lunedì 22 gennaio 2018

Rilasciare immediatamente Ahed Tamimi

Ahed Tamimi è diventata in pochi giorni la “Rosa Parks della Palestina“. Ha solo sedici anni, ma è già impegnata attivamente insieme alla sua famiglia, contro l’occupazione israeliana. Proprio a causa di questo suo impegno politico oggi rischia una condanna a 10 anni di carcere.
Le accuse si basano su un video, con migliaia di visualizzazioni, in cui Ahed protesta contro i soldati israeliani. La ragazza e la sua famiglia stavano protestando contro la decisione di Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale d’Israele.
In un orribile susseguirsi di eventi, il cugino di Ahed, il quattordicenne Mohammed, è stato colpito alla testa da un proiettile di gomma sparato da un soldato israeliano. Mohamed ha subito un intervento chirurgico intensivo per asportare il proiettile e una parte del suo cranio è stata rimossa.
Nello stesso giorno anche Ahed si è trovata ad affrontare faccia a faccia i soldati israeliani perché erano entrati nel cortile di casa sua. Nel video postato dalla madre su facebook, si vede Ahed disarmata che schiaffeggia, spinge e prende a calci due soldati israeliani armati di tutto punto e che indossano indumenti protettivi. È evidente che non rappresentava una seria minaccia per loro!
Aiutaci a far pressione sul primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu per chiedere di annullare questa punizione palesemente sproporzionata.
Photo Credit: CC BY-SA 4.0  Haim
 
 
 
 
 
Ha solo 16 anni e le accuse contro di lei sono sproporzionate.
amnesty.it

domenica 21 gennaio 2018

India e Israele stanno sfruttando la tragedia di un orfano di undici anni per ottenere un guadagno politico



Sintesi personale
La visita ufficiale del primo ministro israeliano in India è iniziata questa settimana con Benjamin Netanyahu  a Delhi e  con  l'undicenne Moshe Holtzberg a Mumbai. "Baby Moshe" è  il ragazzo che ha perso i suoi genitori nell'attacco terroristico a Mumbai nove anni fa ed è stato salvato dalla sua balia indiana.
Mentre i media di Delhi seguivano Netanyahu , i media di Mumbai seguivano Moshe
Deve esserci  un nuovo minimo nella diplomazia internazionale se le nazioni pensano di sfruttare un bambino e la sua tragedia personale per fini politici. Dice molto della moralità politica dei leader nazionali che trattano un bambino come la mascotte della loro relazione.Il   viaggio di Moshe Holtzberg a Mumbai e la visita al luogo dove sono morti violentemente   suoi genitori   è stato annunciato quando il primo ministro indiano Narendra Modi ha visitato Israele all'inizio di quest'anno.
" C'è qualcosa di scioccante nell'ascoltarlo leggere parole manipolative che esprimono emozioni che non può provare. 

Ci sono state discussioni sui social media in Israele sulla manipolazione della setta Chabad-Lubavitch di Moshe Holtzberg per promuovere il loro lavoro..
E' ancora più inquietante la mancanza di commenti critici   su una politica che usa un ragazzino .  I media, per la maggior parte, sono stati pensati senza sviluppare pensieri . In quale altro modo si può spiegare un titolo come questo: "Il piccolo Moshe è entusiasta di vedere Nariman House nove anni dopo il 26/11". Per quanto riguarda il pubblico dei media, sembra che una combinazione di perversione e curiosità oziosa abbia affievolito la loro umanità.




“Non vedete che sto male”: cresce la campagna per la liberazione della palestinese ferita




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Lubna Masarwa, Dania Akkad
Middle East Eye, 12 gennaio 2018




Israa Jaabis ha riportato ustioni su più della metà del corpo appena prima di essere incarcerata, nel 2015. Da allora lotta per ricevere cure mediche adeguate.
I sostenitori della donna palestinese detenuta che ha bisogno di cure mediche urgenti dicono che le autorità carcerarie israeliane la ignorano da due anni e ne chiedono l’immediata scarcerazione. La campagna per Israa Jaabis, che questa settimana si è guadagnata i titoli di testa sui media palestinesi, arriva mentre lei e il suo avvocato chiedono all’Alta Corte israeliana la riduzione della condanna a 11 anni. Si attende una decisione a giorni.
“Sono qui da due anni e non ricevo l’assistenza sanitaria di cui ho bisogno” ha dichiarato, giovedì, Jaabis alla Corte, ripresa dalle telecamere. “Non vedo alcuna ragione o buon motivo per cui io debba stare in carcere”. “Fisicamente, la situazione di Israa è veramente dura, ed è in condizioni difficili anche dal punto di vista psicologico” ha detto il suo avvocato, Lea Tsemel, dopo l’udienza.
Jaabis, 32 anni, è stata arrestata nell’ottobre del 2015 ed è accusata di aver tentato di far esplodere una bomba per colpire i soldati israeliani davanti a un checkpoint di Gerusalemme Est. Ma lei e la sua famiglia hanno dichiarato che stava traslocando per poter mantenere la residenza a Gerusalemme quando una bombola di gas da cucina difettosa ha preso fuoco a 500 metri dal checkpoint.
Jaabis, che ha un figlio di 10 anni, è rimasta gravemente ferita dalla fiammata, riportando ustioni sul 65% del corpo, tra cui le ferite più gravi a viso e mani. Dopo l’arresto, è stata portata al Hadassah Medical Centre, dove le sono state amputate otto dita. Prima che il trattamento medico fosse completato, però – dice la sua famiglia – è stata portata al carcere di HaSharon.
Da allora, lotta per ricevere cure adeguate e vive una vita dolorosa. Le ferite alle orecchie le hanno provocato continue infezioni e hanno compromesso l’udito. L’interno del naso è rimasto ustionato, quindi respira attraverso un piccolo foro. Non è in grado di sollevare una delle braccia e ha spasmi alle mani e ai piedi. “Non posso fasciare le ustioni perché per non riesco a mettermi le bende” ha scritto alla sorella e all’avvocato in una lettera diffusa sui social media come parte della campagna per liberarla. “Ho gli occhi secchi e provo molto dolore quando sono all’aria o ogni volta che li lavo con l’acqua. I miei occhi devono essere curati urgentemente, ma nessuno mi ascolta.”
Jaabis avrà bisogno di assistenza medica continua e di interventi chirurgici per riuscire a fare anche le cose più semplici, dice sua sorella Muna. “Sente forti dolori in ogni momento e di notte ha gli incubi. Le stanno cadendo i denti.” La famiglia di Israa si è offerta di pagare le cure, ma Muna dice che le autorità carcerarie hanno rifiutato. “Non è solo che è accusata di qualcosa che non ha commesso e di cui loro non hanno prove”, dice Muna, “Oltre a questo, l’hanno privata di diritti fondamentali come le cure mediche”.
Middle East Eye ha contattato venerdì il servizio penitenziario israeliano per un commento, e ci hanno detto di richiamare domenica per parlare con qualcuno del caso specifico di Israa. Centinaia in cerca di cure . Secondo un volontario che fornisce assistenza medica ai detenuti, e secondo il PHR-I (Physicians for Human Rights-Israel), sono centinaia i detenuti palestinesi come Israa che, ogni anno, fanno appello alle organizzazioni per i diritti, chiedendo aiuto per ottenere cure mediche.
“Devono sempre insistere, ripetendo le loro richieste di cure mediche” dice Niv Michaeli, coordinatore dei detenuti al PHR-I. “Ci vuole un sacco di tempo per ottenerle, e la qualità delle cure è molto bassa”. Amany Dayif, da tempo impegnata per i detenuti che necessitano di cure mediche nelle carceri israeliane, dice che nessuno sa quanti palestinesi detenuti da Israele abbiano bisogno di cure o quali siano le loro condizioni, perché manca la supervisione del Ministro della Salute israeliano.
“Il risultato è che il servizio penitenziario israeliano non ha alcun tipo di standard per le cure mediche. Per esempio, non si raccolgono regolarmente statistiche sulle patologie o sulla necessità di cure da parte dei detenuti, cose che sono considerate fondamentali nei sistemi sanitari degni di questo nome”. In base alla sua esperienza, dice, le autorità carcerarie israeliane gestiscono male il sistema sanitario carcerario, “principalmente perché si tratta di un’organizzazione della sicurezza che vede le cure mediche come l’ultima delle priorità”. Middle East Eye ha inviato un’email al servizio penitenziario per un commento sulle cure ai detenuti palestinesi, ma, fino a questa pubblicazione, non abbiamo ottenuto risposta.

