggine ,” ha detto, “ma se lo faranno, non lasceremo nulla di intatto, a parte la Mecca e Medina.” In altre parole, è ora di iniziare a costruire rifugi antiaerei nei quartieri generali di Riyadh, Jeddah, Dharan, Aramco e in tutti gli altri luoghi cari ai cuori americani.
In effetti è difficile non ricordare un’arroganza  sunnita quasi identica – quasi 40 anni fa – a quella di MbS di oggi. Quest’ultimo si vanta della ricchezza del suo paese e della sua intenzione di diversificare, arricchire e ampliare la sua base economica. Nel 1980, Saddam era determinato a fare lo stesso. Ha usato la ricchezza del petrolio dell’Iraq per coprire il paese di superstrade, di tecnologia moderna, di  assistenza sanitaria e di ospedali all’avanguardia e di comunicazioni moderne. Poi ha iniziato  la sua “guerra lampo” con l’Iran che ha impoverito la sua nazione ricca di petrolio, lo ha umiliato agli occhi dei suoi amici arabi che hanno dovuto sborsare il denaro per la sua disastrosa avventura durata  otto anni, ha portato all’invasione di Saddam del Kuwait, alle sanzioni e alla  finale  invasione anglo-americana del 2003 e, per Saddam, al cappio del boia.
Questo esclude la dimensione siriana. Sharmin Narwani, ex associato anziano del College di St Antony, e antidoto per tutti coloro che sono disgustati dai ciarlatani dei gruppi di “esperti” di Washington, questa settimana ha fatto notare che l’appoggio degli Stati Uniti alle forze curde che combattono con l’etichetta disonesta di “Forze democratiche siriane”, con la loro avanzata su Raqqa stanno contribuendo a tagliare fuori la Siria dall’Iraq, e che, inoltre viene riferito che le forze curde stanno riprendendosi  le città cristiane o musulmane arabe nella provincia di Nineveh dell’Iraq che, prima di tutto, non sono state mai  curde. I Curdi ora considerano le città di Qamishleh e di Hassakeh , in Siria, come parte del “Kurdistan”, anche se esse rappresentano una minoranza in molte di queste aree. Quindi l’appoggio statunitense a questi gruppi curdi – alla furia del Sultano Erdogan e ai pochi generali turchi ancora fedeli  a lui – sta aiutando sia a dividere la Siria che a dividere l’Iraq.
Questo non può durare e non durerà. Non soltanto perché i Curdi sono nati per essere tradititi – e saranno traditi anche se l’attuale manico in carica sarà messo in stato di accusa, proprio come erano stati traditi da Saddam  all’epoca di Kissinger – ma perché l’importanza della Turchia (con o senza il suo folle leader) avrà sempre maggior peso  delle  rivendicazioni dei Curdi a essere uno stato. Entrambi sono Sunniti e perciò alleati “fidati”, fino a quando uno di loro – inevitabilmente i Curdi – dovrà essere abbandonato.
Nel frattempo, si possono dimenticare la giustizia, i diritti civili, la malattie e la morte. Il colera sta attanagliando lo Yemen ora, per gentile concessione dei bombardamenti criminali dei Sauditi, abilmente aiutati dai loro alleati americani molto tempo prima che Trump subentrasse alla presidenza, e quasi nessuno dei leader musulmani che Trump incontrerà a Riyadh non ha torturatori al lavoro in patria   per assicurarsi che alcuni dei loro cittadini desiderino di non essere mai nati. Sarà un sollievo per il presidente fuori di testa  lasciare Israele per andare in Vaticano, anche se gli viene concessa soltanto una breve visita – e una frettolosa attenzione  –  da parte  di un vero custode della pace.
Questo lascia fuori dal cerchio di questo magnifico pandemonio  soltanto una nazione: la Russia. Siate, però, sicuri che Vladimir Putin capisce fin troppo bene che cosa accade a Riyadh. Osserverà la NATO araba andare in pezzi. Il suo ministro degli Esteri, Lavrov, capisce la Siria e l’Iran meglio che l’incapace Tillerson. E i suoi funzionari della sicurezza hanno una conoscenza profonda della Siria. Inoltre, se ha bisogno di altre informazioni di intelligence, deve soltanto chiederle a Trump.
Nella foto: Trump e il principe Mohammad bin Salman durante un incontro nel marzo scorso.
Robert Fisk scrive per The Independent, dove questo articolo è stato originariamente pubblicato.
Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
Originale : The Independent
Traduzione di Maria Chiara Starace
Traduzione © 2017 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0


 
 
 
 
Il vero scopo del viaggio di Trump in Arabia Saudita Di Robert Fisk 19 maggio 2017 Donald Trump si mette in viaggio venerdì (oggi, 19 maggio, n.d.t.), per
znetitaly.altervista.org

Barak Ravid :Netanyahu ordina ai ministri di accogliere Trump all'aeroporto


 
 
 
 
 
 
