lunedì 23 ottobre 2017

Simone Zimmerman : In America, i nazisti possono ottenere l' aiuto dello Stato.Chi boicotta Israele non sempre l'ottiene

Sintesi personale


In America, Self-declared Nazis Can Get State Aid. Israel Boycotters Increasingly Can't







A Dickinson, in Texas, l' uragano Harvey ha colpito la periferia di Houston, i residenti sono stati invitati a firmare un modulo dove confermavano di  non   essere  coinvolti nel  boicottaggio di Israele, solo così potevano ricevere aiuti da parte dello  Stato per ricostruire le loro case.
Nel mese di maggio lo stato del Texas ha approvato una legge che vieta agli enti statali di stipulare contratti con aziende che boicottano Israele o gli insediamenti della Cisgiordania. Negli ultimi anni 21 leggi simili sono state approvate negli Stati Uniti e altre iniziative sono  in corso. La guerra al boicottaggio è un obiettivo di primo piano per l'AIPAC e per i cristiani Uniti per Israele.
Tali misure sono state fortemente condannate dall'ACLU  in quanto costituiscono  una violazione al primo emendamento.
Pressato  da Haaretz, il rappresentante dello Stato del Texas, Phil King, ha detto che forse c'è stato " un malinteso" su come attuare il disegno di legge che punta a penalizzare   le imprese e non le persone.
Anche il console generale di Israele a Houston, l’ADL e  Boston JCRC sostengono che ciò che è accaduto a Dickinson sia un errore, ma non pongono in discussione l' ingiustizia insita nella legislazione stessa . In ogni caso quanto accaduto nel Texas dovrebbe farci riflettere e allarmarci
Prima di tutto è evidente che  per i suoi difensori  gli insediamenti della Cisgiordania sono Israele  e  gli  insediamenti sono un'espressione fondamentale del loro sionismo.
Proprio il mese scorso il governo israeliano ha ospitato una celebrazione ufficiale di 50 anni di insediamenti e Netanyahu ha promesso che non farà mai evacuare gli insediamenti.
Il movimento anti-BDS sta cercando di rendere gli Stati Uniti un luogo  dove coloro che osano protestare contro Israele siano trattati non diversamente da come  Israele tratta i suoi dissidenti che  definisce  traditori.



Negli ultimi anni il governo di Netanyahu ha esaltato la repressione contro gli oppositori dell'occupazione. Dalle proteste non violente della Cisgiordania, alle iniziative diplomatiche dell'ONU alle azioni non violente di boicottaggio, qualsiasi forma di resistenza palestinese è bollata come terrorismo violento, antisemitismo e minaccia per l'esistenza stessa dello stato.
Anche la repressione degli israeliani è grave. I dissidenti sono considerati  traditori  e  Israele fa tutto il possibile per eliminare pubblicamente chi  resiste  all'occupazione. Proprio questa settimana  si parla di  un disegno di legge  per bandire ufficialmente Breaking the Silence
Israele ama vantarsi della sua libertà di parola, ma la verità è che in Israele il discorso è libero solo se non sfida il dominio dello Stato.

Le Federazioni ebraiche e AIPAC non stanno chiedendo una legislazione finalizzata a limitare i diritti dei nazisti a ricevere servizi e benefici pubblici.
    Quanto è accaduto a Dickinson è sicuramente contorto e orribile, ma è il risultato inevitabile di una campagna del governo israeliano e dei suoi propagandisti ebrei  americani a equiparare la richiesta dei diritti per i  palestinesi  all' 'antisemitismo a tutti i costi, a  ritrarre i sostenitori del BDS come peggiori dei nazisti .
Dobbiamo fare una scelta
    Da una parte ci sono persone che credono nei diritti umani per tutti. Alcuni credono nel boicottaggio dello stato di Israele o delle aziende che beneficiano dell'occupazione. Alcuni credono nella trasformazione delle istituzioni comunitarie ebraiche. . Alcuni credono nell'operare ,insieme alla società civile progressista israeliana e ai palestinesi ,in azioni di coe -resistenza ..
  Dall'‘altra parte ci sono i difensori dello status quo. Essi ritengono che i cittadini israeliani non dovrebbero avere il diritto di chiedere il boicottaggio all'interno della propria società. Credono che i critici dello stato israeliano e dell'occupazione non dovrebbero avere il diritto di visitare il paese. Credono che i cittadini degli Stati Uniti d'America debbano essere criminalizzati se osano dare voce al dissenso.
Se non credete a BDS, non partecipate. Questo è un tuo diritto. Scegliete un'altra strategia.   L'AIPAC, l’ADL, le Federazioni ebraiche e i cristiani per Israele stanno puntando a far approvare leggi pericolose in America e stanno minacciando le nostre libertà- .

I disastri politici dell'ultimo anno mi hanno insegnato che non dobbiamo dare per scontato la nostra libertà. Dobbiamo proteggere i nostri diritti e difenderli .
Se sei preoccupato per il futuro della democrazia americana, non fare un'eccezione per Israele.

