giovedì 17 agosto 2017

Roberto Della Seta "Aiutiamoli a casa loro" significa nei lager libici?

Ismail Zetouni / Reuters
La contabilità degli arrivi di migranti dal Nord Africa dice che le cose vanno benissimo: a luglio -52,5% rispetto al luglio 2016, nei primi giorni di agosto -76% sullo stesso periodo dell'anno scorso. Insomma, la strategia del ministro Minniti, basata sul codice di regole restrittive per le Ong che effettuano salvataggi in mare e sugli accordi con i poteri libici perché trattengano i migranti in fuga, sembra funzionare alla grande.
Certo, come già avvenuto per l'intesa stretta mesi fa dall'Europa con la Turchia per chiudere la rotta migratoria da Siria e Iraq verso i Balcani, è bene non farsi troppe domande su ciò che accade nel "retropalco", in questo caso in terra libica. Perché ciò che accade è un'autentica schifezza, è la negazione sistematica di ogni principio umanitario. Accade, come raccontano le duemila testimonianze raccolte da Medici per i Diritti Umani (Medu) e come denunciato dall'inviato Unhcr per il Mediterraneo Vincent Cochetel, che i migranti trattenuti finiscono in lager come quello di Sabha, una fortezza nel deserto nel sud est della Libia circondata da filo spinato e miliziani armati di mitragliatrici lungo tutto il perimetro, dove subiscono privazioni e atrocità di ogni genere. A confermare che la Libia si sta trasformando - meglio sta tornando ad essere come già ai tempi di Gheddafi - un immenso campo di concentramento per migranti in fuga dai loro paesi, è stato nei giorni scorsi il viceministro degli esteri Mario Giro: "I migranti - ha detto Giro, una vita di impegno per l'Africa con la Comunità di Sant'Egidio - finiscono in centri di detenzione nelle mani delle milizie, che ne approfittano per fare i loro commerci; questa politica non raggiunge nemmeno l'obiettivo di alleggerire la situazione, c'è molta gente che vive su questi traffici".
Viene da dire, amaramente, che ora si capisce meglio il senso dell'auspicio renziano "Aiutiamoli a casa loro". Per un momento avevamo creduto che il leader Pd si limitasse a ripetere una abusata banalità: l'unico modo efficace per evitare che folle di africane e africani cerchino sicurezza e spesso trovino la morte avventurandosi nel Mediterraneo per raggiungere l'Europa, è che l'Africa diventi un continente senza più miseria né guerre. Verità impossibile da negare ma ardita da sostenere per chi governando l'Italia da anni ha mantenuto a livelli infimi i fondi per gli aiuti allo sviluppo (0,26% del Pil contro lo 0,51% della media europea) e fatto crescere l'export di armi verso l'Africa; e verità che lascia il tempo che trova quando si tratta di dare soccorso qui ed ora a migliaia di migranti in fuga dai loro attuali inferni.
Ma no, l'invocazione di Renzi era molto più concreta, e il ministro degli interni Minniti si è incaricato di renderla esplicita e anche di cominciare a metterla in pratica. Questo il nuovo progetto: l'Italia è disposta a tutto pur di fermare l'afflusso di richiedenti asilo e di migranti dall'Africa, anche ad "aiutarli a casa loro", nel senso di lasciarli marcire nei campi di concentramento libici.
La "dottrina-Minniti" è chiara ed è coerente: il fine, ridurre il flusso delle partenze di migranti dalle coste libiche, giustifica i mezzi per raggiungerlo, cioè la messa in mora delle Ong umanitarie impegnate nel Mediterraneo e l'affidamento ai ras libici del lavoro sporco di "ospitare" i migranti in veri e propri lager. Su questa idea si è realizzata un'inedita convergenza di accenti e di argomenti tra destra, grillini, Pd; convergenza che ha visto il Partito democratico ritrovarsi su un terreno valoriale, riassumibile nello slogan "prima gli italiani", da sempre patrimonio della destra.
Pagherà questa scelta, consentirà al Pd di raccogliere consenso in quella larga fetta di elettorato, oggi più larga di ieri, sensibile ai richiami securitari e sovranisti? Difficile, più probabile che alla fine quell'elettorato scelga l'"originale" salvinian-griillino alla fotocopia Pd. Di sicuro questa degenerazione politico-culturale della leadership democratica rende sempre più urgente la messa in campo di un'alternativa di progetto, di visione, di proposta di governo: perché come ha scritto Ezio Mauro, una sinistra che rinnega "quel vincolo politico e non solo umano che nella differenza di destino tiene insieme i sommersi e i salvati della globalizzazione", ha perso del tutto il suo senso storico.
 