Ministers didn't want to go after they found out they won't even shake hands with Trump ■ Netanyahu dismisses cabinet meeting in a rage
haaretz.com

sintesi principale
Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha chiesto a tutti i ministri del governo di partecipare alla cerimonia di accoglienza del presidente americano Donald Trump all'aeroporto internazionale Ben-Gurion  lunedì. Un funzionario israeliano senior ha affermato che Netanyahu ha emesso le sue istruzioni dopo aver scoperto che la maggior parte dei ministri non  voleva partecipare all'evento.e questo lo ha reso furioso

Nelle ultime due settimane i progetti di accoglienza di Trump all'aeroporto Ben-Gurion  sono stati cambiati.  Inizialmente si era  ipotizzata  una cerimonia lunga con discorsi e  strette di mano con tutti i ministri del governo e altri funzionari statali ,ma  la Casa Bianca  ha richiesto una cerimonia più breve  a causa del clima caldo:solo gli inni dei due paesi, strette di mano tra Trump e Netanyahu e  il presidente israeliano Reuven Rivlin
Conseguentemente i  ministri sono stati informati che sono stati invitati, ma che devono arrivare due ore e mezzo in anticipo per  un controllo di sicurezza. Inoltre vedranno la cerimonia dai margini e non stringeranno le mani  a Trump. La  maggior parte dei ministri ha dichiarato di non partecipare.

Barak Ravid
Prime Minister Benjamin Netanyahu has required all cabinet ministers to attend the reception ceremony for U.S. President Donald Trump at Ben-Gurion International Airport on Monday. A senior Israeli official said that Netanyahu issued his instructions after finding out that most ministers were not planning on attending the event.

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During a Sunday meeting of coalition heads, Netanyahu was notified that there would be a sparse attendance of ministers at the reception and that most party heads wouldn't participate in it. Netanyahu was furious and blew up the meeting, a senior official who attended the meeting said. Immediately afterwards, the Prime Minister's Bureau issued an instruction to all government ministers according to which they must participate in the airport reception.

>> Donald Trump's visit to Israel: Everything you need to know  ■ The Israeli right's love affair with Trump goes from ecstasy to agony  >>

Over the last two weeks the plans for Trump's reception at Ben-Gurion Airport have seen many changes. The first plans called for a long ceremony, which included speeches and handshakes with all cabinet ministers and other senior state officials who would welcome Trump on the tarmac. But the plans were cut per the White House's request, which noted that they wanted the reception to be as short as possible due to the warm weather and to include only the two countries' anthems, handshakes between Trump and Netanyahu, Israeli President Reuven Rivlin and Knesset Speaker Yuli Edelstein, as well as a guard of honor.

A timetable of Trump's visit to Israel and the Palestinian Authority
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In light of those changes, the ministers were at first disinvited from the reception. However, on Saturday evening the plans changed again, and the ministers were informed that they are in fact invited, but that they must arrive two and a half hours in advance and that they will have to undergo a security check. In addition, they will only view the ceremony from the sidelines and will not shake hands with Trump. The Foreign Ministry told the ministers that attendance was not mandatory.

As a result, most ministers said they will not attend.

>> Even if impeached tomorrow, Trump already has a Middle East legacy / Analysis >>

Air Force One is expected to land Monday afternoon at Ben-Gurion airport after departing from Riyadh, Saudi Arabia. Trump will be received at the airport by an Israeli delegation at 12:15 P.M, and will then proceed to the President's Residence in Jerusalem.

At 6 P.M., Trump will meet with Netanyahu at Jerusalem's King David Hotel. The prime minister and his wife, Sara Netanyahu, will host the president and First Lady Melania Trump for dinner at the Prime Minister's Residence at 7:30 P.M.

On Tuesday, Trump is scheduled to visit Yad Vashem, Israel's Holocaust museum and memorial. He will give a speech at the Israel Museum in Jerusalem at 2 P.M.

The U.S. president's plane will take off at 4 P.M. to continue on to Europe.

Another engagement not listed on the Prime Minister's Office schedule is Trump's trip across the 1967 border to the West Bank city of Bethlehem, where he is expected to meet Palestinian President Mahmoud Abbas.

Barak Ravid

Haaretz Correspondent
read more: http://www.haaretz.com/israel-news/1.790646

Hebron: l'IDF demolisce la tenda della solidarietà degli attivisti palestinesi, internazionali ed ebrei americani

 

1 WATCH: Israeli forces dismantle West Bank protest camp in ingle

 

Sintesi personale

 Decine di soldati israeliani hanno smantellato sabato sera un campo di protesta nel villaggio di Sarura nell' West Bank, istituito da palestinesi, israeliani e attivisti ebrei della diaspora  Al momento dello smantellamento vi  erano circa 80 persone  : 60 ebrei americani e 20 palestinesi.