In America, Self-declared Nazis Can Get State Aid. Israel Boycotters Increasingly Can't


Op
In Dickinson, Texas, a Hurricane Harvey-struck Houston suburb, residents were asked to sign a form stating that they will not engage in boycotts of Israel in order to receive state aid to rebuild their homes.
In May, the state of Texas passed a law banning state entities from contracting with companies that boycott Israel or West Bank settlements. 21 similar laws have passed around the United States in the last few years, with more initiatives on the way. The Israel Anti-Boycott Act, introduced in the House and Senate, mired in controversy, are a top lobbying agenda for AIPAC as well as for Christians United for Israel. 
Such measures have been strongly condemned by the ACLU, who argue that such legislation are an infringement on First Amendment rights. The ACLU also recently filed a lawsuit challenging a similar law in Kansas, after a math teacher was asked to sign a similar statement in order to participate in a state program.
When pressed by Haaretz, Texas state representative Phil King said that perhaps there had been a "misunderstanding" about how to implement the bill that he had authored, which was, he insisted, intended to target companies and not individuals.
Supporters of the legislation also recognized the terrible optics of conditioning a human being’s ability to rebuild their home based on an irrelevant political opinion. However, from Israel’s consul general in Houston, to the ADL and Boston JCRC, they maintain that what happened in Dickinson is a mistake, or to use King's phrasing, a "misunderstanding", but not a sign of the injustice of the legislation itself. 
Misunderstanding or not, this development in Texas should make up us sit up and pay attention. What is so alarming is its consequences for freedom of speech and protest in America, and no less concerning, because of the broader implications of where the anti-BDS movement is taking us, both in the U.S. and in Israel.
Anti-Israel protest
Demonstrators protesting in Paris to denounce the Israeli military offensive in the Gaza Strip, July 11, 2014. AFP
First of all, what this tells us - once again - is that to its defenders, Israel and West Bank settlements are one and the same enterprise. Far from posing a threat to the project of Jewish statehood, the settlements are a core expression of their Zionism.
By targeting those who are inclined to a partial – settlements-only – boycott, with Israel-as-a-whole boycotters – all differences and borders are erased. While defenders of Israel often decry those who conflate Israel and the occupation, perhaps they should take a look in the mirror; no one is doing that more effectively than they are.
But that is not news to those paying attention. Just last month the Israeli government hosted an official celebration of 50 years of settlement and Netanyahu promised he will never evacuate settlements. 
The anti-BDS movement is trying to make the U.S. a place where those who dare to protest Israel are treated the same way Israel treats its dissidents - as traitors.  
Female organization 'Women in Black' during a demonstration in Paris against IDF operations in territories and the building of the fence, celebrating the organization's 20th anniversary, Dec. 28, 2007.
Female organization 'Women in Black' during a demonstration in Paris against IDF operations in territories and the building of a fence, celebrating the organization's 20th anniversary, Dec. 28, 2007. Tomer Neuberg, Ginny
In recent years, the Netanyahu government has escalated its crackdown on opponents of the occupation. From non-violent protests in the West Bank, to diplomatic initiatives in the UN and non-violent called for boycotts, any form of Palestinian resistance is branded as violent terrorism, anti-Semitic, and a threat to the very existence of the state.
And the crackdown on Israelis is severe as well. From branding dissidents as traitors, to banning even a call for boycotting settlement products, Israel is doing all it can to formally outlaw, and publicly malign, all resistance to the occupation. Just this week, there are reports that a bill is in the works to officially outlaw Breaking the Silence - former IDF soldiers who share testimonies from the territories, weilding the most deadly weapon of all: their truths.
Israel likes to boast about its freedom of speech. But the truth is that, in Israel, speech is only free if it does not challenge the domination of the state.
Never mind all of the internal problems in Israeli society, the corruption allegations against Netanyahu, the millions of Palestinians living unable to move freely in the West Bank or without drinking water and electricity in Gaza. How could Israeli Jews possibly be able to even consider give rights or dignity to any other people living amongst them when evil enemies, some of whom are even Jewish themselves, are trying to destroy them from abroad?
Demonstration by Breaking the Silence in support of Reuven Rivlin and the wave of incitement to delegitimize human rights activists, March 27, 2016.
Demonstration by Breaking the Silence in support of Reuven Rivlin and the wave of incitement to delegitimize human rights activists, March 27, 2016. Moti Hillerod, Haaretz
And the branding has worked. The Israeli government pushes the anti-BDS campaign, the Jewish establishment proudly amplifies it, and their Christian Zionist allies are all too happy to fulfill God’s will, the Bible's word and support the Jews. 
Though supporters of anti-BDS legislation claim they seek to do so without impinging on First Amendment rights, that is exactly what they are doing.  And they are doing the very thing they claim to oppose, "singling out" critics of Israel for punishment above all else.
Last I checked, the Jewish Federations and AIPAC weren’t pushing legislation to curtail the rights of Nazis to receive public services and benefits.
The Dickinson story - bizarrely rating an individual's right to a home according to their opinion on Israeli government policy - is surely twisted and horrifying. But it is the inevitable result of  a concerted campaign by Israel's government and its American Jewish propagandists to equate supporting Palestinian rights with anti-Semitism at all costs, to portray BDS supporters as worse than literal Nazis.
For decades, we have averted our gaze from Israel’s denial of rights from millions of people, and from what that indifference has done to Israeli society. Now, we have lost the ability to even tell that the same injustice has poisoned ours.
Our community’s obsession with stopping the BDS boogeyman has gone off the rails, and this is a taste of what's to come, if people of conscience don't stand up to this madness.
Delegates at the summit for countering BDS, United Nations, New York, March 30, 2017.
Delegates at the summit for countering BDS, United Nations, New York, March 30, 2017.Debra Nussbaum Cohen
If it was not clear before, this moment should be a wakeup call. We need to choose sides.
In one camp are people who believe in human rights for all. Some believe in boycotting the state of Israel or companies that profit off the occupation. Some believe in transforming Jewish community institutions to support more responsible policies. Some believe in investing in Israeli progressive civil society, in co-resistance and shared-society initiatives with Palestinians.
And on the other side you have defenders of the status quo. They believe that Israeli citizens should not have the right to call for boycotts inside their own society. They believe that critics of the Israeli state and the occupation should not have the right to visit the country. And they believe that citizens of the United States of America should also be criminalized if they dare to vocalize dissent.
If you don’t believe in BDS, then don’t participate in it. That is your right. Pursue another strategy. But contributing in any way to the demonization of non-violent protesters is supporting an environment in which non-violent boycotters can be criminalized.  To their credit, J Street, the Reform Movement, and T’ruah have all condemned these anti-BDS bills. But this moment demands more.
It demands we stand up to organizations like AIPAC, the ADL, the Jewish Federations and Christians United for Israel who are pushing these dangerous laws across America and threatening our freedoms.
Perhaps these laws are so absurd they won't stand up to more intensive legal and constitutional scrutiny. Perhaps, years from now, we will remember this as the inflection point when defenders of the occupation ran out of strategies to justify and protect the unjust and immoral oppression and dispossession of the Palestinian people.
But if the political disasters of the last year has taught me anything, it is that we should not take our freedoms for granted. We can’t count on responsible adults in government to stand up for our rights. We have to protect and assert them with all we have. 
If you're worried about the future of American democracy, don't make an exception for Israel.
Simone Zimmerman is an organizer and activist from Los Angeles and a founding leader of IfNotNow, a movement to end the American Jewish community’s support for the occupation. Twitter: @simonerzim