 
 
 
 
 
La contabilità degli arrivi di migranti dal Nord Africa dice che le cose vanno benissimo: a luglio -52,5% rispetto al luglio 2016, nei primi giorni di agosto -76% sullo stesso periodo dell'anno...
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mercoledì 16 agosto 2017

Trump si rimangia la condanna dei suprematisti. Rivolta nel Gop, il Ku Klux Klan lo ringrazia


Sotto pressione il presidente aveva preso le distanze dagli estremisti di destra, poi la retromarcia: "Le violenze di Charlottesville colpa di entrambe le parti"
huffingtonpost.it
 L'ultima giravolta del presidente Usa Donald Trump, che ha paragonato suprematisti bianchi e razzisti alla sinistra liberal, ha fatto infuriare un po' tutti. Voci di protesta si sono levate dal partito repubblicano, ma anche dai vertici militari e dai suoi ormai ex consiglieri economici, mentre varie città si affrettano a rimuovere - senza troppo clamore - i monumenti ai confederati venerati da suprematisti e neonazisti. A scatenare la bufera è stata la marcia indietro del presidente americano a proposito dei fatti di sabato scorso a Charlottesville, in Virginia, dove una manifestazione contro la rimozione della statua in onore del generale della guerra di Secessione americana Robert E. Lee ha portato a scontri e alla morte di una giovane donna.
Questi i fatti. Lunedì l'inquilino della Casa Bianca aveva ceduto a 48 ore di pressioni, arrivate sia da destra che da sinistra, e aveva condannato i razzisti per nome, citando esplicitamente Ku Klux Klan, suprematisti bianchi e neonazisti, che aveva definito ripugnanti. Poi il colpo di scena: in una surreale conferenza stampa, ieri sera Trump si è rimangiato tutte le parole dette per condannare i suprematisti bianchi e i razzisti che hanno distrutto Charlottesville, attribuendo a entrambe le parti la responsabilità per le violenze avvenute in Virginia: "Che succede con la sinistra alternativa che ha attaccato quelli che voi chiamate destra alternativa? Non hanno alcuna colpa?", ha detto parlando nella hall della Trump Tower. "C'è stato da un lato un gruppo che si è comportato male e dall'altro un altro gruppo che è stato molto violento". Sabato a Charlottesville si è tenuta una marcia di suprematisti bianchi, e un 20enne bianco simpatizzante neonazista, con la sua auto, si è lanciato sulla contro-manifestazione antirazzista, uccidendo una 32enne.
Le critiche sono arrivate presto, anche dall'interno del partito repubblicano. "Dobbiamo essere chiari. Il suprematismo bianco contrasta con tutto ciò per cui questo Paese si batte. Non ci può essere alcuna ambiguità morale", ha scritto su Twitter il presidente della Camera Usa Paul Ryan.
Anche il senatore repubblicano John McCain si è rifiutato di mettere sullo stesso piano neonazisti e antifascisti come invece ha fatto Trump: "Non c'è un'equivalenza morale tra razzisti e americani che prendono posizione per sfidare odio e intolleranza. Il presidente degli Stati Uniti dovrebbe dire questo", ha affermato su Twitter. Sulla stessa linea pure un altro repubblicano, l'ex governatore repubblicano John Kasich che sfidò Trump alle primarie Gop dell'anno scorso per la Casa Bianca: "Non c'è alcuna equivalenza morale per i simpatizzanti nazisti. Non può esserci spazio in America, né nel partito repubblicano, per razzismo, anti-semitismo, odio o nazionalismo bianco. Punto".
Durissimi i due ultimi presidenti repubblicani, George H.W. Bush (padre) e George W. Bush (figlio), che in un comunicato congiunto hanno criticato il loro successore. "L'America deve sempre respingere l'intolleranza razziale, l'antisemitismo e l'odio in ogni forma", si legge nel comunicato diffuso dalla residenza estiva dei Bush a Kennebunkport, in Maine.
Ma il paragone di Trump non è piaciuto neanche all'esercito. I vertici militari americani - che raramente intervengono nelle faccende politiche - hanno denunciato il razzismo e l'intolleranza dei suprematisti bianchi a Charlottesville. Su Twitter il generale Mark Milley, capo dello staff dell'esercito americano, ha detto che "l'esercito non tollera il razzismo, l'estremismo e l'odio al suo interno". Lunedì il capo del pentagono, Jim Mattis, aveva fatto lo stesso, dicendosi "molto triste" per i fatti di Charlottesville. A prendere le distanze dalle uscite del commander in chief sono stati anche il comandante del Corpo dei Marines, il generale Robert Neller, e il capo di Stato maggiore della Marina, ammiraglio John Richardson.
Chi invece ha accolto con favore le parole di Trump è l'estrema destra Usa. David Duke, storico dirigente del Ku Klux Klan, ha elogiato il presidente Usa ringraziandolo per avere "detto la verità" su quanto accaduto a Charlottesville e avere condannato "i terroristi di sinistra". "Grazie presidente Trump per la sua onestà e il suo coraggio di dire la verità su Charlottesville e di condannare i terroristi di sinistra del movimento 'Black Lives Matter' e gli antifascisti", ha scritto Duke su Twitter.
All'estero contro le affermazioni di Trump si è espressa con decisione la premier britannica Theresa May. "Non vedo l'equivalenza tra quelli che propugnano ideali fascisti e quelli che vi si oppongono", ha detto May. "Credo che sia importante che tutte le persone in una posizione di responsabilità condannino l'estrema destra", ha poi aggiunto la premier britannica, rispondendo alle domande dei giornalisti a Portsmouth, durante il varo della nuova portaerei HMS Queen Elizabeth. In questo modo, May si è unita alle critiche alle parole di Trump espresse da diversi esponenti politici britannici. Ma non ha accolto le nuove richieste che le sono arrivate di cancellare la prevista visita in Gran Bretagna del presidente americano che, come ha dichiarato Vince Cable, leader dei Lib Dem, "ha mostrato di non essere in grado di prendere le distanze dall'estrema destra e dai suprematisti razzisti".
ALTRO:Charlottesville