Il campo, chiamato "Sumud: Freedom Camp", è stato costruito sulle colline meridionali di Hebron dove sorgeva  Sarura. I residenti  sono stati espulsi dalle forze israeliane tra il 1980 e il 1998. e non sono mai riusciti a tornare  nella  loro terra a causa degli  ordini militari e delle continue violenze e molestie da parte dei coloni israeliani.
Dopo quasi 48 ore  i soldati sono entrati senza un ordine militare e hanno cominciato a smantellare il campo   confiscando tutte le attrezzature. Nel frattempo gli attivisti hanno cominciato a cantare in inglese: "Costruiremo nuovamente questa tenda!" "Tutto il mondo sta guardando" e " Gli ebrei devono stare  con la Palestina!" Alcuni hanno gridato : "Cosa dirò alla congregazione  quando ritornerò ? . Cosa dirò ai miei studenti  ebrei ? "
Nessun arresto è stato fatto  né qualcuno è stato costretto a lasciare il campo. Alcuni attivisti sono stati spinti  al suolo, mentre altri attivisti ebrei sono stati spintonati .  Ad eccezione di Call Local .non c'è stata alcuna copertura mediatica fino a sabato
Gli attivisti ebraici palestinesi, israeliani e internazionali costruiscono un campo di protesta in Surara, West Bank, il 19 maggio 2017. (Foto: Ahmad Bazz / Activestills.org)


Gli attivisti ebrei e palestinesi, israeliani e internazionali costruiscono un campo di protesta in Surara, West Bank, il 19 maggio 2017. (Foto: Ahmad Bazz / Activestills.org)
L'azione , legata direttamente al 50 ° anniversario dell'occupazione israeliana, si è svolta sullo sfondo dello  sciopero dei detenuti palestinesi  e delle proteste in   Cisgiordania,dove  sono stati feriti decine di palestinesi
Il campo è stato organizzato da una coalizione anti-occupazione  costituito dal Centro  ebraico per la nonviolenza , da associazioni israeliane ,dai  comitati palestinesi locali  e  dai giovani contro gli insediamenti,Anche i membri del gruppo anti-occupazione americano  ebraico , IfNotNow,   hanno partecipato all'azione.
Mentre i palestinesi della Cisgiordania e gli israeliani lavorano insieme da molti  anni   contro l'occupazione , questa è probabilmente la più grande delegazione  dell diaspora  giunta  in Palestina per impegnarsi in azioni dirette contro le politiche israeliane In Cisgiordania. Gli attivisti ebraici provenienti dall' 'America settentrionale, dall'Australia e dall'Europa, stanno sfidando l'occupazione israeliana 
perché viola  i valori ebraici.
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Soldiers dismantle a protest camp built by Palestinians, Israelis, and diaspora Jews in the south Hebron Hills — less than 48 hours after it was built.
Dozens of Israeli soldiers dismantled on Saturday night a protest camp in the West Bank village of Sarura, which was established by Palestinians, Israelis, and diaspora Jewish activists a day earlier. At the time of the dismantling, around 80 people were there, roughly 60 American Jews and 20 Palestinians.
The camp, called “Sumud: Freedom Camp,” was built in the south Hebron Hills on the former site of Sarura, whose residents were expelled by Israeli forces between 1980 and 1998. The residents have been unable to return to their land due to a combination of military orders and ongoing violence and harassment from Israeli settlers. As a result, Sarura was completely depopulated from 1998 until Friday, when the village was re-established.
After nearly 48 hours of restoration work, soldiers came in without a military order and began taking the camp apart, disconnecting it from electricity and confiscating all the equipment. Meanwhile the activists chanted in English, “We will build this tent again!” “The whole world is watching” and “There is no other time, Jews must stand with Palestine!” Some also yelled out, “What will I tell me congregation about this back home?” and “What will I tell my Hebrew school students?”
No arrests were made, nor was anyone was forced to leave the camp. According to people on the ground, some were shoved to the ground, while and a few of the Jewish activists were punched. As of Saturday night, there was virtually no coverage of the event in Hebrew, except for on Local Call.
Palestinian, Israeli and international Jewish activists build a protest camp in Surara, West Bank, May 19, 2017. (Photo: Ahmad Bazz/Activestills.org)




Palestinian, Israeli and international Jewish activists build a protest camp in Surara, West Bank, May 19, 2017. (Photo: Ahmad Bazz/Activestills.org)
The action, linked directly to the 50-year anniversary of Israel’s occupation, took place in the shadow of a mass Palestinian hunger strike and protests taking place across other parts of the West Bank, in which dozens of Palestinians have been wounded, as well as President Trump’s visit to Israel on Monday. Israeli media essentially has ignored the story.
The encampment was organized by an anti-occupation coalition of groups, including the Center for Jewish Nonviolence, local Palestinian committees, Youth Against Settlements, the All That’s Left Collective, the Holy Land Trust and Combatants for Peace. Members of the Jewish American anti-occupation group, IfNotNow, also participated in the action.
While Palestinians in the West Bank have been engaged in nonviolent protests against Israeli occupation for many years, and Israelis have joined them in solidarity, this is likely the biggest delegation of diaspora Jews ever to come Palestine in order to engage in direct action against Israeli policies in the West Bank. The Jewish activists, primarily from North America but which included a handful from Australia and Europe, are challenging the Israeli occupation because they say it violates their Jewish values.
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Palestina. Una marcia contro le demolizioni, a rischio 1500 persone ...

osservatorioiraq.it/voci-dal.../palestina-una-marcia-contro-le-demolizioni-rischio-150...
25 set 2012 - Altri quattro, Mufaqarah, Tuba, Maghayir al-Abeed e Khirbet Sarura ... Il corteo, composto da una sessantina di partecipanti palestinesi, ...