sabato 20 gennaio 2018

Norman Finkelstein sulle molte menzogne perpetuate a proposito di Gaza






Democracy Now, 10.01.2018
https://www.democracynow.org/2018/1/10/gaza_an_inquest_into_its_martyrdom
Israele rischia una possibile inchiesta da parte della Corte Penale Internazionale per crimini di guerra per il suo attacco del 2014 contro Gaza che uccise più 2.100 palestinesi, tra cui 500 bambini. Per saperne di più parliamo con Norman Finkelstein, autore del nuovo libro ‘Gaza: An Inquest into its Martyrdom’ [Gaza: un’indagine sul suo martirio]. E’ autore di molti altri libri, tra cui “L’industria dell’Olocausto: lo sfruttamento della sofferenza degli ebrei” e ‘Knowing Too Much: Why the American Jewish Romance with Israel Is Coming to an End’ [Sapere troppo: perché l’innamoramento degli ebrei statunitensi nei confronti di Israele sta arrivando alla fine].
AMY GOODMAN: Prima di cominciare a parlare più estesamente di Gaza volevo chiederti velocemente quali hai pensato siano state le motivazioni del presidente Trump nel riconoscere Gerusalemme come la capitale, dicendo che avrebbe trasferito l’ambasciata statunitense da Tel Aviv, la massica reazione presso le Nazioni Unite dopo il suo annuncio di tale riconoscimento, il prevalente voto contro gli Stati Uniti e gli Stati Uniti che hanno minacciato chi votava contro di loro.
NORMAN FINKELSTEIN: Beh è una domanda un po’ complicata, come funziona la politica USA-Israele. Ma in generale, si potrebbe dire, quando sono in gioco grandi interessi nazionali statunitensi la lobby israeliana ha pochissimo potere. L’abbiamo visto, ad esempio, nel corso dei negoziati sull’accordo con l’Iran. Quello era un grosso interesse internazionale statunitense. La lobby era contraria a morte contro di esso. Netanyahu era contrario a morte contro di esso. Ma l’accordo è passato. E molti dei più forti sostenitori di Israele – Dianne Feinstein, Nancy Pelosi, l’intera banda – hanno appoggiato l’accordo.
Ma quando non è in gioco un forte interesse statunitense, la lobby è molto potente. Dunque in questo caso particolare era chiaro che ai sauditi, che sono un grande interesse statunitense, non interessava quello che gli Stati Uniti facevano riguardo a Gerusalemme. Hanno dato semaforo verde: “Se volete darla a Israele, per noi va bene. Non c’importa”. Dunque nessun interesse naturale statunitense è in gioco e dunque Trump fa quello che fanno tutti: ricompensa i suoi donatori. In questo caso è stato Sheldon Adelson, il miliardario dei casinò, che ha appoggiato con forza il riconoscimento statunitense di Gerusalemme come capitale indivisa di Israele.
Ma dobbiamo tener presente che non è stato solo Trump. Sai, a volte i media vogliono ostinarsi su Trump. E dimenticano che non si tratta solo di Trump. Charles Schumer, l’attuale leader della minoranza al Senato, ha costantemente attaccato Trump, appena dopo la sua elezione: “Perché non riconosci Gerusalemme come capitale indivisa?” Quando Trump in effetti l’ha riconosciuta Schumer, Charles Schumer, ha detto: “Sono stato io a farglielo fare. Sono io quello che lo ha sollecitato a riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele”. Dunque questo è il leader della minoranza al Senato che parla. E per lo stesso motivo … se si guarda ai soldi di Schumer lui li riceve prevalentemente da ebrei conservatori, di destra e da Wall Street, le stesse fonti di entrate di Trump, gli stessi flussi di reddito.
E su queste questioni molti Democratici, compreso Schumer – o dovrei dire specialmente Schumer – sono peggio di Trump. Così, per esempio, dopo l’incidente della Mavi Marmara nel 2010, quando Israele uccise passeggeri a bordo della nave umanitaria Mavi Marmara, uccise dieci passeggeri, Charles Schumer si è presentato a un gruppo di ebrei ortodossi e ha detto: “La gente di Gaza ha votato per Hamas. Ha votato per Hamas e allora lo strangolamento economico è la via da percorrere”. Ora, tieni presente che cosa significa questo. Stiamo parlando di una popolazione più di metà della quale è costituita da bambini che vivono sotto un assedio medievale. E ciò che lui sta in effetti dicendo è che dovremmo continuare ad affamarli fino a quando voteranno o si libereranno di Hamas. Ora che cosa dire di una cosa simile?
Sai, Charles Schumer ha frequentato le mie stesse superiore come, per inciso, Bernie Sanders. Non lo conoscevo. Era, penso, quattro anni più avanti. Conoscevo parecchio bene sua sorella, Fran. Estremamente brillante. Sai, ancor oggi, guardando indietro a quasi mezzo secolo fa, lei resta vivida nella mia memoria. Una giovane estremamente brillante. Erano persone perbene, realmente. Il padre di Chuck – era chiamato Chuck – era un disinfestatore. Sai, è davvero una carriera. Era uno spettacolo impressionante. Lui è un tipo estremamente brillante. Tenne il discorso alla laurea della sua classe ed era molto più avanti di tutti gli altri, come lo era Fran, sai? Ma di quello che sono diventati che cosa si può dire? E’ cresciuto a Kings Highway a Brooklyn, proprio vicino a dove è cresciuto Bernie, per inciso. Passavo ogni giorno davanti alla casa andando in bicicletta alla piscina. Che cosa dire di uno che raccomanda di affamare bambini? E’ questo che ha fatto.
AMY GOODMAN: Adesso faremo …
NORMAN FINKELSTEIN: Sai, è un mostro morale. E bisogna guardare in faccia tale fatto. E’ un mostro morale. E tuttavia tutti vogliono concentrarsi su Trump. E quelli come Schumer?
AMY GOODMAN:   Adesso faremo una pausa e quando torniamo parleremo della situazione che stai descrivendo a Gaza. Il tuo nuovo libro: Gaza: An Inquest Into Its Martyrdom. Parliamo con l’autore e studioso Norman Finkelstein. Il libro è stato appena pubblicato. Restate con noi.
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AMY GOODMAN: Nostro ospite oggi lo scrittore e studioso Norman Finkelstein, autore del nuovo libro Gaza: An Inquest into Its Martyrdom, il libro pubblicato mentre Israele rischia una possibile inchiesta per crimini di guerra da parte della Corte Penare Internazionale per il suo assalto del 2014 contro Gaza che uccise più di 2.100 palestinesi, tra cui più di 500 bambini. Voglio passare al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu che parla dell’offensiva militare del 2014 contro Gaza. Parlava con Brian Williams di NBC News:
PRIMO MINISTRO BENJAMIN NETANYAHU: Sai, a un certo punto dici: “Quali scelte hai? Che cosa farai?” Che cosa faresti se città statunitensi, dove ti trovi ora, Brian, fossero oggetto di lanci di razzi, subissero centinaia di razzi? Capisci? Sai che cosa diresti? Diresti al tuo leader: “Un uomo deve fare quello che deve”. E diresti: “Un paese deve fare quello che deve”. Dobbiamo difenderci. Cerchiamo di farlo con la quantità minima di forza o attaccando obiettivi civili … militari meglio che possiamo. Ma agiremo per difenderci. Nessun paese può vivere così.
AMY GOODMAN: Era il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu che giustificava l’offensiva militare del 2014 contro Gaza sulla quale la Corte Penale Internazionale sta apparentemente per aprire un’inchiesta per crimini di guerra.
NORMAN FINKELSTEIN: Beh, Benjamin Netanyahu dice due cose: la prima che Israele non aveva nessuna scelta e la seconda che ha usato la quantità minima di forza. Bene, esaminiamo rapidamente questi due punti.
Punto numero uno: tutti erano d’accordo che il motivo per il quale sono andati … una volta iniziati i combattimenti Hamas aveva un solo obiettivo. L’obiettivo consisteva nel pro fine all’assedio di Gaza, far togliere l’assedio. In base alla legge internazionale quell’assedio è illegale. Costituisce punizione collettivo, che è illegale in base alla legge internazionale. L’assedio è stato condannato da tutti nella comunità internazionale. Lui aveva una scelta. Non era obbligato a usare la forza. Doveva semplicemente togliere l’assedio. E allora non ci sarebbe stato un conflitto con Gaza.