Morire di terrorsimo nell'indifferenza generale

 
 
 
A chi interessano i 18 morti di Ouagadougou? A leggere i giornali italiani di questa mattina quasi a nessuno nel nostro Paese, se si fa eccezione per l'Avvenire, quotidiano cattolico sempre attento al...
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 A chi interessano i 18 morti di Ouagadougou? A leggere i giornali italiani di questa mattina quasi a nessuno nel nostro Paese, se si fa eccezione per l'Avvenire, quotidiano cattolico sempre attento al Sud del mondo. Eppure, avremmo tutto l'interesse a lanciare un forte allarme dopo quello che è successo domenica notte nella capitale del Burkina Faso tra l'indifferenza generale: una strage perpetrata al caffè-ristorante Aziz Istanbul, nella strada più importante della città, a pochi metri da un altro locale, il Cappuccino, dove nel gennaio 2016 un primo attacco terrorista aveva causato 30 morti.
Per tanti motivi. Prima di tutto perché è disumano abituarci a sottovalutare ulteriormente le tragedie africane – comprese le catastrofi naturali e ambientali - che già pesano troppo poco mediaticamente in tutto l'Occidente, dall'Europa all'America del Nord.
Secondo. Perché si tratta di un attentato terrorista di radice islamista al pari di quelli registrati dolorosamente in Europa, peraltro con morti di diverse nazionalità, africane e non, tra cui un canadese, un turco e un francese. Ormai, pericolosamente, stiamo facendo abitudine a questo tipo di eventi dalle nostre parti e ancora di più nei confronti di quelli che accadono a 4 mila chilometri di distanza.
Terzo motivo, quello che più ci dovrebbe preoccupare. Il Burkina Faso, anche se pochi lo conoscono qui in Italia, non è un Paese così lontano come si pensa. Nel senso che è uno Stato strategico nella lotta al terrorismo insieme a Mali, Niger e Nigeria. E' ormai questa, la fascia sahelica subsahariana, non più il Mediterraneo, la frontiera dell'Europa, come dimostrano anche le vicende dei flussi migratori. E' lì che l'Europa deve intervenire, aiutare, rafforzare l'impegno a favore della pace.
Il Burkina Faso era, fino a poco tempo fa, uno dei Paesi più tranquilli, anche se tra i più poveri, dell'Africa, esempio di coabitazione tra diverse etnie e di convivenza tra Islam e cristianesimo. Una nazione che ha da sempre accolto numerose Ong e organizzazioni umanitarie, impegnate nei settori dell'agricoltura, dell'educazione e della sanità e dove la Comunità di Sant'Egidio ha affrontato uno dei problemi più gravi esistenti, registrando – con il programma "Bravo!" - oltre 3 milioni di persone, per lo più minori, che non erano mai state iscritte all'anagrafe. Un popolo di "invisibili", che facilmente potevano essere vittime del traffico di esseri umani. Un Paese che stava e sta dando esempio di come, un po' alla volta – anche con la ripresa della cooperazione italiana – si può guardare al futuro con più ottimismo.
La vicina guerra - se non dimenticata ormai trascurata - nel Nord del Mali ha prodotto una nefasta influenza e due gravi attentati terroristici, quasi nello stesso luogo, centralissimo, della capitale, stanno mostrando la fragilità di uno Stato che è da poco uscito, in modo per lo più pacifico, da una grave crisi politico-militare. Un Paese che non va lasciato solo e che andrebbe almeno ricordato, quando è sotto attacco, sulle pagine dei giornali. Per il loro (prima di tutto) interesse, ma anche per il nostro. Perché il Burkina Faso non è poi così lontano.
 
 

Larry Derfner : Netanyahu e Trump modellati da padri razzisti

Larry Derfner :My racist father, my hero: Trump and Netanyahu's meeting of minds

 Sintesi personale
Netanyahu e Trump hanno molto in comune :  la vanità, la demagogia, l'amore per il lusso  un evidente disgusto per le minoranze. 
Trump principalmente per i messicani e i  musulmani, Netanyahu principalmente per gli arabi. A questo proposito  hanno un'altra cosa in comune: l'influenza formativa di  un padre razzista.
Trump ha venerato suo padre, Fred Trump, arrestato nel 1927 all'età di 21 anni, in un meeting del  Ku Klux Klan a New York. Nel 1950, Woody Guthrie, ricordando  il contratto di locazione del complesso residenziale di Beach Haven di Trump che non permetteva ai neri di accedervi , scrisse una canzone chiamata "Old Man Trump": .
La storia della famiglia di Trump è emersa dopo l'elezione di Donald  quando celebrò il KKK .
Netanyahu ugualmente ha venerato suo padre,  Benzion è stato segretario di Vladimir Jabotinsky , fonte ideologica del movimento revisionista che ha conquistato il Likud . A Gerusalemme Est nel 2013 il primo ministro ha lodato   suo padre per l'intenso amore verso il popolo ebraico
Benzion Netanyahu provava  una profonda animosità e sfiducia per gli arabi - tutti gli arabi. In un'intervista del 2009  a  Maariv ,affermò che non ci sarebbe mai stata la pace tra gli ebrei e gli arabi ed era certo  che "il potere ebraico avrebbe prevalso anche a costo di misure punitive e illiberali,pertanto,la devastazione di Israele nella Striscia di Gaza nel  2009 "non basta". L' intervistatore gli dice: "Non ti piacciono gli arabi". :
La Bibbia non trova un'immagine peggiore di quella dell'uomo nel  deserto. E perché? Perché non ha rispetto per nessuna legge. Perché nel deserto può fare come vuole. La tendenza al conflitto è nell'essenza dell'arabo. È un nemico per essenza. La sua personalità non gli permetterà alcun compromesso o accordo. Non importa quale tipo di resistenza incontrerà, quale prezzo pagherà. La sua esistenza è una guerra perpetua.
Il giorno di elezione del 2015 il figlio del professore   esclamò: " gli elettori arabi stanno recandosi in massa per votare. ”
 Donald Trump e Bibi Netanyahu  sono stati  modellati dai loro  padri bigotti ,i  loro pregiudizi etnici sono profondamente radicati per cui è  sciocco sperare in un loro cambiamento 
  Il destino sembra averli voluti insieme..