Palestina. “This must be the place”, la petizione per salvare Masafer ...

www.osservatorioiraq.it/palestina-“this-must-be-the-place”-la-petizione-per-salvare-m...
18 dic 2012 - Palestinesi, israeliani e internazionali insieme per chiedere l'abolizione ... at-Tabban, al-Fakheit, Halaweh, Mirkez, Jinba, Kharoubeh e Sarura.
 

venerdì 19 maggio 2017

Tensione tra Anp e comitato pro-detenuti per arrivo Trump a Betlemme .Un mese di sciopero, strade bloccate per protesta

Betlemme. Il presidio a sostegno dei detenuti palestinesi in Piazza della Mangiatoria (foto Michele Giorgio)
Betlemme. Il presidio a sostegno dei detenuti palestinesi in Piazza della Mangiatoria (foto Michele Giorgio)
AGGIORNAMENTO
ORE 17 Giorno della Rabbia. Scontri tra palestinesi e soldati israeliani in Cisgiordania e Gaza
Migliaia  di palestinesi hanno partecipato oggi a Beita ai funerali di Moataz Bani Shamsa, il 23 ucciso ieri a Huwara (Nablus) da un colono israeliano. Al termine dei riti funebri  alla periferia del villaggio sono divampati scontri tra palestinesi e soldati israeliani, seguiti da incidenti anche nei centri circostanti. Centinaia di palestinesi hanno affrontato i militari israeliani in mumerose altre località al termine di manifestazioni a sostegno dei detenuti politici in sciopero della fame nelle carceri israeliane. Scontri anche a Gaza, dove almeno otto manifestanti sono rimasti feriti, due dei quali in modo grave. In Cisgiordania i feriti sono stati decine.
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della redazione
Betlemme, 19 maggio 2017, Nena NewsL’arrivo di Donald Trump il 23 maggio a Betlemme, dove il presidente americano incontrerà il leader dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) Abu Mazen, sta provocando tensioni tra il governo palestinese e il locale comitato popolare di sostegno allo sciopero della fame che da oltre un mese attuano circa 1500 detenuti politici per ottenere migliori condizioni di vita nelle carceri israeliane su appello del leader del partito Fatah in Cisgiordania, Marwan Barghouti, che sconta una condanna a cinque ergastoli.
Fonti locali hanno riferito a Nena News che l’Anp ha chiesto di rimuovere il presidio permanente pro-detenuti sulla Piazza della Mangiatoia, davanti alla Chiesa della Natività di Betlemme, in occasione dell’arrivo di Trump. Si tratta di uno dei presidi più noti e frequentati tra quelli che sono stati allestiti nell’ultimo mese in Cisgiordania e Gaza per discutere e manifestare appoggio alla protesta nelle prigioni.
Il comitato locale in sostegno ai prigionieri politici ha respinto la richiesta e spiegato che proprio l’arrivo di Trump dovrà essere una occasione per spiegare al presidente americano la situazione dei circa 6.500 palestinesi reclusi in Israele.
  Le stesse fonti annunciano che il 23 maggio sarà proclamato uno sciopero generale in tutto il distretto di Betlemme per esprimere disapprovazione nei confronti delle politiche dell’Amministrazione americana “a sostegno di Israele e contro i diritti dei palestinesi”.
Intanto salgono tensione e proteste per l’uccisione ieri a Huwwara, a qualche chilometro da Nablus, di un giovane, Moataz Bani Shamsa, 23 anni di Beita, colpito dagli spari di un colono israeliano che transitava in quella zona, durante una manifestazione in solidarietà con i detenuti politici palestinesi. Testimoni palestinesi hanno raccontato che il colono si è fermato e dalla sua automobile raggiunta da alcune pietre e ha fatto fuoco uccidendo Tajeh e ferendo ad un braccio un giornalista palestinese, Majed Mohammad, dell’agenzia americana Associated Press.
 Moataz Bani Shamsa, 23 anni, ucciso ieri a Huwara
Moataz Bani Shamsa, 23 anni, ucciso ieri a Huwara
Un filmato diffuso dall’agenzia Ramallah News tuttavia conferma solo in parte questa versione poiché mostra una folla di dimostranti che, ad un certo punto, circonda l’automobile del colono, colpendola con pietre e calci, mentre una pattuglia militare israeliana giunge in zona sparando e lanciando candelotti lacrimogeni che disperdono la folla. Secondo un’altra versione Moataz Bani Shamsa, potrebbe essere stato raggiunto da un proiettile sparato dai soldati. Il colono da parte sua sostiene di aver sparato solo in aria per “salvarsi da un linciaggio”. Oggi migliaia di persone hanno partecipato a Beita ai funerali del giovane ucciso.
Due giorni fa un fatto simile era accaduto a Silwad (Ramallah) dove un altro colono aveva sparato e ferito gravemente un giovane palestinese che aveva lanciato sassi contro la sua automobile. Il colono è stato fermato e subito rilasciato dalla polizia perché “avrebbe agito per difendersi”.
Intanto l’esercito israeliano ha annunciato di aver arrestato la scorsa notte in Cisgiordania l’autista di una ambulanza palestinese che ieri ad Huwara avrebbe bloccato, di proposito secondo i militari, la strada impedendo al colono di fuggire con la sua automobile, e quello dell’autobus usato per portare ad Huwara i dimostranti pro-sciopero dei detenuti   Nena News