Numero due: egli afferma di aver usato una forza minima. C’è parecchio da dire al riguardo. Uno può decidere da solo se si è trattato di forza minima quando Israele ha raso al suolo 18.000 case. Quante case israeliane sono state rase al suolo? Una. Israele ha ucciso 550 bambini. Quanti bambini israeliani sono stati uccisi? Uno. Ora, si potrebbe dire: “Beh, è perché Israele ha un sofisticato sistema di difesa civile o perché Israele ha Iron Dome [Scudo di ferro – sistema antimissilistico]”. Non entrerò in questo; non ho tempo adesso. Ma c’è un test semplice. Il test è: che cosa hanno visto gli stessi combattenti israeliani? Che cosa hanno detto loro stessi?
Abbiamo la documentazione, un rapporto diffuso dall’organizzazione degli ex in servizio … ex combattenti: Breaking the Silence [Rompere il silenzio]. Sono circa 110 pagine. C’è da non crederci. Sai, te lo dico, Amy, ricordo ancora quando lo stavo leggendo. Ero in Turchia. Stavo andando a una fiera del libro. Ero seduto dietro in un’auto e leggevo queste descrizioni di ciò che avevano fatto i soldati. Mi si accapponava la pelle. Stavo quasi tremando. Soldato dopo soldato dopo soldato. Ora, tieni presente, vogliamo dire che sono di parte i soldati? Leggi le testimonianze. Non sono contriti. Non provano rimorso. Descrivono semplicemente quello che è successo. Non c’è contrizione. Non sono di sinistra, non appoggiano il BDS [movimento per il boicottaggio, i disinvestimenti e le sanzioni contro Israele]. Che cosa descrivono? Uno dopo l’altro dopo l’altro dicono: “I nostri ordini erano di uccidere qualsiasi cosa si muovesse e qualsiasi cosa non si muovesse”. Uno dopo l’altro dopo l’altro dicono: “Israele ha usano una quantità pazzesca di potenza di fuoco a Gaza. Israele ha usato quantità folli di potenza di fuoco a Gaza”.
AMY GOODMAN: Questi erano soldati israeliani.
NORMAN FINKELSTEIN: I soldati, lo descrivono loro. Uno dopo l’altro dicono: “Abbiamo fatto saltare in aria, distrutto, sistematicamente, metodicamente raso al suolo ogni casa in vista”. Che cosa significa “ogni casa in vista”? Il settanta per cento della popolazione di Gaza è costituito da profughi. Significa che hanno perso la loro patria. L’ultima cosa che hanno, la sola cosa che hanno, la sola cosa che hanno mai avuto è la loro casa. E gli israeliani sono andati là come una squadra di demolizione con i loro bulldozer D9.
AMY GOODMAN: Spiega come è cominciata.
NORMAN FINKELSTEIN: Che cosa?
AMY GOODMAN: Come è cominciata l’invasione militare israeliana di Gaza del 2014.
NORMAN FINKELSTEIN: No, queste sono cose difficili da spiegare, perché dipende da dove si vuole partire. Da dove parto io è la fine di aprile 2014; era stato formato un governo di unità nazionale tra l’Autorità Palestinese e Hamas. E gli Stati Uniti e la UE, sorprendentemente, non interruppero i negoziati con questo nuovo governo di unità, anche se “includeva un’organizzazione terroristica” e infuriava Netanyahu.
AMY GOODMAN: Hai fatto il segno delle virgolette. Stai dicendo quella che gli Stati Uniti chiamavano un’organizzazione terroristica.
NORMAN FINKELSTEIN: Beh, quella che Israele chiama un’organizzazione terroristica perché, all’epoca, gli Stati Uniti erano disposti a negoziare. E Netanyahu si infuriò perché era ignorato riguardo all’Iran e a quel punto era ignorato su Hamas. E così trova un pretesto – non voglio entrare nei dettagli ora – trova un pretesto per cercare di provocare una reazione di Hamas in modo da poter dire: “Vedete? Sono un’organizzazione terroristica”. E poi le cose hanno preso una spirale al peggio, come succede di solito. E poi Israele è partita. C’è stato l’attacco aereo.
E poi, il 17 luglio, il giorno in cui l’aereo di linea malese è precipitato in Ucraina, Netanyahu ha scelto quel momento. L’aereo era stato abbattuto nel pomeriggio e lui lancia l’invasione di terra la sera. Saresti sorpresa da quanto accuratamente siano sincronizzati gli israeliani con il ciclo giornalistico statunitense. Iniziano l’operazione Protective Edge [Margine di protezione] nel 2008 con l’elezione di Obama a presidente il 4 novembre. Iniziano l’invasione di terra di Gaza durante … beh [il 2008] è stata l’operazione Cast Lead [Piombo fuso]. Iniziano Cast Lead in 4 novembre 2008, quando Obama è eletto presidente. Iniziano l’operazione Protective Edge, l’invasione di terra, il 17 luglio. Quando l’aereo di linea è abbattuto sull’Ucraina tutte le telecamere sono inchiodate là, e così loro lanciano l’attacco.
E l’attacco è stato … beh, lascia solo che ti citi Peter Maurer, che è capo del Comitato Internazionale della Croce Rosso. Sono stato addirittura sorpreso dalla sua osservazione. Peter Maurer ha detto … e lo sto citando, parafrasando ma quasi alla lettera … ha detto: “Nella mia intera vita professionale non ho mai visto una distruzione quale quella che ho visto a Gaza”. E questo arriva dal capo del Comitato Internazionale della Croce Rossa, che è abituato a vedere, testimoniare zone di guerra. Quello che è stato fatto là è stato … è stato un crimine contro l’umanità. Prendi un posto come Shejaiya. Shejaiya è un quartiere densamente popolato di 90.000 persone. Gli israeliani hanno sganciato, lo si creda o no – è difficile persino immaginarlo – più di cento bombe da una tonnellata su Shejaiya. Più di cento bombe da una tonnellata su Shejaiya. Hanno fatto la stessa cosa a Rafah. Hanno fatto lo stesso a Khuza’a. Fatto la stessa cosa sull’intera Striscia di Gaza. E poi hai questo tizio che vien fuori a dire: “Abbiamo usato una forza discriminata. Abbiamo usato una forza proporzionata.”
AMY GOODMAN: Volevo passare a dopo … un attacco contro un rifugio dell’ONU nel 2014, l’esercito israeliano all’attacco a Gaza, che ha ucciso molti civili palestinesi. Il portavoce dell’UNRWA, l’Agenzia dell’ONU per il Soccorso e l’Occupazione per i profughi palestinesi, è scoppiato in lacrime durante un’intervista su Al Jazeera. Il suo nome è Christopher Gunness.
CHRISTOPHER GUNNESS: I diritti dei palestinesi, persino dei loro bambini, sono totalmente negati ed è sconvolgente.
AMY GOODMAN: Christopher Gunness comincia a piangere.
CHRISTOPHER GUNNESS: [piange].
AMY GOODMAN: Era Christopher Gunness, mentre la telecamera si sposta da lui, il volto tra le mani; in seguito ha scritto via Twitter: “Ci sono occasioni nelle quali le lacrime sono più eloquenti delle parole. Le mie impallidiscono fino a essere insignificanti in confronto con quelle di Gaza.” Norman Finkelstein, ci restano due minuti.
NORMAN FINKELSTEIN: Capita che io conosca Chris Gunness. E’ un tipo formidabile. Spero non perda il lavoro perché ho detto questo. Ma è un tipo speciale. E’ un tipo insolito. Ha lavorato a Gaza. E’ sposato con un uomo, è sposato con un uomo ebreo, ed è sposato con un uomo israeliano. Così puoi immaginare che Hamas non era elettrizzato da lui. Ma è un uomo di solidi principi e le sue lacrime erano vere. Chiunque viva là, sia anche solo passato di là, ha il cuore infranto per quello che è stato fatto al popolo di Gaza.
AMY GOODMAN: Che cosa pensi debba essere fatto ora?
NORMAN FINKELSTEIN: Beh, è chiaro che la prima cosa che deve essere fatta è che deve essere levato l’assedio. E il Comitato dell’ONU per i Diritti Umani, anche se il suo rapporto è stato un totale insabbiamento e una vergogna – l’autrice ne è stata Mary McGowan Davis – ha in effetti detto che in base alla legge l’assedio deve essere tolto immediatamente e incondizionatamente. Quella è la legge: deve essere tolto immediatamente e incondizionatamente. Quella è la prima cosa che deve essere fatta. L’assedio deve finire. L’occupazione deve finire. E la gente di Gaza, dopo cinquant’anni dimenticati da Dio dovrebbe avere il diritto di respirare e di condurre una vita normale.