Larry Derfner :My racist father, my hero: Trump and Netanyahu's meeting of minds

 
 
 
Netanyahu and Trump have even more in common than vanity, demagoguery and a thirst for the good life. They inherited an evident dislike for minorities in…
 
 
When U.S. President Donald Trump and Prime Minister Benjamin Netanyahu meet in the White House on Wednesday, they shouldn’t find it hard to make chit-chat before getting down to business. After all, they have a lot in common. 
Both like money, luxury -- the good life. Both are vain, self-adoring, superior types. Both are gifted demagogues. Also, both have an evident disliking for minorities in their countries, Trump mainly for Mexicans and Muslims, Netanyahu mainly for Arabs. In this connection, they have one other thing in common: The formative influence in each of their lives was a racist father. 
Trump revered his father, Fred Trump, who took him into his lucrative real estate business, taught him the ropes and left him a fortune. Asked a month ago by reporters from the Times of London and Bild who his heroes were, the only person Trump could name who approximated that role was his dad. 
Fred Trump was arrested in 1927, at age 21, at a Ku Klux Klan rally in New York. In 1950, Woody Guthrie, regretting the lease he’d signed at Trump’s Beach Haven apartment complex, which didn’t allow in blacks, wrote a song called “Old Man Trump”:

I suppose that Old Man Trump knows just how much racial hate / He stirred up in that bloodpot of human hearts / When he drawed that color line / Here at his Beach Haven family project.
By 1973, Fred Trump was chairman of the family real estate business, having made Donald the president, and the U.S. Justice Department sued them for refusing to rent to blacks. In an out-of-court settlement, the Trumps agreed to let the Urban League civil rights organization monitor its compliance with the law, but in 1978 the Justice Department charged that nothing much had changed, that “racially discriminatory conduct by Trump agents has occurred with such frequency that it has created a substantial impediment to the full enjoyment of equal opportunity.” 
Trump family history came full circle after Donald’s election as president, when the KKK celebrated
Netanyahu likewise revered his father, the eminent historian Benzion Netanyahu, and the elder’s stamp on his son’s worldview was plain. Benzion was secretary to Vladimir Jabotinsky, ideological fountainhead of the Revisionist movement that birthed the Likud, and after Jabotinsky’s death in the United States in 1940, Netanyahu Sr stayed on as a Revisionist leader, lobbying American leaders for Zionist goals. At the opening of the Benzion Netanyahu Interchange in East Jerusalem in 2013, the prime minister said of his late father, “He saw a love for the Jewish people locked in a struggle with anti-Semitism, and that love of the Jewish people had to win. … He taught me about the enormous responsibility that we have to ensure the security of the State of Israel and build up its future.” 
But if Benzion Netanyahu had a love for the Jewish people, he also bore a deep animosity and mistrust for Arabs – all Arabs. In a 2009 interview with Maariv, when he was 99 but still perfectly lucid, about to leave for a working visit in the U.S., the professor emeritus of Jewish history told his interviewer how there could never be peace between the Jews and Arabs, how one side would eventually drive the other out, and how he believed “the Jewish power will prevail” by means “which will include withholding food from Arab cities, preventing education, terminating electrical power and more. They won’t be able to exist and they will run away from here.”
When Prof. Netanyahu says the devastation Israel wreaked on civilians in the Gaza Strip during the 2009 Operation Cast Lead was “not enough,” his interviewer says to him, “You don’t like the Arabs, to say the least.” He replies: 
The Bible finds no worse image than this of the man from the desert. And why? Because he has no respect for any law. Because in the desert he can do as he pleases. The tendency towards conflict is in the essence of the Arab. He is an enemy by essence. His personality won’t allow him any compromise or agreement. It doesn’t matter what kind of resistance he will meet, what price he will pay. His existence is one of perpetual war.
On Election Day 2015, the professor’s son, one of the most prolific, effective Arab-bashers in Israeli political history, preserved his career by getting his supporters to the polls with the warning that “Arab voters are streaming in droves to the polling booths.” 
So Donald Trump and Bibi Netanyahu didn’t come by their bigotry accidentally; they were raised and molded by bigoted fathers. That’s not armchair psychiatry; that’s recorded modern history. It helps cement the two leaders’ shared reputation as racists, and shows their ethnic prejudice to be so deeply rooted until it’s just silly to hope that Trump, 70, or Netanyahu, 67, will change. 
There’s every reason to think they’ll recognize each other as natural allies, kindred spirits, at the White House on Wednesday, and that they’ll work together beautifully. Destiny seems to have willed them together. You could almost say it’s in their blood. 
Larry Derfner is a copy editor at Haaretz and he blogs at www.larryderfner.com. His memoir "No Country for Jewish Liberals" (Just World Books) will be published in April 2017. Follow him on Twitter: @DerfnerLarry
 