GUARDA IL VIDEO GIRATO DA RAMALLAH NEWS IERI AD HUWARA


 
 
Le autorità, riferiscono fonti locali a Nena News, avrebbero chiesto al comitato di sostegno allo sciopero della fame in corso nelle carceri israeliane di…
nena-news.it
https://www.facebook.com/RamallahNewsOfficialPage/videos/1518175891590179/



 
 
 
Nella notte gruppi di palestinesi hanno chiuso le vie di comunicazione a Nablus, Tulkarem e Ramallah in solidarietà con i prigionieri. Barghouti rifiuta anche l’acqua
nena-news.it



Roma, 17 maggio 2017, Nena News – Continuano le proteste nelle strade della Cisgiordania in sostegno allo sciopero della fame portato avanti da 1.800 prigionieri politici nelle carceri israeliane.
Nella notte manifestanti palestinesi hanno chiuso una delle principali strade nel nord della Cisgiordania, nei pressi di Tulkarem: hanno dato alle fiamme dei copertoni bloccando la strada che da Nablus conduce al campo profughi di Nur Shams, a est di Tulkarem. In città è stata eretta una tenda di solidarietà, iniziativa presa in molte comunità palestinesi come forma di solidarietà con la protesta dentro le carceri.
La strada è stata riaperta solo al passaggio dell’auto che trasportava Taha al-Irani, uno dei leader del campo profughi, rilasciato ieri dopo cinque giorni di detenzione. In mattinata altre strade sono state chiuse da manifestanti tra Birzeit e Ramallah e sono state riaperte solo dopo l’intervento della polizia palestinese che si è scontrata con i giovani in protesta.
Più drammatico l’episodio che si è verificato a est di Ramallah, a Silwad, questa mattina: dei giovani palestinesi hanno chiuso la strada e – secondo l’esercito israeliano – hanno lanciato pietre ai veicoli dei coloni in transito. Un colono è sceso dalla sua auto e ha aperto il fuoco, ferendo il 19 enne Ibrahim Rasem Hamed. Il ragazzo è stato arrestato dall’esercito e condotto in un ospedale israeliano.
I prigionieri sono a digiuno dal 17 aprile, un mese esatto: chiedono il miglioramento delle proprie condizioni di vita secondo quanto previsto dal diritto internazionale e dalla Convenzione di Ginevra (la fine dell’isolamento, visite regolari di familiari e avvocati, assistenza medica, possibilità di accedere a libri e televisione) e la fine dell’utilizzo strutturale della detenzione amministrativa, forma di custodia cautelare illegale che Israele utilizza per detenere “sospetti” senza formulare accuse né arrivare a processo.
Ieri, nel 30esimo giorno di sciopero, il Comitato Palestinese per gli affari dei prigionieri ha annunciato che Marwan Barghouti, leader di Fatah e dello sciopero in corso, ha deciso di non bere più acqua in risposta al silenzio israeliano in merito alle legittime richieste dei prigionieri.
Finora i detenuti a digiuno hanno assunto solo acqua e sale per sostenersi, non abbastanza tanto che le condizioni di molti di loro stanno seriamente deteriorando. La decisione di Barghouti di non bere più acqua è considerata estremamente pericolosa per la sua salute, ma viene definita dal Comitato “un punto di svolta nello sciopero della fame di massa”. Lo stesso Comitato si è rivolto al Consiglio di Sicurezza e all’Assemblea Generale dell’Onu perché intervenga sulla questione e faccia pressioni su Israele e la politica dell’infliggere “una morte lenta” ai detenuti palestinesi.
Lunedì sembrava essersi aperto uno spiraglio: secondo fonti dello Shin Bet, i servizi segreti interni israeliani, si stava tentando di raggiungere un accordo. Ma il ministro della Sicurezza Pubblica Erdan ha fatto sapere che un negoziato si sarebbe aperto solo a sciopero concluso. Per ora nulla di fatto mentre proseguono le punizioni contro i prigionieri in sciopero: visite negate, isolamento e aumento dei trasferimenti da un carcere all’altro. Nena News