Limes :Kurdistan spaccato, Iran potente: le rivelazioni di Kirkuk

Kurdistan spaccato, Iran potente: le rivelazioni di Kirkuk via @SiriaLibano
https://goo.gl/bSGCti

Ugo Tramballi :QUEL CHE RESTA DEL MEDIO ORIENTE.


QUEL CHE RESTA DEL MEDIO ORIENTE.
Su Slow News
http://ugotramballi.blog.ilsole24ore.com/


Avviso ai naviganti, agli internauti, ai disinformati, ai populisti e ai politici. La prossima volta che ci sarà un attentato di matrice islamica in Occidente (sul “Guardian” il capo dell’intelligence service dice che in Gran Bretagna è imminente https://www.theguardian.com/uk-news/2017/oct/17/uk-most-severe-terror-threat-ever-mi5-islamist?utm_source=esp&utm_medium=Email&utm_campaign=GU+Today+main+NEW+H+categories&utm_term=248435&subid=21735151&CMP=EMCNEWEML6619I2 ), non chiedete ai governi arabi e agli imam delle comunità musulmane in Italia di condannare gli attacchi. Sabato scorso a Mogadiscio i terroristi di al Shabaab legati ad al-Qaeda, hanno ucciso 300 somali musulmani e ferito altri 500. Nella prima metà dell’anno hanno già fatto 1.800 vittime. Scarsa o nulla visibilità sulla stampa, silenzio di quei partiti muscolari, populisti e anti-islamisti che di solito non perdono occasione di parlare.
*
Scusate l’inciso. Veniamo al tema del post: il Medio Oriente. Con la presa di Raqqa, liberata dalle forze democratiche siriane sostenute dagli Stati Uniti, e la sconfitta del califfato, si chiude la seconda fase del grande caos regionale. La prima erano state le primavere arabe e il loro fallimento. La seconda era iniziata con l’ascesa militare e territoriale dell’Isis, e si chiude con la sua caduta. La terza inizia adesso. La potremmo definire “Scramble for Levant”, la mischia per la conquista della regione, per citare un grande libro dedicato alla corsa coloniale del continente nero (“The Scramble for Africa”, Thomas Pakenham, 1990).
Raqqa doveva ancora essere ripulita delle ultime sacche di resistenza e dalle trappole esplosive, che in Iraq le forze governative già attaccavano i curdi e s’impadronivano dei campi petroliferi di Kirkuk. Nel frattempo la Turchia ha vietato tutti i voli da e per il Kurdistan iracheno. I peshmerga che più di ogni altro avevano resistito, combattuto a lungo in solitudine e vinto l’Isis, sono di nuovo soli. Probabilmente non avrebbero dovuto organizzare il referendum sull’indipendenza ma anche se non l’avessero fatto, turchi, iracheni, siriani e iraniani avrebbero spazzato le aspirazioni territoriali curde e avviato la terza fase del caos mediorientale: appunto la mischia per occupare il vuoto lasciato dall’Isis.
Sono gli stessi paesi che per decenni hanno minacciato Israele perché negava i diritti dei palestinesi, sbraitando e lottando (del tutto teoreticamente) per la loro libertà. In una splendida manifestazione d’ipocrisia nemmeno i curdi, i loro palestinesi, hanno diritti.
Essendo alleato del governo di Baghdad e dei curdi, Donald Salomone Trump ha deciso di non agire. Meglio così: potrebbe fare danni peggiori. Tuttavia una superpotenza, soprattutto quella americana che con l’invasione dell’Iraq del 2003 aveva iniziato il processo di disgregazione regionale, dovrebbe mediare, esattamente sfruttando il vantaggio di essere amico dei contendenti.
Ma il Medio Oriente non è più terra di conquista militare o diplomatica per le potenze esterne alla regione. Certo, la Russia ha tratto importanti vantaggi dai fallimenti e dalla ritirata americana: è giusto dire che Putin sia un vincitore di questa seconda fase del grande caos. Ma gli Stati Uniti sono un memento di ciò che in Medio Oriente non si deve fare: restarci troppo a lungo. Nello Scramble for Levant la partita vera è fra i paesi della regione che Usa e Russia possono armare, appoggiare ma non determinarne la traiettoria.
Quello che tuttavia non appare dopo i sei anni di terremoto – quattordici se più correttamente facciamo partire il processo dalla conquista americana di Baghdad e dalla distruzione delle statue di Saddam Hussein – è un orizzonte: una luce in fondo al tunnel, un leader, l’esempio di un paese meritevole di guidare la rinascita.
L’uso politico dell’Islam prima e dopo l’Isis, continua ad essere una palla al piede per la modernizzazione; senza gli idrocarburi re ed emiri del Golfo vivrebbero nel XVIII secolo, in parte lo fanno comunque; nonostante Rouhani, l’Iran resta un paese fondamentalista; il mosaico di sette ed etnie è sempre una ragione d’instabilità e non di ricchezza; leaders nuovi o sopravvissuti al caos continuano ad avere la mentalità del rais legittimato da esercito e mukhabarat, non dal consenso popolare.
Anche dopo la caduta dell’Isis a Raqqa garantita da curdi e americani, e dopo quella di Deir el-Zor che sarà liberata da regime di Damasco e russi, la Siria resterà divisa. Il relativo vincitore della guerra civile è Bashar Assad: ne è sopravvissuto e garantisce l’unico centro di plausibile potere statale. Ma a cosa servirà? Potrebbero mai gli Assad essere diversi da quello che sono sempre stati? Posto che ne abbiano mai chiusa una, il regime ripristinerà le carceri nelle quali scompariranno altre migliaia di oppositori. La società civile di un paese carico di storia rimarrà ingabbiata fino alla sua prossima esplosione.