AMY GOODMAN: E pensi che succederà?
NORMAN FINKELSTEIN: Adesso è un momento molto difficile, ma ci sono sempre delle possibilità. Secondo me c’è la possibilità a Gaza di una resistenza di massa nonviolenta che cerchi di aprire a forza i posti di controllo e la West Bank. Non ho il tempo per entrare in dettagli. Penso che una strategia di massa di schiaffeggiare soldati israeliani – donne e ragazze – sulle orme di Ahed Tamimi, quel tipo di strategia …
AMY GOODMAN: Che rischia adesso molti anni di carcere.
NORMAN FINKELSTEIN: Sì, nessuno dice che sia privo di rischi.
AMY GOODMAN: Dieci secondi.
NORMAN FINKELSTEIN: Ma proprio come i bambini di Gaza, quando tirarono sassi contro gli israeliani nel 1988 durante la Prima Intifada, determinarono una svolta nell’opinione pubblica internazionale io penso che la gente … le donne di Gaza, se avessero una campagna “Anche Io” – “Ho schiaffeggiato un soldato israeliano oggi” – penso che anche loro potrebbero conquistare l’opinione pubblica internazionale.
AMY GOODMAN: Hai parlato di una campagna nonviolenta …
NORMAN FINKELSTEIN: Sì, non considero …
AMY GOODMAN: … in tutte le aree occupate.
NORMAN FINKELSTEIN: Guarda, io sono nella tradizione di Gandhi. Gandhi fu molto chiaro: quando subisci una forte disparità contro di te e usi tipi di forza come graffiare, schiaffeggiare, scalciare …
AMY GOODMAN: Tre secondi.
NORMAN FINKELSTEIN: … Gandhi diceva che non si tratta di violenza. E io concordo con lui.
AMY GOODMAN: Norman Finkelstein, autore di  Gaza: An Inquest into Its Martyrdom.
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AMY GOODMAN: Volevo chiederti di Benjamin Netanyahu e delle indagini sulla corruzione che sta affrontando. Naturalmente il Benjamin Netanyahu che recentemente ha parlato delle sue relazioni molto strette con i Kushner, avendo dormito nella camera di Jared Kushner quando visitò gli Stati Uniti quando era un ragazzino. Il primo ministro Benjamin Netanyahu nel mezzo di una controversia politica interna dopo che una stazione televisiva statunitense ha messo in onda una registrazione clandestina di suo figlio dall’esterno di un locale di spogliarelli nel 2015. Nella registrazione Yair Netanyahu può essere sentito parlare di prostitute, chiedendo soldi al figlio di un magnate israeliano del gas. Yair implica che suo padre, il primo ministra Netanyahu, aveva contribuito a far passare un accordo da 20 miliardi di dollari a vantaggio dell’uomo d’affari, dicendo, cito: “Mio padre ha organizzato 20 miliardi per tuo padre e tu fai la lagna con me per 400 shekel” [circa 100 euro – n.d.t.]. Questo è arrivato in un momento nel quale il primo ministro Netanyahu affronta molteplici inchieste per corruzione.
A settembre anche Yair Netanyahu è stato oggetto di controversie quando ha messo in rete su Facebook una vignetta antisemita. Suprematisti bianchi, compreso l’ex capo del Klan David Duke, hanno elogiato Yair Netanyahu per aver pubblicato un’immagine che rappresentava l’investitore miliardario George Soros in cima a una catena alimentare, che faceva dondolare il mondo di fronte sia un rettile sia all’ex primo ministro Ehud Barak, un frequente critico di suo padre, Benjamin Netanyahu, e poi ha ricevuto lodi via Twitter da David Duke. E’ una storia stupefacente, raccontata su Slate e in altri luoghi.
Puoi parlarci di che cosa sta succedendo adesso? E questo, l’indagine per corruzione, compromette Netanyahu? E riguardo a suo figlio?
NORMAN FINKELSTEIN: Beh, mi occuperò brevemente della seconda questione e poi passerò al cuore … secondo me al cuore della domanda che stai ponendo. Il rapporto tra suo figlio e Netanyahu, tra Yair e suo padre, Benjamin Netanyahu, è molto simile a quello tra Jared e Donald Trump. Sono individui privilegiati, viziati e notevolmente mediocri.
Ma la domanda che hai posto sulla corruzione, in generale, è una domanda interessante. Non sei anziana come me, ma puoi risalire indietro abbastanza per ricordare che quando stavamo crescendo Israele era un luogo molto austero, era un posto semplice ed era parecchio onesto. E quella è l’immagine di Israele che resta nella mente di molti ebrei statunitensi, diciamo, sopra i … sopra i cinquant’anni. E allora, prendiamo per dire gli anni ’70, Yitzhak Rabin, che era il primo ministro. Dovette dimettersi. Fu costretto a lasciare la carica perché sua moglie aveva aperto un conto – un unico conto bancario – negli Stati Uniti. E apparentemente non vi era neppure depositato del denaro, se la memoria mi assiste. Ma oggi è semplicemente uno scandalo dietro l’altro. E la cosa notevole è che in realtà non danneggia la reputazione di Benjamin Netanyahu. Si può avere una serie di scandali, ma è in carica da un arco di tempo considerevolmente lungo.
E allora la domanda è: perché? E io penso che la risposta sia: perché, piaccia o no, Benjamin Netanyahu è il vero volto di Israele. E’ un detestabile, sbruffone, razzista suprematista ebreo. E questo è oggi l’intera popolazione. Ora, non sto dicendo che è nel suo DNA, non sto dicendo che è genetico. Ma è una qualcosa di molto sgradevole ciò in cui è degenerato lo stato di Israele. E …
AMY GOODMAN: Voglio dire, chiaramente non è l’intera popolazione. Ci sono molti critici. C’è un movimento per la pace nel paese.
NORMAN FINKELSTEIN: Beh, no, direi … sai, Amy, vorrei che non fosse così. Vorrei che non fosse così. Ma se chiedi agli stessi critici, se chiedi a Gideon Levy, se chiedi a Amira Hass, se chiedi a …
AMY GOODMAN: Che scrive per Haaretz.
NORMAN FINKELSTEIN: Esatto. Se chiedi a B’Tselem, se chiedi …
AMY GOODMAN: Il gruppo per i diritti umani.
NORMAN FINKELSTEIN: Sì … a Breaking the Silence, il gruppo dei soldati, ti diranno che non rappresentano nessuno. Ti diranno che non sono più rappresentativi. C’è stato un periodo nel quale rappresentavano almeno un fattore nella vita israeliana. Ma non è più così. E il fatto che Benjamin Netanyahu duri, nonostante la successione di scandali, è una manifestazione di quanto quella società sia degenerata.
Così Gideon Levy, penso, il giornalista, ha fatto l’altro giorno un commento che ho trovato molto interessante. Ha detto: gli israeliani, loro vedono un tizio su una sedia a rotelle – ha perso entrambe le gambe – a Gaza. Ha in mano una bandiera. Gli sparano giusto in mezzo agli occhi, un tiratore scelto. Tutto lo vedono in video. Lui dice che non importa a nessun israeliano. Poi è ucciso un altro bambino. In questo caso, il secondo caso, è ucciso un bambino. E’ ucciso un terzo. Non interessa a nessuno. Una sola cosa importa: la ragazza, Ahed Tamimi, ha schiaffeggiato un soldato israeliano. Questo provoca isterismo. Come osa una palestinese schiaffeggiare un soldato israeliano? Ma le atrocità quotidiane …
AMY GOODMAN: E questo, di nuovo, lo schiaffo al soldato, dopo che suo cugino quattordicenne, colpito da una fucilata al volto a brevissima distanza da soldati israeliani, sta ora appena uscendo dal coma.
NORMAN FINKELSTEIN: E vivere sotto un’occupazione, vivere sotto il saccheggio, la distruzione della tua casa, dei tuoi vicini, questi soldati che costantemente ti molestano, ti vessano, ti tiranneggiano, ti minacciano. Ma la sola domanda per Israele è: come osa questa ragazza schiaffeggiare un soldato? Me le uccisioni non contano.
Da Znetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo
Fonte: http://znetitaly.altervista.org/art/24125?doing_wp_cron=1516055268.8320429325103759765625
traduzione di Giuseppe Volpe
Traduzione © 2018 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.