I ristoranti di Gaza servono solo acqua salata per solidarietà con i prigionieri palestinesi

 
 
 
Lo sciopero della fame iniziato dai reclusi palestinesi si è esteso alla popolazione locale ed è diventata virale in rete
huffingtonpost.it
 
 
 Menù interamente cancellato e sostituito con un'unica "bevanda": acqua e sale. Non si tratta, tuttavia, della trovata di alcuni fan di Mina e Celentano, bensì della chiara forma di protesta di molti ristoranti e hotel situati sulla Striscia di Gaza, che hanno deciso di solidarizzare con i circa 1600 prigionieri palestinesi (detenuti nelle carceri israeliane) che attualmente stanno portando avanti uno sciopero della fame, bevendo - appunto - solo acqua e sale.
Lo staff di queste strutture ha inoltre iniziato a vestire uniformi con la scritta "acqua e sale" e "onore come dessert". La notizia è stata data da Salah Abu Hassireh, il capo del Comitato palestinese dei ristoranti, hotel e servizi turistici.
Il gesto di ribellione dei prigionieri e dei ristoratori palestinesi è stato lanciato anche in rete, dove è diventato virale un video in cui una pop star palestinese, Mohammed Assaf, sfida chiunque a bere acqua e sale e a filmarsi, finché i detenuti (che lui chiama "compagni eroici") non verranno liberati. La "sfida" è stata ribattezzata "salt and water challenge".
Nelle carceri israeliane, invece, lo sciopero della fame - o, come viene da loro chiamato, lo "sciopero della libertà e della dignità" - è iniziato il 17 aprile scorso, giornata in cui in Palestina si commemoravano proprio i prigionieri. L'obiettivo non è solamente quello della loro liberazione - come ricorda Assaf nel video - ma anche quello di ottenere per essi il diritto di telefonare, di avere un avvocato, di avere migliori cure sanitarie e di scongiurare la detenzione in isolamento.
In tutto, i palestinesi in carcere nei luoghi di detenzione israeliani sono circa 6500, reclamati dalla loro patria come prigionieri politici, ma accusati di terrorismo da Gerusalemme. Altri 500, invece, sono sotto la cosiddetta "detenzione amministrativa", che consente alle forze dell'ordine israeliane di non formulare un capo d'accusa per i 6 mesi successivi alla cattura.
Le autorità israeliane hanno condannato duramente il gesto, tanto che il ministro della sicurezza pubblica, Gilad Erdan, ha precisato ai media locali che "i prigionieri coinvolti nello sciopero sono terroristi e persone incarcerate per omicidio. Meritano le condizioni in cui sono reclusi". La protesta continua.
 