http://www.ispionline.it/it/slownews-ispi/
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Palestina/Israele Non è giusto che la gente debba vivere con questa paura


 

Com’è possibile che nella notte la gente venga svegliata da urla e rumori di persone che corrono verso le loro case lanciando sassi contro tutto e tutti?

Questo è successo la notte scorsa, quando un numero imprecisato di coloni israeliani provenienti dall’avamposto illegale di Havat Ma’on ha fatto irruzione nel villaggio palestinese di At-Tuwani. Villaggio che porta avanti l’ideale della resistenza nonviolenta.

Questi individui, sfruttando l’oscurità, sono corsi dentro al villaggio scatenando il panico tra la popolazione palestinese, che non riusciva a capire cosa stesse accadendo e perché.

Perché è successo? Cosa spinge qualcuno a compiere atti del genere? Esiste veramente una risposta a queste domande, una giustificazione a questi atti? Secondo me no.
Può essere stato il suono della moschea, l’invito alla preghiera che chiama i fedeli e scandisce i ritmi della giornata (l’equivalente della liturgia delle ore per i cristiani: lodi, ora media, ufficio, vespri, compieta), a scatenare questa follia?

Com’è possibile che le richieste di persone che vivono una realtà illegale anche per la legge israeliana vengano ascoltate e le autorità agiscano di conseguenza, mentre le richieste di aiuto da parte di famiglie che vedono il loro villaggio, le terre abitate dai loro padri e dai loro nonni prima di loro, attaccate e danneggiate, vengano invece ignorate?

Come se non bastasse, come se la situazione non fosse già abbastanza critica e caratterizzata da azioni ingiustificabili, si è aggiunto anche il comportamento delle forze dell’ordine a peggiorare la situazione: la polizia non si è presentata sul posto, nonostante le numerose chiamate di aiuto, mentre i soldati si sono presentati ma non sono intervenuti, anzi, di fatto si sono schierati dalla parte dei coloni.
Sì, si sono proprio schierati, perché mettersi a lanciare bombe sonore contro i palestinesi, che cercavano solo di scacciare gli intrusi dal proprio villaggio, è una cosa assurda, impensabile.
Come si possono lanciare gas lacrimogeni per disperdere la gente, quanto con il termine gente si intendono gli abitanti di quelle terre, lasciando invece i coloni, coloro che hanno violato leggi, irrompendo nel villaggio e lanciando pietre che hanno danneggiato edifici e avrebbero potuto ferire persone, liberi di agire?

È successo la notte scorsa, ma chi dice che non potrebbe succedere anche domani, o la sera dopo, o quella dopo ancora?
Non è giusto che la gente debba vivere con questa paura, con un senso di insicurezza e precarietà, in balia di persone ed eventi fuori controllo.