Zeev Sternhell: in Israele, fascismo in crescita e razzismo simile al nazismo antico


Non vogliono nuocere fisicamente ai palestinesi. Vogliono semplicemente privarli dei diritti umani fondamentali, come l’autogoverno nel loro Stato e la libertà dall’oppressione, scrive lo storico israeliano Zeev Sternhell
foto Epa/Abir Sultan
foto Epa/Abir Sultan
di Zeev Sternhell – Haaretz
Traduzione di Elena Bellini
Tel Aviv, 22 gennaio 2018, Nena News – Spesso mi chiedo come, tra 50 o 100 anni, uno storico interpreterà la nostra epoca. Quand’è – si chiederà – che la popolazione in Israele ha iniziato a realizzare che lo Stato, nato dalla guerra d’indipendenza, sulle rovine dell’ebraismo europeo, e pagato col sangue dei combattenti, alcuni dei quali erano sopravvissuti all’Olocausto, si è trasformato in una tale mostruosità per i suoi abitanti non ebrei? Quand’è che alcuni israeliani hanno capito che la loro crudeltà e la capacità di prevaricazione sugli altri, palestinesi o africani, ha iniziato a erodere la legittimità morale della loro esistenza come entità sovrana?
La risposta, potrebbe dire quello storico, è racchiusa nelle azioni di parlamentari come Miki Zohar e Bezalel Smotrich e nelle proposte di legge del ministro della Giustizia Ayelet Shaked. La legge dello Stato-nazione, che sembra formulata dal peggiore degli ultranazionalisti europei, è stata solo l’inizio. Dato che la sinistra non ha protestato contro di essa nelle manifestazioni in Rotchild Boulevard, quella è stata l’inizio della fine della vecchia Israele, la cui dichiarazione di indipendenza rimarrà come pezzo da museo. Un reperto archeologico che insegnerà alla gente ciò che Israele sarebbe potuta diventare, se solo la sua società non fosse stata disintegrata dalla devastazione morale causata dall’occupazione e dall’apartheid nei Territori.
La sinistra non è più in grado di sconfiggere l’ultranazionalismo tossico che si è sviluppato qui, la cui versione europea ha praticamente sterminato la maggioranza del popolo ebraico. Le interviste per Haaretz di Ravit Hech a Smotrich e Zohar (3 dicembre 2016 e 28 ottobre 2017) dovrebbero essere ampiamente diffuse su tutti i media in Israele e nel mondo ebraico. In entrambe, si nota non solo un crescente fascismo israeliano, ma anche un razzismo simile al nazismo degli esordi.
Come ogni ideologia, la teoria nazista della razza si è sviluppata nel corso degli anni. All’inizio, ha solo privato gli ebrei dei loro diritti umani e civili. È possibile che, se non ci fosse stata la Seconda Guerra Mondiale, la “questione ebraica” si sarebbe risolta con la sola espulsione “volontaria” degli ebrei dalle terre del Reich. Dopotutto, molti ebrei austriaci e tedeschi erano riusciti ad andarsene in tempo. È possibile che questo sia il futuro dei palestinesi.
Smotrich e Zohar, infatti, non vogliono nuocere fisicamente ai palestinesi, a patto che questi non si ribellino contro i loro padroni ebrei. Vogliono semplicemente privarli dei diritti umani fondamentali, come l’autogoverno nel loro Stato e la libertà dall’oppressione, o l’uguaglianza di diritti nel caso in cui i territori siano ufficialmente annessi a Israele. Per questi due rappresentanti della maggioranza alla Knesset, i palestinesi sono condannati a restare sotto occupazione per sempre. È probabile che anche il Comitato centrale del Likud la pensi così. Il ragionamento è semplice: gli arabi non sono ebrei, quindi non possono rivendicare la proprietà di alcuna porzione della terra che è stata promessa al popolo ebraico.
Secondo il ragionamento di Smotrich, Zohar e Shaked, un ebreo di Brooklin che non ha mai messo piede in questo Paese è il legittimo proprietario di questa terra, mentre un palestinese, la cui famiglia vive qui da generazioni, è uno straniero che vive qui solo grazie alla benevolenza degli ebrei. “Un palestinese – ha detto Zohar a Hecht – non ha alcun diritto all’autodeterminazione nazionale perché non possiede la terra in questo Paese. Per senso del vivere civile gli riconosco la residenza, dato che è nato qui e vive qui; non gli dirò di andarsene. Ma, mi dispiace dirlo, loro hanno un enorme handicap: non sono nati ebrei”.
Da ciò si può presumere che, anche se si convertissero tutti, si facessero crescere i payot (riccioli laterali) e studiassero la Torah, non servirebbe. Questa è la realtà dei richiedenti asilo sudanesi ed eritrei e dei loro figli, che sono israeliani a tutti gli effetti. Era lo stesso con i nazisti. Poi c’è l’apartheid, che si può applicare in determinate circostanze agli arabi con cittadinanza israeliana. La maggior parte degli israeliani non sembra preoccupata.

di Zeev Sternhell – Haaretz
Traduzione di Elena Bellini

 
 
 
 
 
 