haaretz.com

Curdi e Isis al centro della storica visita in Turchia del generale iraniano Bagheri




Curdi e Isis al centro della storica visita in Turchia del generale iraniano Bagheri




Per l’agenzia ufficiale iraniana è un incontro “senza precedenti”. I media turchi rilanciano: “Pietra miliare” nei rapporti fra Teheran e Ankara. L’alto ufficiale dei Guardiani della rivoluzione incontrerà il presidente Erdogan e il ministro della Difesa. Analisti ed esperti: a dispetto delle sconfitte militari lo Stato islamico minaccia attuale sul futuro di Siria e Iraq.


Ankara (AsiaNews) - Un incontro “senza precedenti” volto ad attenuare le differenze sulla Siria e coordinare le politiche in Iraq, nazioni ancora vittime di conflitti e violenze nonostante le recenti sconfitte militari dello Stato islamico (SI, ex Isis) e la conseguente perdita di territorio. È una visita storica quella del generale iraniano Mohammad Hossein Bagheri, alto ufficiale dei Guardiani della rivoluzione, ad Ankara, dove è giunto ieri per incontrare il presidente Recep Tayyip Erdogan e il suo ministro della Difesa Nurettin Canikli.
La visita ufficiale durerà tre giorni ed è iniziata con il faccia a faccia con l’omologo turco Hulusi Akar. I giornali ufficiali e filo-governativi hanno dato ampio risalto alla vicenda. Il Turkish Daily Sabah, citando fonti diplomatiche di Ankara, definisce gli incontri una “pietra miliare” nei rapporti fra Iran e Turchia. Essi sono stati resi possibili grazie alla “volontà comune” di trovare accordi per risolvere le annose crisi in Iraq e Siria.
Anche l’agenzia ufficiale iraniana Irna ha sottolineato l’importanza della visita, parlando di evento “senza precedenti” nella storia delle relazioni bilaterali fra i due Paesi. Prima della partenza il generale Bagheri ha parlato di viaggio “necessario” per “migliori consultazioni e cooperazione” su diverse questioni “militari e regionali”. Fra gli argomenti al centro della discussione la sicurezza delle frontiere e la lotta contro il terrorismo.
Nel recente passato le relazioni fra Turchia, una nazione a maggioranza sunnita e laica, e Iran, la principale potenza sciita della regione, sono state all’insegna della tensione. Lo stesso presidente Erdogan aveva accusato Teheran di “nazionalismo persiano”, per definire l’influenza iraniana nell’area e, in particolare, in Iraq.
Turchia e Iran siedono su fronti opposti nel contesto del conflitto siriano, con Ankara a lungo vicina ai gruppi militanti anti-Assad - secondo alcune voci anche ai gruppi jihadisti - e Teheran fra i più stretti alleati del governo di Damasco. Negli ultimi mesi si è però venuto a formare un asse fra Iran, Turchia e Russia, che ha contribuito a risolvere alcune aree di crisi (su tutte Aleppo) e favorire il dialogo per arginare l’escalation di violenze. Fondamentali, al riguardo, i colloqui di Astana in parallelo con i summit Onu a Ginevra.
Archiviata la retorica contro il presidente siriano Bashar al-Assad, del quale chiedeva la cacciata, ora Ankara sembra concentrata sulla questione curda e sulla presenza delle Unità di protezione popolare (Ypg, le milizie curde) lungo la frontiera con la Siria. Sebbene alleato degli Stati Uniti, l’Ypg è considerato dai turchi un gruppo terrorista e branca siriana del Partito curdo dei lavoratori (Pkk), fuorilegge in Turchia e protagonista di una decennale insurrezione armata per l’indipendenza.
Turchia e Iran hanno una considerevole rappresentanza curda all’interno dei propri confini ed entrambe si oppongono con forza all’idea di una nascita - attraverso un referendum - di una entità autonoma curda nel vicino Iraq.
Intanto analisti ed esperti confermano che lo Stato islamico, a dispetto delle sconfitte militari, rappresenta ancora una minaccia consistente in Siria e Iraq.  Mohammad-Mahmoud Ould Mohamedou, professore di storia internazionale al Graduate Institute di Ginevra, sottolinea che il gruppo jihadista “è l’illustrazione violenza, lunga e complessa della distrofia che regna in Iraq”. Divisioni politiche, religiose ed etniche, aggiunge Mathieu Guidere, esperto di jihad, potrebbero dare nuovo vigore agli uomini del “Califfato”. Al contempo, in Siria il quadro è ancor più complicato e la lotta va ben oltre la minaccia dell’Isis; nel Paese arabo la ricostruzione delle infrastrutture e la ricerca della stabilità sarà una sfida ben più grave.  “Per lo SI - conferma Guidere - le parole d’ordine oggi sono riorganizzazione e ridispiegamento”. (DS)
















Vedi anche

12/10/2016 10:54:00 TURCHIA - IRAQ
Alta tensione fra Ankara e Baghdad: Erdogan attacca il premier iracheno su Mosul
All’incontro internazionale degli Ulema, monito contro al-Abadi. L’esercito turco a Baashika, in territorio irakeno, in piena violazione del diritto internazionale. Per Erdogan la divisione fra sunniti e sciiti pretesto per “l’intervento straniero” in Medio oriente. 