Non è giusto che la gente debba vivere con questa paura – di Operazione Colomba (0)

Non è giusto che la gente debba vivere con questa paura

http://www.operazionecolomba.it/palestina-israele/2903-non-e-giusto-che-la-gente-debba-vivere-con-questa-paura.html

Hebron : La morte e l’aranciata (di VC)



 

E’ stato quando, parlando di Hebron con un’amica davanti a un campo di basket, spettatrici distratte di un torneo in un pomeriggio domenicale, le ho detto “Questo è forse l’episodio del viaggio che più mi ha segnata e che più mi preme raccontare”, che mi sono resa conto di quanto poco, e a pochi, io stia effettivamente raccontando la mia ultima esperienza in Palestina. Compreso quell’episodio. Questa consapevolezza mi ha colpita come uno schiaffo di vento sulla faccia, in quella giornata di sole tenue e foglie immobili.

Ad Al Khalil la quotidianità non esiste.

Questa sera siamo sorprendentemente lanciati su una prospettiva di spenseriatezza e divertimento.

Shuhada Street si è riaffacciata sulla mia vita, il suo tunnel verde si è riaperto nel mio cuore dopo tre anni di ricordo sofferto, di rabbiosa e paziente attesa. Le vie della città vecchia sono tornate dentro ai miei occhi, con le loro pietre color ocra e le reti che tassellano il cielo in gabbie quadrate sporche di piscio, di immondizia, di uova marce.

Sono di nuovo ad Al Khalil, l’anima in gabbia, la residenza del dolore in Cisgiordania. Ma questa sera, i miei cari amici di qui – visti solo una volta di passaggio, sentiti saltuariamente, e nonostante ciò ora disposti a trovarci una sistemazione, offrirci un pranzo, la loro compagnia – ci portano fuori, a cenare e poi a fumare shisha.

A ridere, a goderci la città, H1, quella dei Palestinesi. Faccio una doccia mezza fredda, mezza gettandomi acqua riscaldata sul fornello da un catino, sperando che il bagno non serva a nessuno dei volontari e pensando che dovrò lavarmi di dosso questa vischiosa sensazione di agitazione e insofferenza e scacciare tutte le immagini tristi dalla testa, per questa notte.

Non ho alternative, perché i miei bagagli sono ancora sotto il sequestro del Ben Gurion, ma lo indosso ugualmente con una punta di vanità, come il vestito buono della festa: l’abito tradizionale palestinese, nero, coi suoi ricami rossi – in verità, non proprio il “tradizionale”, ma una sorta di imitazione, di cotone di pessima qualità prodotto chissà dove, ma il più conveniente, comprato a Gerusalemme come unica possibilità di ricambio che non mi intrappoli le gambe in qualcosa di caldissimo – mi scivola sul corpo. Il rosso mi dona, mi dico, guardandomi nello specchietto del bagno. “Il rosso dà beltà anche a chi non ne ha”, osserva civettuola la voce di mia madre nella mia testa. D’accordo, hai ragione tu. Mi trucco, mi tiro su i capelli, lasciando qualche ciocca fuori. Stasera è una serata di festa, stasera ci si deve sentire freschi e belli.

Izzat arriva nella casa dello Yas, ci dice che Jawad viene a prenderci di sotto in macchina. La sede in cui ci troviamo si trova a Tel Rumeida, su una collinetta dalla quale si vede tutta Al Khalil – il suo corpo flagellato, illuminata distesa orizzontale, le sue colonie che lo trapassano, le luci verdi delle moschee che potrebbero muoversi su di lei come fuochi fatui.

Scendiamo al buio sulle stradine ripide di terra rossa e pietre nascoste tra gli ulivi. Mi aggrappo a Matteo: mi chiedo come potrei muovermi se non ci fosse la sua mano a sostenermi lungo questo percorso in questi giorni. “Hai dato la buonanotte a tua madre?”, mi chiede. “Sì”, rispondo, e ridacchiamo: spieghiamo a Izzat la piccola bugia per non rendere fatale la sua preoccupazione per questo viaggio, “Lei non sa che dormiamo qui, o potrebbe morire di ansia: pensa che alloggeremo a Betlemme”.

Jawad ci aspetta ai piedi dell’altura. Saliamo in macchina, ha la radio accesa e sorride. Siamo elettrizzati, quando mette in moto, all’idea di un’uscita “normale” nella notte di Al Khalil.

Percorriamo le strade di H1, guardiamo dal finestrino i suoi palazzi monotoni, le insegne al neon, le luci dei locali: il pensiero del buio di H2 e delle sue trappole per topi anche in questo chiasso artificiale è una botola oscura mezza aperta dentro al petto. Ma c’è la musica, e ci sono loro che sorridono. C’è lo shisha che ci aspetta, e lo stomaco che inizia a reclamare cibo.

Poi il cellulare di Jawad suona. La radio continua a suonare qualcosa per un po’, poi la mano di Izzat si allunga sulla manovella del volume, e la voce gracchiante lì dentro si attenua fino a spegnersi come il sorriso di Jawad. I nostri sguardi interrogativi in realtà non oserebbero chiedere niente, il tono della voce di Jawad ci basterebbe, ci basterebbe per ora tacere guardando dallo specchietto retrovisore il suo volto che si è fatto di pietra.

Ma Izzat si gira verso di noi e ci traduce l’arabo della telefonata. “Dicono che suo fratello è stato arrestato… E’ la moglie del fratello al telefono…. Hanno appena arrestato il fratello, sotto casa. Yes. Era col figlio, ha tre anni il figlio. Dice che ha fatto un video, ha ripreso l’arresto, sì. Forse lo rilasciano se porta il video.”.