Vijay Prashad :Jawaharlal Nehru

18 maggio  2017
Il 15 maggio è  la Giorno della Nabka, la Giornata della Catastrofe, per i palestinesi. Nel 1948, in quel giorno lo Stato di Israele cominciò a emergere e tre quarti di milione di palestinesi furono espulsi dalla loro terra. Il termine Nabka  fu stato coniato da uno storico siriano, Constantine Zurayk che nel 1952 era il Presidente pro tempore dell’Università Americana di Beirut (Libano).
Parte della nazione palestinese espulsa era fuggita a Gaza dove – fin dall’inizio – vissero nei campi profughi, assistita dalle Nazioni Unite che erano alle prime armi (era nata nel 1945, n.d.t.). La guerra tra Israele ed Egitto per Gaza ottenne una risposta dell’ONU nel 1956 quando la Forza d’emergenza dell’ONU arrivò a difendere le Linee di Demarcazione dell’Armistizio. Tra i caschi blu che si facevano strada verso Gaza, c’erano truppe indiane. Altre truppe indiane erano state a Gaza durante quella che fu nota come la Prima Battaglia di Gaza, nel 1917 che
Le forze imperiali britanniche contro le forze imperiali ottomane. Avevano combattuto in Iraq e in Egitto, compreso il Levante fino a Gerusalemme. La loro storia è in gran parte dimenticata. Sono stato contento di averla vista ripresa   nella monumentale storia di  Leila Tarazi Fawaz,  A Land of Aching Hearts: The Middle East in the Great War (2014) [Una terra di cuori doloranti: il Medio Oriente nella Grande Guerra], in un capitolo  intitolato: ‘South Asians in the War’ (Gli Asiatici del Sud nella guerra).
Il Generale Indar Jit Rikhye servì a Gaza nel corso della sua prima missione e poi vi tornò nel 1966 per condurla fino alla Guerra dei Sei Giorni nel 1967. Nel 1960 il Primo Ministro dell’India, Jawaharlal Nehru, andò a visitare le truppe indiane e altre truppe dell’ONU a Gaza. Dopo la sua visita, salì su un aereo dell’ONU che lo doveva portare a Beirut. Quando il velivolo decollò, comparvero due aerei da caccia israeliani che iniziarono delle manovre aggressive contro l’aereo dell’ONU. Nehru ha raccontato parte della storia al Parlamento indiano il 1° agosto 1960. Ha detto che l’azione israeliana era ‘immotivata’ e che le autorità israeliane avevano avuto ‘in precedenza notizia della visita che Nehru intendeva fare a Gaza’. Fortunatamente per Nehru, il suo pilota dell’ONU mantenne i nervi saldi e portò il Primo Ministro a Beirut.
A Beirut, Nehru visitò l’Università Americana dove fu accolto a braccia aperte. Quando insegnavo all’AUB (American University of Beirut), nel 2013-2014, sono andato a cercare negli archivi e ho trovato molte bellissime fotografie di quella visita, compresa una di Nehru che passa di fianco alla casa del Presidente dell’AUB e un’altra degli studenti seduti sulle finestre per ascoltare il suo discorso (ques’ultima la trovate su: https://zcomm.org/znetarticle/jawaharlal-nehru, n.d.t.).
All’AUB, Nehru non disse nulla di quello che era successo nei cieli di Gaza. Tenne a freno la lingua fino a quando tornò al Parlamento indiano, dove fece la sua dichiarazione ufficiale. Potete leggere la storia di questa visita che ho scritto per Frontline ed è intitolata ‘Nehru a Beirut’. Fornisce un po’più di contesto e ha più fotografie (http://www.frontline.in/world-affairs/nehru-in-beirut/article5389770.ece).
Stavo pensando a questa notizia sul prolungato sciopero della fame per la Libertà e la Dignità Palestinese e alla visita dell’attuale Primo Ministro indiano, Narendra Modi a Israele. Dubito che Modi chiederà al governo israeliano di scusarsi formalmente per avere messo a rischio la vita di un precedente capo di governo indiano. Israele non ha mai ammesso questo incidente, ma Nehru lo ha messo nei documenti del parlamento Indiano. Spero che in India l’opposizione solleverà questo problema nella sessione parlamentare denominata  Monsoon Session che si terrà dal 18 luglio al 12 agosto.
Nel frattempo, tre navi da Guerra indiane (Trishul, Mumbai e Aditya) sono ormeggiate ad Haifa (nello stato di Israele) per svolgere una serie di attività congiunte con la marina israeliana. Questa task force è comandata dal Contrammiraglio RB Pandit.
Al contrario che negli anni ’50 e ’60, le truppe indiane non sono nella posizione di proteggere le persone vulnerabili e quelle deboli, ma di mettere in mostra i loro muscoli di fianco ai potenti. Le truppe indiane che andarono a Gaza negli anni ’50, facevano parte dell’Operazione Shanti,  che significa pace. Nessuna parola di questo genere si può applicare adesso alle truppe. Fanno parte di giochi di gran lunga più pericolosi.
Nella foto: Jawaharlal Nehru
Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
Originale: Vijayprashad.org
Traduzione di Maria Chiara Starace
Traduzione © 2017 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0

Jawaharlal-Nehru

Ucciso palestinese da un un settler durante una manifestazione a sostegno dei detenuti in sciopero della fame





Sintesi personale


Un colonizzatore israeliano ha sparato e ucciso un palestinese vicino a Huwwara in Cisgiordania durante una manifestazione  di solidarietà con lo sciopero di massa  dei prigionieri palestinesi in Israele . Il palestinese ucciso si chiama   Mutaz Hussien Hilal Bani Shamsa, 23 anni, secondo la Ma'an News Agency .