Non vogliono nuocere fisicamente ai palestinesi. Vogliono semplicemente privarli dei diritti umani fondamentali, come l’autogoverno nel loro Stato e la libertà…
nena-news.it

venerdì 19 gennaio 2018

Umberto De Giovannangeli Una ragazza di Palestina Ahed Tamimi,


Una ragazza di Palestina






Per molti, dentro e fuori i territori palestinesi, è diventata il simbolo di un popolo che non si piega all'occupante. Non è una politica, tanto meno un capo militare. È una ragazza palestinese. Determinata, certo, anche un po' sfrontata, sicuro, ma questo non può diventare un'aggravante giudiziaria. Così invece è. In una nota ufficiale, Magdalena Mughrabi, vicedirettrice di Amnesty International per il Medio Oriente e l'Africa del Nord, ha ribadito la richiesta a Israele di rilasciare immediatamente Ahed Tamimi, 16enne attivista palestinese accusata di aggressione aggravata e istigazione. Il 17 gennaio un tribunale israeliano ha stabilito che Ahed Tamimi dovrà rimanere in carcere fino alla fine del suo processo. In difformità dall'articolo 66 della IV Convenzione di Ginevra sarà processata in territorio israeliano da un tribunale militare. La data d'inizio del processo è stata fissata il prossimo 31 gennaio, il giorno in cui Ahed compirà 17 anni.
"Nulla che Ahed Tamimi ha fatto può giustificare il proseguimento della detenzione di una ragazza di 16 anni – ha dichiarato in una nota ufficiale Mugharabi –. Le immagini di una ragazza disarmata che schiaffeggia un soldato, armato di tutto punto, mostrano che mantiene il controllo e per questo viene aspramente criticato dalla ultradestra nazionalista israeliana che quell'azione costituiva una minaccia assai scarsa. Il prolungamento della sua detenzione è oltraggiosamente eccessivo rispetto a un reato modesto e costituisce una misura del tutto inappropriata per una minorenne. Chiediamo alle autorità israeliane di rilasciarla immediatamente".
L'avvocato di Ahed Tamimi ha riferito che la ragazza è stata sottoposta a diverse lunghe e aggressive sedute d'interrogatorio, talvolta di notte, e che chi la interrogava ha più volte rivolto minacce alla sua famiglia. Ahed Tamimi è stata arrestata il 19 dicembre scorso dopo che sua madre, Nariman Tamimi – un'altra palestinese nota per il suo attivismo – aveva diffuso via Facebook le immagini di un alterco di sua figlia con due soldati. Una cugina di Ahed, Nour Tamimi, è stata arrestata la mattina del 20 dicembre. L'alterco tra Ahed Tamimi e due soldati israeliani era avvenuto in occasione di una manifestazione promossa a Nabi Saleh contro la recente decisione del presidente statunitense Donald Trump di riconoscere Gerusalemme capitale d'Israele.
L'accusa per cui sarà processata si riferisce anche a incidenti precedenti per i quali non era mai stata perseguita. Il giudice ha motivato la sentenza affermando che Tamimi è "una persona che è stata coinvolta in attacchi ai soldati e minacce su di loro in diverse occasioni, oltre che nell'espressione di linguaggio provocatorio. Non ho altra scelta che ordinare la sua incarcerazione fino alla fine del suo processo". Per l'Ong israeliana B'tselem l'udienza che ha confermato la sua carcerazione, è un "chiaro esempio" che "il sistema giuridico militare non è uno strumento di giustizia, ma un meccanismo centrale di repressione al servizio del contro israeliano sui palestinesi dei territori". In precedenza, lo stesso giorno, un altro cugino di Ahed, il quindicenne Mohammad Tamimi, era stato gravemente ferito alla testa da un proiettile di gomma sparato da corta distanza da un soldato israeliano.
"La detenzione di Ahed Tamimi e il processo che dovrà affrontare in corte marziale sono un esempio della discriminazione istituzionale tipica del trattamento inflitto ai minorenni palestinesi che si attivano contro l'occupazione israeliana e dimostra come Israele stia violando i suoi obblighi internazionali nei confronti dei minorenni", ha aggiunto Mughrabi."Questa ragazza – annota su Internazionale Bernard Guetta - Questa adolescente è diventata un'icona palestinese e una celebrità mondiale da quando ha schiaffeggiato un soldato che voleva impedirle di partecipare alla manifestazione settimanale del suo villaggio contro l'occupazione israeliana. Nel 2012, quando Ahed aveva 12 anni, era già diventata famosa agitando il pugno verso un altro soldato minacciando di "rompergli la testa". Un anno fa aveva morso un altro militare per impedirgli d'interrogare suo fratello. Ora è arrivato lo schiaffo, filmato dalla madre e diventato virale sui social media...".
Questa adolescente, annota ancora Guetta, "nata in una famiglia che ha scelto la non violenza, incarna una nuova generazione palestinese che non crede più al processo di pace e nemmeno alla soluzione dei due Stati, decisa a battersi solo per il riconoscimento dei propri diritti e della propria dignità. Il fallimento del negoziato ha insegnato a questa generazione che oggi essa non vive nella virtualità della Palestina ma nella realtà di uno stato di Israele che comprende la Cisgiordania, uno stato di diritto a cui chiedere diritti civili, più difficili da rifiutare rispetto a un insieme di frontiere, uno stato e una capitale". In queste ultime righe, Bernard Guetta tocca due questioni cruciali, due nervi scoperti per Israele e il suo sistema democratico. La prima è la non violenza: quella che in una recente intervista all'Huffington Post, Hanan Ashrawi, più volte ministra palestinese, paladina dei diritti umani nei territori, ha definito la "terza via da praticare tra rassegnazione e deriva militarista".
È quello che Ahed ha fatto, con la sfrontatezza dei suoi anni, con la determinazione di chi sa cosa significhi l'umiliazione a un check-point o vivere all'ombra del "Muro dell'apartheid" (la Barriera di sicurezza per Israele). Ahed è una ragazza di Palestina. Cresciuta in fretta, sotto occupazione. Per una generazione di giovani palestinesi che non si riconosce più in una dirigenza vecchia e in parte corrotta, Ahed è divenuta un simbolo, una icona. Di certo, verrebbe da dire, meglio lei che il "califfo" al-Baghdadi. Ahed ha i sogni che coltivano nel mondo le ragazze e i ragazzi della sua età: generazione smart, abilissima nello "smanettare" gli smartphone, che supera con i social media muri e gabbie. È una generazione forse disincantata, ma non passiva. Ahed ha scelto la via della non violenza, e non si è trasformata, come altri suoi coetanei, in strumento di morte, brandendo un coltello a un posto di blocco scambiando il desiderio di giustizia in sete di vendetta. Ahed vive nel presente, non potendo immaginare il futuro. Perché è difficile guardare al futuro se vivi in una enclave, o in un campo profughi o in una immensa e fatiscente prigione a cielo aperto qual è Gaza (il 54% dei suoi quasi 2milioni di abitanti hanno meno di 18 anni).
Era in un carcere israeliano, Ahed Tamimi, quando il vecchio presidente palestinese, Mahmoud Abbas (Abu Mazen), ha certificato la morte degli accordi di Oslo-Washington, quelli che avrebbero dovuto portare a una pace fondata sul principio "due popoli, due Stati". Più che una speranza, un'illusione. Perché Ahed, ragazza di Palestina, sa che uno Stato palestinese in una Cisgiordania disseminata di insediamenti-città, dove vivono quasi 400mila israeliani-coloni, ai quali si aggiungono i 140mila di Gerusalemme Est, uno Stato degno di questo nome non sarà mai edificato. Ma Ahed sente ripetere che Israele è l'unica democrazia in Medio Oriente, uno stato di diritto a cui, per usare le parole di Bernard Guetta, "chiedere diritti civili, più difficili da rifiutare rispetto a un insieme di frontiere, uno stato, una capitale...". Si sente ripetere che Israele non sono solo i soldati in assetto da guerra che lei ha imparato a conoscere fin da bambina. Israele è altro. Ecco perché la vicenda di questa ribelle sedicenne è la cartina al tornasole dello stato della democrazia in Israele. Ed è per questo che l'attenzione dei media internazionali deve mantenersi viva e i "riflettori" accesi su questa ragazza di Palestina.