Ci congeliamo, anche i nostri corpi ora si pietrificano. Sento la gamba di Matteo contro la mia diventare di colpo pesante. L’allegria ci scivola dalla pelle e dai vestiti come una polverina d’oro di marca scadente, troppo superficiale per trattenersi su di noi per più di venti minuti. La leggerezza evapora, era così inconsistente da dileguarsi ora insinuandosi attraverso le feritoie degli sportelli chiusi. Mi sento ridicola, intrappolata, dentro al mio vestito della festa. E’ totalmente inopportuno, i suoi ricami rossi e le sue maniche larghe sono offensivi. Mi sembra di essermi vestita in maschera per un appuntamento di lavoro.

Jawad riaggancia. Izzat ci scambia qualche battuta, si guardano seri. Poi si volta verso di noi, e ci racconta cosa è successo. Io che accolgo tutto in questi giorni con una gratitudine stupefatta, mi chiedo perché mai si prenda la briga di tradurci tutto subito piuttosto che preoccuparsi insieme all’amico. “You see”, alza le spalle, “questa è la vita ad Hebron. Non possiamo uscire una sera che succede questo. E’ la nostra vita.”.

Il fratello di Jawad tornava quella sera dai campi, insieme al figlioletto, il piccolo Mohammed, di tre o quattro anni. Proprio sotto alla loro casa c’è un checkpoint, uno dei venti permanenti che costellano le strade e l’esistenza dei Palestinesi qui. Spingeva un carretto di frutta e verdura, pesante. I checkpoint hanno dei tornelli metallici attraverso i quali si passa uno alla volta, i Palestinesi dopo essersi svuotati le tasche, sfilati la cintura, e recitato un codice identificativo – ogni Palestinese di Hebron è diventato una serie di numeri: è un po’ come un tatuaggio, un pezzo di stoffa cucito addosso. Accanto ai checkpoints c’è una via di accesso agevolata per i coloni, invece, che possono attraversarli senza cifre, documenti, e con i loro bei mitra attaccati alla schiena. Nel checkpoint sotto alla casa del fratello di Jawad, Nour, c’è una barra di plastica sulla via privilegiata dei coloni. Si solleva solo per gli ebrei. Ma il piccolo Mohammed di apartheid è ancora inesperto, e allora per agevolare il papà che col carretto attraverso le sbarre metalliche non sarebbe riuscito a passare, ha fatto per toccare la plastica. La punta del mitra di un soldato israeliano gli si è subito appiccicato alla tempia.

Le urla e le lacrime dei genitori sono incontrollabili e fisiologiche come la fame, il sonno, la pipì dei loro bambini. Nour ha urlato di paura. La canna dell’arma sulla testa del figlio ha fatto esplodere nella sua gola la miccia della consapevolezza che ai Palestinesi tutto può succedere, anche essere ammazzati a tre anni per un mucchio di frutta. Quella miccia soffocata ogni giorno da segatura umida di pazienza, resistenza, autocontrollo, si è infiammata: un urlo.

Ma un urlo è un delitto, così come la paura: Nour si è ritrovato coi calzoni abbassati al posto di blocco, e poi caricato su una camionetta militare verso il carcere. Dalla sua finestra, la moglie riprendeva tutto tremante con la videocamera del suo cellulare.

La strada ci scorre accanto, improvvisamente meno luminosa e accogliente. Ho un martello nel cuore che lavora e non sa a che ritmo andare, ma io so che non vorrei essere in altro posto che qui. In nessun altro posto al mondo se non qui, all’interno di questa microstoria nella storia. “La racconterò”, mi dico. “E’ questa la vita che vuoi fare”, mi sussurra una voce, convinta.

Andiamo a cena – ma come andiamo a cena, c’è un arresto, è suo fratello: sì, ma dovremo pur cenare, you see, è la nostra vita, questo è vivere sotto occupazione.

Entriamo in un locale di una catena molto occidentale, molto capitalistica, molto fuori luogo in questo posto, in questo momento, e non solo. Ci si mangia pollo fritto, e patatine, fritte e rifritte. Il mio blocco di pietra nello stomaco mi chiede come potrò mai mangiare ora. “Dobbiamo mangiare”, ci fa Izzat, e il suo tono è irremovibile, come quello che ci si sente mormorare all’orecchio quando in una casa palestinese ti viene offerto il decimo caffè, l’ottavo tè, l’ennesimo frutto o dolce della giornata: “Lo devi accettare”. Dobbiamo cenare. Se non altro, per educazione nei confronti di Jawad, che non ha voluto annullare la serata insieme a noi, e si siede al nostro tavolo con l’orecchio incollato al cellulare.