07/10/2016 14:17:00 IRAQ - TURCHIA
Baghdad, parlamentare cristiano: l’ingerenza turca su Mosul prepara un conflitto regionale
Sulla liberazione di Mosul e l’assegnazione su base confessionale della città è scontro aperto fra Iraq e Turchia. Ankara vuole un ruolo di primo piano nelle operazioni contro Daesh e affidare la città a sunniti e turcomanni. Yonadam Kanna: l’interferenza rischia di causare una “mobilitazione popolare” sostenuta dall’Iran. Bisogna preservare l’anima multiculturale di Mosul e del Paese. 



28/03/2017 08:52:00 IRAN
Lo Stato islamico minaccia di colpire l’Iran e la guida suprema Khamenei
In un video in lingua farsi la fazione della “provincia di Diyala” contro Teheran per il ruolo ricoperto nei conflitti in atto nella regione. Nel mirino il sostegno dell’Iran al governo irakeno e alla leadership in Siria. Fra le altre accuse anche l’atteggiamento di apertura e tolleranza verso gli ebrei.


12/12/2016 08:54:00 TURCHIA

Attentato a Istanbul: le autorità turche arrestano oltre 100 membri del partito filo-curdo
Fra le persone fermate i capi del partito di opposizione filo-curdo Hdp di Istanbul e Ankara. Nell’attacco rivendicato dal Tak, fazione scissionista del Pkk, sono morte 38 persone, di cui 30 poliziotti. Dietro l’attentato le operazioni militari turche nel sud-est del Paese, area a maggioranza curda. La condanna di Onu, Nato e Ue. 



08/07/2016 12:22:00 IRAQ
Ancora morti in Iraq, patriarca Sako: cristiani e musulmani uniti contro il terrorismo
La Chiesa caldea ha organizzato una veglia di preghiera per le vittime della strage di Baghdad. Il numero dei morti è salito a 292. E non si fermano le violenze: 30 morti e 50 feriti in un attentato al santuario sciita di Balad. Mar Sako: Crimini che rinnegano i valori delle religioni e conducono i loro autori “all’inferno, non in paradiso”. 


Valigia blu :Boldrini e gli odiatori online. Il Ministro della Giustizia propone la “giustizia fai da te”