Video Moni Ovadia incontra Liliana Segre

Zeev Sternhell : Opinion In Israel, Growing Fascism and a Racism Akin to Early Nazism









I frequently ask myself how a historian in 50 or 100 years will interpret our period. When, he will ask, did people in Israel start to realize that the state that was established in the War of Independence, on the ruins of European Jewry and at the cost of the blood of combatants some of whom were Holocaust survivors, had devolved into a true monstrosity for its non-Jewish inhabitants. When did some Israelis understand that their cruelty and ability to bully others, Palestinians or Africans, began eroding the moral legitimacy of their existence as a sovereign entity?
The answer, that historian might say, was embedded in the actions of Knesset members such as Miki Zohar and Bezalel Smotrich and the bills proposed by Justice Minister Ayelet Shaked. The nation-state law, which looks like it was formulated by the worst of Europe’s ultra-nationalists, was only the beginning. Since the left did not protest against it in its Rothschild Boulevard demonstrations, it served as a first nail in the coffin of the old Israel, the one whose Declaration of Independence will remain as a museum showpiece. This archaeological relic will teach people what Israel could have become if its society hadn’t disintegrated from the moral devastation brought on by the occupation and apartheid in the territories.
The left is no longer capable of overcoming the toxic ultra-nationalism that has evolved here, the kind whose European strain almost wiped out a majority of the Jewish people. The interviews Haaretz’s Ravit Hecht held with Smotrich and Zohar (December 3, 2016 and October 28, 2017) should be widely disseminated on all media outlets in Israel and throughout the Jewish world. In both of them we see not just a growing Israeli fascism but racism akin to Nazism in its early stages.
Like every ideology, the Nazi race theory developed over the years. At first it only deprived Jews of their civil and human rights. It’s possible that without World War II the “Jewish problem” would have ended only with the “voluntary” expulsion of Jews from Reich lands. After all, most of Austria and Germany’s Jews made it out in time. It’s possible that this is the future facing Palestinians.
Indeed, Smotrich and Zohar don’t wish to physically harm Palestinians, on condition that they don’t rise against their Jewish masters. They only wish to deprive them of their basic human rights, such as self-rule in their own state and freedom from oppression, or equal rights in case the territories are officially annexed to Israel. For these two representatives of the Knesset majority, the Palestinians are doomed to remain under occupation forever. It’s likely that the Likud’s Central Committee also thinks this way. The reasoning is simple: The Arabs aren’t Jews, so they cannot demand ownership over any part of the land that was promised to the Jewish people.
According to the concepts of Smotrich, Zohar and Shaked, a Jew from Brooklyn who has never set foot in this country is the legitimate owner of this land, while a Palestinian whose family has lived here for generations is a stranger, living here only by the grace of the Jews. “A Palestinian,” Zohar tells Hecht, “has no right to national self-determination since he doesn’t own the land in this country. Out of decency I want him here as a resident, since he was born here and lives here – I won’t tell him to leave. I’m sorry to say this but they have one major disadvantage – they weren’t born as Jews.”
From this one may assume that even if they all converted, grew side-curls and studied Torah, it would not help. This is the situation with regard to Sudanese and Eritrean asylum seekers and their children, who are Israeli for all intents and purposes. This is how it was with the Nazis. Later comes apartheid, which could apply under certain circumstances to Arabs who are citizens of Israel. Most Israelis don’t seem worried.

Akiva Eldar :Complesso messianico dei nazionalisti israeliani


Sintesi personale

Un membro anziano del governo israeliano si è lamentato la scorsa settimana che, nonostante i ripetuti bombardamenti di obiettivi nella Striscia di Gaza, da dove sono stati lanciati diversi missili contro Israele, non ci sono state notizie di palestinesi feriti o morti . "È tempo che ci siano anche feriti e morti ", ha chiesto il ministro dell'Agricoltura Uri Ariel in un'intervista radiofonica il 10 gennaio. Lo stesso giorno, mentre elogiava il rabbino  Raziel Shevach , assassinato in una sparatoria vicino all' avamposto illegale  della West Bank di Havat Gilad,  Ariel ha fatto ricorso a un potere più elevato per portare a termine il lavoro. "Vogliamo una punizione divina", ha gridato .
Il ministro, il cui partito di estrema destra Tkuma (in ebraico per "resurrezione") si è unito a HaBayit HaYehudi nella coalizione di governo, ha promesso di non arrendersi. "Giuriamo di costruire la Terra di Israele ,  non c'è nessuno che fermi la redenzione del popolo di Israele. ... Non puoi fermare questa melodia. È una melodia divina e noi siamo i suoi messaggeri "  Egli vive nella  colonia in Cisgiordania di Beit El.
Quando un funzionario eletto in uno stato che presume di essere l'unica democrazia della regione si considera il messaggero di un potere superiore, ovviamente viene a decadere il senso della Knesset e delle sue leggi e lo stesso vale per il Governo . Un soldato israeliano che impedisce ai coloni ebrei di sradicare gli ulivi dei palestinesi sta impedendo la redenzione della terra santa, e quando un ufficiale di polizia israeliano trattiene un colono della Cisgiordania per aver sputato di fronte a una donna palestinese, sta chiaramente distruggendo la  "divina" melodia."
Se un ministro dell'Autorità palestinese si fosse lamentato del numero trascurabile di israeliani uccisi e feriti in attacchi terroristici, avrebbe dato origine a una tempesta onnipotente. Immagina i titoli  dei media  se  un ministro palestinese avesse dichiarato :  "Noi siamo i messaggeri di Dio. Nessuno può fermare la redenzione della Palestina nella sua interezza. "Il primo ministro Benjamin Netanyahu avrebbe chiesto al presidente Mahmoud Abbas di licenziare immediatamente il ministro" ribelle "e di condannare le sue osservazioni. Gli esperti avrebbero indicato con preoccupazione l'incapacità di Abu Mazen di arginare la diffusione dell'ideologia islamista ai vertici della leadership palestinese.
Le ideologie fondamentaliste e messianiche non sono nulla di nuovo nella società israeliana. I rabbini Yitzhak Shapira e Yosef Elitzur della yeshiva "Od Yosef Chai" nell'insediamento di Yitzhar giustificavano l' esecuzione dei bambini del nemico nel loro libro del 2009 " Torat Hamelech .  I bambini i dei nemici di Israele possono essere ucciso perché "è chiaro che cresceranno per farci del male" e dovranno essere uccisi comunque. La polizia ha interrogato i due rabbini per sospetto di incitamento, ma non sono stati incriminati.
Negli anni '70, il capo della prestigiosa yeshiva Merkaz Harav e leader del sionismo religioso, Rabbi Zvi Yehuda Kook, decretò che l'ordine del governo di lasciare Sebastia , uno dei primi tentativi di insediamento in Cisgiordania, era illegale. Hanan Porat, uno dei leader del movimento degli insediamenti di Gush Emunim, promise che il mondo intero, inclusi gli arabi, avrebbe "goduto la realizzazione della [nostra] redenzione".
Porat, scomparso nel 2011, è stato uno dei membri del National Religious Party (NRP) che  si oppose  al trattato di pace del 1979 con l'Egitto. Yehuda Ben-Meir, allora membro della giovane dirigenza del partito, ha detto ad Al-Monitor questa settimana che HaBayit HaYehudi, il partito fondato sulle rovine del PNR, avrebbe probabilmente rifiutato all'unanimità  l'accordo di pace  se gli fosse stato chiesto di votarlo oggi. Ha notato che la decisione del movimento Mizrachi, uno dei precursori del PNR, di sostenere il Piano di divisione dell'ONU del 1947 che divideva la Palestina tra ebrei e arabi, era stato preceduto da una burrascosa lotta nel  partito.
Ben-Meir, che ha servito come vice ministro degli Esteri nel governo del primo ministro Yitzhak Shamir negli  anni '80, ha osservato che purtroppo la reincarnazione del PNR, HaBayit HaYehudi, serve ai  coloni e agli israeliani di destra che li sostengono. "Non c'è spazio per il pluralismo sulle questioni che investono la  diplomazia, in particolare per quanto riguarda il conflitto israelo-palestinese", ha detto. Il vecchio PNR, aveva le sue radici nel partito Mizrachi fondato nel 1903, includeva figure moderate come Joseph Burg, Haim Moshe Shapira e Zerah Verhaftig, ma non può essere resuscitato
L'avvocato Batia Kahane-Dror, che ha corso nelle ultime primarie per  HaBayit HaYehudi, ha lasciato il partito con rabbia nel 2015. Ha  dichiarato dopo la sua partenza che i leader HaBayit HaYehudi erano in competizione per il titolo di  chi è "più messianico" e si sforzano di trasformare Israele in uno stato con legge ebraica . "Apprezzo le visioni nazionali, di destra", ha osservato, "ma mi sono chiesto come posso rimanere in un posto dove" la pace "è una parolaccia." Il leader del partito Naftali Bennett "dà l'impressione di un buon uomo di destra , il campione di una forte politica di difesa, ma le sue opinioni sono radicali e soprattutto messianiche ".
Il giorno successivo all'assassinio del primo ministro Yitzhak Rabin, nel novembre 1995, il rabbino Yehuda Amital, capo della Har Etzion Yeshiva nel blocco di insediamenti di Gush Etzion, avvertì che la legge ebraica , conosciuta in ebraico come "halacha", può trasformarsi in un  pericoloso  esplosivo quando è nelle mani dei giovani. ... Il termine 'halacha' è troppo ampio e sacro per essere posto nelle mani di ogni ragazzo e ragazza ebreo. "Si potrebbe aggiungere che questo vale anche per ogni politico privo di spina dorsale e maturità.
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Israeli nationalists' messiah complex