Tra una telefonata e un’altra, Jawad produce in me quello stupore che renderà questo locale dozzinale, coi suoi avventori arabi che imitano gli americani dei Mc, e il ronzio della luce del bagno a pochi passi da noi che a stare attenti sovrasta la musica, un ricordo bellissimo. Non tocca cibo, lui. Ma scherza. Parla un sacco. Ci racconta barzellette. E io mi incanto ad osservarlo, mentre mi inzuppo le dita unte in una salsina anche lei con ambizioni occidentali: lo ammiro, mentre ci racconta quella di un cittadino di Nablus, uno di Ramallah e uno di Hebron, e ci propina i luoghi comuni sui Nablusi che sono gli stessi dei nostri sui baresi, e sfotte gli Hebronite e la loro inflessione, la lentezza della loro pronuncia, il loro modo comico di allungare pigramente tutte le parole. E’ anche questa, la resistenza? Questo ridere di nulla con degli sconosciuti quando ti hanno arrestato il fratello, ignorando o fingendo di ignorare il mostro di rabbia che ti sta divorando le viscere? Tiro lunghi, lunghissimi sospiri davanti allo specchio del bagno. Guardo come il fermaglio mi tiene ancora in alto i capelli in un’acconciatura che non poteva scegliere serata peggiore per riuscire così bene. Mi sento sempre ridicola, ma un po’ meno, perché gli altri non sembrano farci caso. Eravamo ad una festa e siamo stati interrotti. Israele ci ha interrotti. Non è ridicola la geometria palestinese sul colletto del mio vestito, non lei.

“Non andiamo a fumare shisha”, ci fa Izzat, gentilmente sottolineando una cosa ovvia. Ma quando siamo in macchina aggiunge: “Andiamo a casa di Nour per vedere il video fatto da sua moglie, per capire se è utilizzabile, volete venire con noi?”.

Chiaro che sì. Non altrove.

Parcheggiamo a pochi passi dal checkpoint. La mia borsa sul loro tavolo, la cintura di Matteo, i nostri passaporti tra le loro mani, “Di dove siete?”, osano accennare un sorriso e noi lì ad addomesticare l’odio nelle nostre pance, a dargli carezzine sulla testa e mormorargli “Non adesso”. Poi le cinture di Izzat e Jawad, le loro monetine, i loro codici imparati a memoria. L’odio ha un colore, ed è verde militare.

Davanti alla porta della casa di Nour ci sono due bambine. Ci salutano, poi ci guidano lungo le scale. Una di loro, la più grande, le percorre all’indietro, davanti a me, per guardarmi e sorridere, e fissare la mia pelle troppo bianca, i miei occhi stranieri, i miei capelli stranieri, il mio vestito di imitazione.

Ci portano in un salottino, subito a destra dopo l’ingresso, e ci invitano a sederci. Siamo nella casa dell’arrestato, del pericoloso sovversivo. Il suo grido è stato una violenta aggressione al soldato, al garante della sicurezza. Jawad va in un’altra stanza a parlare con la cognata, Izzat si siede accanto a noi e come noi inizia a scherzare e giocare coi figli di Nour. Le tende pesanti che corrono lungo le due pareti ci separano dalla insostenibile notte piombata su Al Khalil, nera o verde militare.

La bambina ci osserva, poi si scioglie, inizia a parlare in arabo, a fare le moine. La sorellina più piccola si aggira per il salone spingendo una macchinina e ogni tanto ripete “Babà? Babà?”. La grande, nove anni, spiega che lei non sa che il suo babà è stato arrestato, per questo lo cerca. Scompare, e poi rispunta fuori per servirci dell’acqua fresca. In caso gli ospiti abbiano sete, avrà pensato la madre che le ha dato l’ordine. Le nostre gole secche tra i pensieri di una donna col marito dietro alle sbarre per nulla. Bevi, bevi tutto. Hai sete ed è anche la regola dell’accoglienza che lo impone. Ci sarà di fatto un vero e proprio decalogo che a te è in buona parte sconosciuto, in realtà: lo realizzi quando la bambina allunga il braccio per aprire il congelatore, tira fuori una bottiglia colorata, e versa nei bicchieri di tutti aranciata fredda.

Quell’aranciata. Non so ancora se sia stata la più dolce o la più amara della mia vita. La mando giù senza capire, senza spiegarmi perché nella casa di un arrestato io debba bere aranciata fredda e sedere come un’ospite serena. Come si possa avere la forza di versare dell’aranciata a uno sconosciuto quando hai la morte nel cuore. Qui, succede anche questo. C’è la morte e l’aranciata, insieme. Mescolate nel petto di questo popolo che, mentre uno stivale chiodato gli schiaccia la nuca, ti offre da bere una bevanda zuccherata.

Le barzellette e l’aranciata di quella sera. Come potrò raccontare a chi non c’era che la resistenza qui è anche questo? Che non si tratta di un gioco di potere, di una guerriglia, che non è il gingillo con cui gli “attivisti” a cui piacciono gli –ismi e gli intellettuali radical chic si solleticano, ma è diventata un apparato, una componente fisiologica di queste persone, l’essenza intima, la risposta subdermica sulla quale declinano la loro intera esistenza?

Poi si affaccia sull’uscio il musetto di un bimbo. Ha gli occhietti vispi e curiosi, un mezzo sorriso accennato e un po’ stirato dal sonno. “E’ lui Mohammed!”, esclama Izzat. Il terrorista. Il sedizioso ribelle che un’ora e mezza fa aveva un’arma puntata alla tempia. La sua tempia adesso è libera, piccola piccola, sotto ai capelli neri col taglio corto. Ci guarda con sospetto e si ferma di fronte a noi, mantenendo la dovuta distanza. In piedi così è forse meno alto del mitra con cui è stato minacciato.