Con un post su Facebook del 14 agosto, Laura Boldrini dice basta agli odiatori del web e ai loro insulti.
Come posso chiedere ai nostri giovani di non soccombere e di denunciare i bulli del web se poi io stessa non lo faccio?
Ai nostri figli dobbiamo dimostrare che in uno Stato di diritto chiunque venga aggredito può difendersi attraverso le leggi. E senza aggiungere odio all'odio, ne abbiamo già abbastanza.
Sacrosante le parole della Presidente della Camera. Non è ammissibile che una persona, qualunque persona, debba accettare un linciaggio quotidiano come quello da lei ingiustamente subito negli ultimi anni. Ma il post, col quale Boldrini annuncia di voler portare in giudizio coloro che la insultano quotidianamente, solleva una serie di problemi di non poco conto.
Giovanni Gallus su Facebook, infatti, si chiede giustamente se “l'arma della denunzia-querela è risolutiva della diffamazione e dell'odio online”. Anche Fulvio Sarzana evidenzia le difficoltà, talvolta insormontabili, nel perseguire la giustizia davanti un giudice per casi di questo tipo: procure ingolfate, difficoltà per le rogatorie, ecc. Su Webnews Marco Viviani dà un’ottima sintesi del dibattito in corso, evidenziando il fatto che querelare non è detto che porti a qualcosa, a causa della situazione decisamente precaria della giustizia in Italia.
E allora, chi meglio del Ministro della Giustizia può chiarirci la situazione? Nell'intervista di Alessandra Arachi per il Corriere della Sera, il ministro Andrea Orlando ci dice quanto segue: 
Non sempre la risposta penale è l’unica praticabile e si finirebbe per sovraccaricare le procure in maniera insostenibile. Anche se occorre che gli strumenti della repressione penale si adattino al cambiamento tecnologico della comunicazione:
Questo è vero, la Procure sono ingolfate, e generalmente presentare una denuncia od una querela per fatti del genere (ritenuti di scarsa importanza, rispetto a reati decisamente più gravi come rapine, omicidi, ecc…) vuol dire nella maggior parte dei casi non ottenere alcuna risposta. Molte querele per diffamazioni online non hanno alcun seguito, anche compulsare continuamente il PM, sperando che si legga solo le carte, talvolta non porta che a frustrazione.
Ciò dipende dalle sempre più scarse risorse che vengono destinate alla Giustizia, laddove lo Stato appare progressivamente ritirarsi da questo settore. Infatti, sono stati soppressi uffici di giudici di pace e sezioni distaccate dei tribunali, e gli organici sono sempre più ridotti. Nel civile si sta delegando il più possibile alle cosiddette ADR (alternative dispute resolution, cioè sistemi di risoluzione delle controversie alternativi alla giustizia statale, quali mediazioni e negoziazioni assistite). Ma probabilmente dipende anche, seppur in minima parte, dal fatto che alcuni magistrati non sanno come gestire le indagini per fatti avvenuti online.
Continua Orlando, sostenendo che per combattere gli hater ci sono strumenti più incisivi dell’azione penale ordinaria.
Sanzioni all’interno dello stesso luogo dove si svolgono i reati: la Rete. Rimuovere un post o sospendere un profilo è una punizione a cui l’odiatore è decisamente sensibile.
I paesi dell’Unione europea hanno fatto una convenzione (ndr Per la convenzione a cui si riferisce il ministro leggete l'articolo: Codice europeo contro l’hate speech: i primi risultati e cosa non va) con i principali provider affinché si responsabilizzino in questo senso. L’accordo è che rimuovano su segnalazione i post o rimuovano i profili sgraditi, sempre su segnalazione anche di soggetti estranei all’ingiuria.
Alcune Ong europee (previste dalla convenzione) hanno monitorato le rimozioni dei post e le sospensioni dal sito: purtroppo sono poche e avvengono molto lentamente.
Che gli odiatori del web siano sensibili alle rimozioni è un’opinione del ministro, se Boldrini dopo 4 anni e mezzo decide di cambiare strategia e ricorrere alle vie legali probabilmente è proprio perché si è resa conto che le “sanzioni” online non sono un reale deterrente. Se so che il peggio che mi può accadere è che mi rimuovano l’insulto, mi pare evidente che questa sanzione non ha alcun effetto. Forse la sospensione (che è temporanea) potrebbe avere un minimo effetto deterrente, ma l’odiatore può aprire tranquillamente un altro account, casomai con nome falso (rendendone quindi più difficile l’identificazione). Tutto si può dire tranne che siano effettive sanzioni.  Anzi, paradossalmente si aiutano gli hater cancellando le prove dei loro reati.
Ma il bello viene dopo.
Penso che comunque un modo ci sia per riuscire ad infliggere queste sanzioni e a renderle efficaci.
Le alleanze contro l’odio.
Le vittime della violenza della Rete dovrebbero unirsi per fare un fronte unico contro gli odiatori. Un po’ come hanno fatto nella società reale soggetti deboli che avevano bisogno di tutele.
E per essere più chiaro:
Domanda: Un’autorganizzazione degli utenti, quindi? Non sarebbe bene avere anche una tutela delle istituzioni?
Risposta: Credo che le istituzioni debbano rimanere fuori. Penso piuttosto all’ausilio di Fondazioni bancarie o, in generale, di soggetti che si occupano di sociale.
In sintesi, il Ministro della Giustizia (e sottolineo il suo ruolo) dice che la Giustizia i cittadini se la devono fare da se stessi (casomai facendosi prestare soldi dalle banche), e le istituzioni devono rimanerne fuori. Orlando fa riferimento a lobby, le “alleanze contro l’odio”, per contrastare i fenomeni di odio online, alleanze “che i provider non possono ignorare”. Ma è abbastanza evidente che contro un’azienda come Facebook non è che il numero faccia così tanto la differenza.
Uno, cento o mille persone che chiedono a Facebook di rimuovere un post? In realtà si fa già adesso. Dopo la presa di coscienza del fallimento dell’autoregolamentazione (basti pensare alla vicenda della Napalm Girl), Facebook si sta orientando sulla gestione tramite segnalazioni degli utenti, più segnalazioni ci sono e più possibilità vi sono che un post sia cancellato. Ovviamente esistono anche dei filtri, software che verificano ricorrenze di determinate parole e che poi rimandano i contenuti a dei revisori, spesso non adeguatamente preparati, spesso non di madrelingua, sicuramente molto più oberati di lavoro di una qualsiasi Procura italiana. Gli standard di lavoro di questi revisori pretendono decisioni in pochissimi secondi. Tutto ciò porta a evidenti danni collaterali quali la possibile censura di contenuti del tutto leciti.