 

A senior member of the Israeli government complained last week that despite repeated bombings of targets in the Gaza Strip, from which several rockets were fired at Israel, there had been no reports of wounded or dead Palestinians. “What is this special weapon we have that we fire and see pillars of smoke and fire, but nobody gets hurt? It is time for there to be injuries and deaths as well,” Agriculture Minister Uri Ariel demanded in a radio interview on Jan. 10. On the same day, while eulogizing Rabbi Raziel Shevach, who was murdered in a drive-by shooting near the unsanctioned West Bank outpost of Havat Gilad, Ariel appealed to a higher power to get the job done. “We want divine retribution,” he cried.
The minister, whose far-right Tkuma (Hebrew for "resurrection") party joined HaBayit HaYehudi in the ruling coalition, vowed not to back down. “We swear to build the Land of Israel, and there is no one to stop the redemption of the people of Israel. … You cannot stop this melody. It is a divine melody and we are its messengers,” added Ariel, himself from the West Bank settlement of Beit El.
When an elected official in a state that presumes to be the only democracy in the region views himself as the messenger of a higher power, he obviously has no use for the Knesset and its laws nor for the government and its decisions. An Israeli soldier who stops Jewish settlers from uprooting the olive trees of Palestinians is preventing the redemption of holy land, and when an Israeli police officer detains a West Bank settler for spitting in the face of a Palestinian woman, he is clearly disrupting the “divine melody.”
If a minister in the Palestinian Authority had complained about the negligible number of Israelis killed and wounded in terror attacks, an almighty storm would have ensued. Imagine the headlines reporting the Palestinian ministerial declaration, “We are the messengers of God. No one can stop the redemption of Palestine in its entirety.” Prime Minister Benjamin Netanyahu would have demanded that President Mahmoud Abbas immediately fire the “wayward” minister and condemn his remarks. Pundits would have pointed with concern to Abbas’ inability to stem the spread of Islamist ideology to the Palestinian leadership’s top echelons.
Fundamentalist, messianic ideologies are nothing new in Israeli society. Rabbis Yitzhak Shapira and Yosef Elitzur from the “Od Yosef Chai” yeshiva in the settlement of Yitzhar justified the execution of the enemy’s babies in their 2009 book “Torat Hamelech,” the “King’s Torah.” The babies and children of Israel's enemies may be killed since "it is clear that they will grow to harm us" and will have to be killed anyway, the two opined. The police interrogated the two rabbis on suspicion of incitement, but they were not indicted.
Back in the 1970s, the head of the prestigious Merkaz Harav yeshiva and leader of religious Zionism, Rabbi Zvi Yehuda Kook, ruled that the government’s order to vacate Sebastia, one of the first attempts to settle in the West Bank, was illegal. Hanan Porat, one of the leaders of the Gush Emunim settlement movement, pledged that the entire world, Arabs included, would “enjoy the realization of [our] redemption.”
Porat, who passed away in 2011, was one of the members of the National Religious Party (NRP) who walked out to protest his party’s support for the 1979 peace treaty with Egypt. Yehuda Ben-Meir, then a member of the party’s young leadership, told Al-Monitor this week that HaBayit HaYehudi, the party established on the ruins of the NRP, would likely have unanimously rejected that peace agreement had it been asked to vote on it today. He noted that the decision by the Mizrachi movement, one of the precursors of the NRP, to support the 1947 UN Partition Plan that divided Palestine between Jews and Arabs, had also been preceded by a stormy party leadership fight.
Ben-Meir, who served as deputy foreign minister in the 1980s government of Prime Minister Yitzhak Shamir, remarked that sadly, the reincarnation of the NRP, HaBayit HaYehudi, serves only the settlers and the right-wing Israelis who support them. “There’s no room for pluralism on issues of diplomacy, particularly regarding the Israeli-Palestinian conflict,” he said. The old NRP, which had its roots in the Mizrachi party established in 1903, included such moderate figures as Joseph Burg, Haim Moshe Shapira and Zerah Verhaftig, but it cannot be resurrected, he said. “Many of the sons and grandsons of NRP voters draw a line between religion and sectoral ideology,” Ben-Meir said. “Many Israelis adhere to a religious way of life but do not identify with the [settlement] sector. They observe the Jewish Sabbath and lay tefillin, but vote for [centrist, anti-clerical] Yair Lapid, [center-right] Moshe Kahlon and even the Zionist Camp and Likud parties. They integrate into society, industry, science and political life. They do not relate to a sectoral party like HaBayit HaYehudi.”
Attorney Batia Kahane-Dror, who ran in the last HaBayit HaYehudi primaries, left the party in anger in 2015 when she realized that her championing of pragmatic attitudes had left her persona non grata. Kahane-Dror, who heads Mavoi Satum, a support organization for women who are denied divorce under Jewish law, said after her departure that HaBayit HaYehudi leaders were competing for the title of “most messianic” and striving to turn Israel into a Jewish-law state. “I espouse national, right-wing views,” she noted, “but I asked myself how I can stay in a place where ‘peace’ is a dirty word.” Party leader Naftali Bennett “gives the impression of a nice right-winger, a champion of a strong defense policy, but his views are radical and especially messianic.”
Her diagnosis of Bennett might be somewhat flawed. Ahead of the 2013 elections, Bennett forged an alliance with Lapid, who had entered politics riding a wave of secular and pragmatic political messages. This alliance was clearly indicative of Bennett’s willingness to don an everyman persona in his bid to become prime minister. Today, the high-tech millionaire from central Israel appeals to religious youth with light messianic slogans. Tomorrow he might realize that anyone who rides on the back of a tiger could end up becoming the animal’s lunch.
On the day following the November 1995 assassination of Prime Minister Yitzhak Rabin, Rabbi Yehuda Amital, the head of the Har Etzion Yeshiva in the Gush Etzion settlement bloc, warned that Jewish law, known in Hebrew as “halacha,” “can turn into dangerous explosives when in the hands of young people. … The term ‘halacha’ is too broad and sacred to be placed in the hands of every Jewish boy and girl.” One might add that this also applies to every politician lacking a backbone and maturity.