Il colonizzatore ha anche sparato e moderatamente ferito il fotografo Majdi Eshtayya.
In una dichiarazione l'IDF ha affermato che la protesta aveva attirato circa 200 palestinesi, alcuni dei quali avevano cominciato a tirare  pietre contro  i veicoli israeliani. Le fotografie pubblicate da Walla mostra  l'auto del settler  con il parabrezza pesantemente danneggiato.
Il presunto sparatore è residente nell' 'insediamento di Itamar, vicino a Nablus. Alcuni  coloni   hanno affermato che  aveva inizialmente sparato in aria, altri hanno motivato la sua reazione come difesa da un  "tentativo di linciaggio " Ynet mostra  in un video  un gruppo di palestinesi che prende a calci un'auto civile prima di essere disperso daI gas lacrimogeni e dalle granate sparate dai soldati israeliani.
Tuttavia  I  filmati  forniti a +972 da Rabbis for Human Rights  mostrano la macchina del colonizzatore muoversi verso una folla di palestinesi che bloccano la strada. . I dimostranti .  iniziano a lanciare pietre contro l' 'auto.
Ahmad al-Bazz, un fotografo di Activestills  spiega :  "I  dimostranti hanno bloccato la strada e sono stati avvicinati da un'auto guidata da coloni  I manifestanti hanno messo una bandiera sull'auto e hanno cominciato a prenderla a calci . Il conducente ha continuato a muoversi e ha minacciato di investirli 
I soldati  hanno visto tutto  e non hanno fatto nulla.La tensione è aumentata  e [i manifestanti] hanno cominciato a gettare pietre contro  l'auto"  Un altro testimone oculare ha affermato che il colonizzatore "ha colpito alcune persone con la sua auto, i manifestanti , quindi, hanno iniziato a gettare pietre. Lui  ha tirato  fuori la pistola e ha aperto il fuoco".
Lo sciopero della fame  ha visto proteste di massa sostenute in tutta la Cisgiordania, accompagnate da un aumento del numero di palestinesi  feriti o uccisi dalle forze di sicurezza israeliane 
1. La  settimana scorsa, uno sniper israeliano ha sparato  e ucciso  Saba Abu Ubeid , 23 anni , durante una dimostrazione di solidarietà a Nabi Saleh. Ubeid è stato il 21 palestinese  ucciso dal  fuoco vivo dalle forze di sicurezza israeliane dall'inizio del 2017.
2 La violenza del Settler è aumentata notevolmente nelle ultime settimane. I coloni provenienti da Baladim hanno attaccato gli attivisti israeliani di sinistra nella valle del Giordano verso la fine di aprile
;Il giorno dopo, coloni di Yitzhar - noto per il suo estremismo - hanno  attaccato i palestinesi a Huwwara e Urif . 
Martedì, un uomo palestinese è stato ricoverato in ospedale dopo che i coloni hanno gettato pietre contro di lui. 
  Mercoledì, un colonizzatore israeliano ha sparato e ferito un uomo palestinese vicino a Silwad sostenendo che quest'ultimo aveva lanciato pietre contro di lui.
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A Palestinian demonstrator gestures while lying on the ground during a protest in solidarity with hunger striking Palestinian prisoners, near Huwwara, West Bank, May 18, 2017. (Ahmad al-Bazz/Activestills.org)
An Israeli settler shot and killed a Palestinian near Huwwara in the West Bank on Thursday, during a demonstration in solidarity with an ongoing mass hunger strike by Palestinian prisoners in Israel. The dead man was named by the Palestinian Ministry of Health as Mutaz Hussien Hilal Bani Shamsa, 23, according to Ma’an News Agency.
The settler also shot and moderately wounded Associated Press photographer Majdi Eshtayya.
An IDF statement said that the protest had drawn around 200 Palestinians, some of whom had been throwing stones at passing Israeli vehicles. Photographs published by Walla show what is purportedly the car belonging to the settler in question, with its windshield heavily damaged. Palestinian media reported the demonstration as a peaceful march.
The alleged shooter is a resident of Itamar settlement, near Nablus, who was detained for questioning following the incident. Other settlers on the scene claimed that he had initially fired into the air, while an associate of the man who was with him at the time described the altercations leading up to the shooting as a “lynch attempt” by Palestinians. Ynet, which interviewed the associate, subsequently applied the “lynch” label to a video of the confrontation — which shows a group of Palestinians kicking a civilian car before they’re dispersed by tear gas and shock grenades fired by Israeli soldiers. Walla also labeled the incident a “lynch attempt.”
However, CCTV footage of the lead-up to the shooting, provided to +972 by Rabbis for Human Rights, shows the settler’s car driving toward a crowd of Palestinians blocking the road, who then surround the vehicle. The car stands still for a while, before darting forward and running over several Palestinians. Other demonstrators then start to throw stones at the car.
Ahmad al-Bazz, an Activestills photographer who was on the scene at the time of the incident, described how “demonstrators blocked the road and were approached by a car with settlers in it. The protesters put a flag on the car, pushed and kicked it. The driver continued on his way, and threatened to run over the demonstrators.
“The soldiers who were standing nearby saw this and did nothing. Things escalated and [protesters] started throwing stones at the car,” al-Bazz continued. Another eyewitness said that the settler “hit a few people with his car, demonstrators started throwing stones, and then he drew his gun and opened fire.”
The month-long hunger strike has seen sustained mass protests across the West Bank, which has been accompanied by an uptick in the number of Palestinians shot and wounded or killed by Israeli security forces. On Friday last week, an Israeli sniper shot dead Saba Abu Ubeid, 23, during a hunger strike solidarity demonstration in Nabi Saleh. Ubeid was the 21st Palestinian to be killed by live fire from Israeli security forces since the beginning of 2017.
Settler violence has also increased sharply in recent weeks. Settlers from the radical Baladim outpost attacked left-wing Israeli activists in the Jordan Valley toward the end of April; a day later, Israeli from the Yitzhar settlement — also known for its extremism — attacked Palestinians in Huwwara and Urif. On Tuesday, a Palestinian man was hospitalized after settlers threw stones at him. On Wednesday, an Israeli settler shot and wounded a Palestinian man near Silwad in the northern West Bank, claiming the latter had been throwing stones at him.
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An AP photographer was also wounded by the settler, who opened fire during a protest in solidarity with Palestinian prisoners on hunger strike. An Israeli settler…
972mag.com|Di Natasha Roth

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