Lo saprà, che suo babà l’hanno portato in carcere. “You see, it’s our life”, dirà tra qualche anno anche lui. Ma per ora con noi non parla. E allora, per avvicinarlo, mi viene in mente di fare un tentativo, di chiamarlo con quel nomignolo che mi è stato detto appartenere solo ai bimbi che portano il suo nome. Non ne sono più tanto sicura, e soprattutto non so se voglio pronunciarlo qui, adesso. Magari non lo capirà, magari quel soprannome non esiste davvero, e mi guarderà perplesso più di ora mentre io arrossirò. Tiene le sferette nere degli occhi puntate nei miei, ha capito che voglio parlare.

Snocciolo quel nome dai miei anfratti più nascosti, lo tiro fuori dal passato come una corda di piccoli secchi dall’abisso di un pozzo, e la dolcezza delle lettere mi sale lungo la gola, densa, confortevole, con il sapore dei fichi maturi, e le due consonanti vicine mi sigillano teneramente per un istante le labbra come la colla che stilla dalla buccia di quei frutti preziosi.

“Hammoudi”, lo chiamo. “Mio piccolo Mohammed”. Il suo sguardo si illumina, il suo sorrisino si apre in una graziosa finestra, gli sboccia sul volto con la tenerezza di un giglio. Io mi godo quel bagliore – mentre lui finalmente si avvicina e decide di stare con noi – e la delicatezza che mi si adagia dentro lentamente alla scoperta di come una conoscenza così lontana, nel tempo e da me, depositata sotto cumuli di rancore, possa all’improvviso trovare il suo senso di esistere in un salotto ad Al Khalil, ed essere ravvivata inaspettatamente con amore per far sorridere un bambino.

Tutto ha un motivo, è solo il tempo a separare le cause dai loro magici effetti, provo a formularmi nella testa un pensiero simile, che ancora oggi non riesco a replicare per la sua chiarezza di quella sera, mentre Izzat mi fa sorpreso: “Yes, yes, Hammoudi! It means my little Mohammed!”.

Hammoud – la i finale sta per mio, e per addolcire le parole quando stanno per finire – finisce presto per appiccicarsi a Matteo. Lo osserva con ammirazione per la sua altezza, in tutti i movimenti che fa noto che cerca con gli occhi la sua approvazione, anche quando spunta fuori da una dispensa in cui si era nascosto o si rifugia dietro a una tenda, in piedi sul divano.

Io intanto gioco con sua sorella, che mi mostra i suoi nuovi occhiali, poi me li infila sul naso, e io, ormai spavalda nel mio arabo di dieci parole, le domando “Helwa?”. Anche questo è giusto, “Helwa! Helwa!”, mi ripete lei.

Stiamo giocando al gioco di fingere che l’arresto non esista e che babà stia per tornare. Ma il video che Jawad ci mostra dal cellulare di sua cognata non sarà sufficiente come prova: se ti affacci alla finestra quando tuo marito torna a casa, non ti aspetti che gli punteranno delle armi addosso, lo bloccheranno, gli faranno abbassare i pantaloni e poi lo arresteranno. Tra la minaccia a tuo figlio, l’urlo e l’alt dei soldati, hai bisogno di afferrare il telefono e attivare la videocamera. Almeno qualche secondo, si suppone. Sicuramente non puoi documentare il gesto innocuo del tuo bambino di tre anni. Il video della moglie di Nour inizia quando Nour è già in stato di fermo con le braghe tirate giù. “Forse non sarà sufficiente”, commenta Jawad. E lo pensiamo anche noi, ma non osiamo dirlo. Qui la giustizia te la fai riprendendo tu stesso con i tuoi mezzi quello che subisci, altrimenti sei sbattuto in carcere arbitrariamente e nessuno testimonierà in tuo favore. Le prove esistono solo se a vantaggio dei coloni.

Nour infatti resterà in carcere per cinque giorni. Per non aver commesso nulla, assolutamente nulla. Ma cinque notti in una cella, cinque insignificanti notti in prigione, all’interno di una vita reputata insignificante, in un rosario di ingiustizie legate le une alle altre sul filo logoro della sopportazione, cosa potranno mai significare? Un grido sordo in mezzo al vuoto. Un colpo di tosse secca nella calura estiva.

Usciamo di nuovo accompagnati dai bambini. Mohammed resta fino alla fine avvinghiato alla mano di Matteo, lo guarda adorante e non vuole staccarsi da lui. Lasciamo Jawad biascicando dei mesti “Salam”, dire buonanotte al suo volto stanco, distrutto, sarebbe un ricamo fuori luogo in questa notte d’acciaio.

Risaliamo la stradina che ci porta a casa, muti. Il suono dei nostri passi sull’asfalto lo ricordo ancora, come la forma delle nostre ombre lunghe e deboli abbattute dalla furia dei lampioni. La torcia per orientarci in mezzo agli ulivi tra le tenebre, di nuovo la mano essenziale di Matteo che mi tiene su. Quando Izzat ci dà la buonanotte, scrollando ripetutamente le spalle, gli vado incontro e lo abbraccio forte. Assolutamente non convenzionale e forse irrispettosa dei suoi costumi. Ma lui ricambia l’abbraccio, sa che non potremmo parlarci altrimenti questa notte.

A luci spente sulla branda non ho pensato solo a Nour, ma a tutti i Nour distesi come me, come lui, in Palestina in quel momento. Non solo al suo Hammoudi, ma a tutti gli Hammoudi dei loro papà. Il buio di quella notte mi ha bruciato il cuore.

(V.C.)



La morte e l’aranciata (di VC)

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