Oltretutto occorre ricordare che Facebook è un'azienda privata, che non è vincolata al rispetto dei diritti fondamentali dei cittadini. La regolamentazione dei contenuti dipende principalmente da esigenze economiche e dalla ovvia volontà di non inimicarsi (troppo) i governi con i quali ha a che fare. Il risultato è quello sotto gli occhi di tutti.
Il Ministro della Giustizia, di fatto, certifica la volontà dello Stato di non occuparsi della tutela dei diritti dei cittadini, abbandonando gli spazi online, la cui regolamentazione viene sempre più demandata alle grandi aziende del web. Orlando invoglia gli utenti a “unirsi tra loro”, laddove dichiarazioni del genere potrebbero essere intese come una sorta di via libera a una giustizia privata e personale. Cosa faranno le “lobby”, con le istituzioni che si tengono fuori, nel momento in cui vedono che dopo l’ennesima rimozione di un post diffamatorio l’hater di turno ritorna a insultare? Cosa faranno le “lobby” sapendo, ad esempio, che il loro hater abita non molto distante da loro?
Un aspetto da rimarcare è che molto spesso gli haters del web non sono affatto anonimi, anzi scrivono tranquillamente col loro nome e cognome, per cui molti di loro sono facili da rintracciare. Fermo restando che comunque un vero e proprio anonimato non esiste, poiché le autorità di Polizia sono in grado di rintracciare quasi tutti, anche se purtroppo la Polizia non ne ha il tempo. Solito problema di mancanza di risorse. Ma, tornando all’anonimato, esistono studi che suggeriscono l’esistenza di un'interazione tra il livello di anonimato e il senso di appartenenza al gruppo.
Gli esperimenti di Philip Zimbardo chiariscono il concetto di deindividuazione, cioè la perdita di autoconsapevolezza e autocontrollo che si sperimenta in determinate situazioni nelle quali l'individuo si trova ad agire all'interno di dinamiche sociali e di gruppo. In questo modo l’individuo riesce a porre in essere azioni con forti connotazioni negative, anche se normalmente non ne sarebbe capace.
Il modello SIDE (Social Identity model of Deindividuation Effects) è lo sviluppo della formulazione di Zimbardo, elaborato nel 1995 da Russell Spears e Martin Lea. Secondo questo modello le persone che sentono l'appartenenza a un gruppo, la comunanza di interessi o di punti di vista, sono più spinte ad adeguarsi ai comportamenti del gruppo. In tal modo l’intero gruppo si polarizza su posizioni estreme (anche quale difesa verso gli elementi esterni al gruppo) e agisce di conseguenza. Interagire con altro soggetti con le stesse nostre convinzioni porta facilmente a convincersi della bontà delle nostre idee (cassa di risonanza). E sappiamo bene che in Internet i flussi di notizie sono alterati in modo che ogni individuo riceva notizie più consone al proprio modo di pensare (bolla filtrante, Eli Pariser).
Questo per dire che è il senso di appartenenza ad un gruppo che innesca fenomeni di polarizzazione, che poi portano a varie forme di violenza in rete, non certo l’anonimato. Infatti, la maggior parte delle persone che insultano la Presidente Boldrini lo fanno con nome e cognome. Boldrini, infatti, ogni tanto posta elenchi di queste persone, con un effetto di gogna mediatica che di fatto alimenta il senso di apparenza al gruppo (quelli che sono contro Boldrini potremmo definirli) e aumenta la polarizzazione di queste persone. Il senso di impunità (per l'assenza di effettive sanzioni, come detto sopra) fa il resto.
Inutile la gogna, deleterie le sanzioni di rimozione, la Presidente Boldrini si sarebbe convinta della necessità di rivolgersi alla giustizia.
Alcuni commentatori ritengono questa strada frustrante e complessa, ma è l’apparato statale che ha gli strumenti giusti e i magistrati hanno le competenze adatte (sono sicuramente più preparati di un qualsiasi revisore di Facebook) per intervenire su queste problematiche, almeno quando sfociano in veri e propri reati (come nel caso di Boldrini).
È evidente che lo stato della giustizia italiana è disastroso, con risorse ridotte al lumicino, ma non si può dire ai cittadini che non possono presentare più querele perché le Procure sono oberate di lavoro, non si può dire ai cittadini che lo Stato non può tutelare i loro diritti, a meno che non si voglia ammettere che lo Stato, questo Stato, questo governo, ha fallito il suo compito e non è in grado di garantire le condizioni minime per la democrazia.
Allora occorre che i cittadini si facciano sentire, che facciano fronte comune, che facciamo, appunto, lobby, per chiedere, anzi per imporre allo Stato di non rinunciare ai suoi compiti, di non abdicare alla tutela dei diritti dei cittadini (ma anche l'educazione scolastica, la salute) e di investire più risorse. Una giustizia migliore consente ai cittadini di vivere meglio, laddove la costante e pervasiva presenza dell'ingiustizia a livello sociale sfalda progressivamente le regole di convivenza della società.
I vari problemi, poi, possono essere risolti, se c'è un'adeguata volontà. Ad esempio, invece di fare codici per delegare ai social la rimozione dei contenuti online in base alla policy delle aziende (si chiama privatizzazione), perché non pensare a dei protocolli per risolvere le difficoltà dell'accesso alle informazioni degli utenti a fini di identificazione e prova? La forza contrattuale dell'Unione europea è sufficiente per imporre alle grandi aziende del web degli obblighi, così come sta accadendo nell'ambito della tutela dei dati personali (la legislazione europea in materia si applica indipendentemente da dove è stabilita l'azienda, basta che rivolge i suoi servizi a cittadini europei).
Allo stesso modo occorrono investimenti nel settore scolastico per creare una cultura non solo digitale (perché il problema non è in rete ma nella società) ma una cultura che alimenti la convivenza e il rispetto per il prossimo (e qui dovremmo cominciare dalla politica, forse).
Infine, il quadro non è così nero come ce lo presentano. Basta leggere il caso raccontato su Valigia Blu: un politico che ha ottenuto il risultato con la sola presentazione della querela. Colui che ha insultato Ivan Scalfarotto difficilmente ripeterà il suo comportamento, dimostrando così che questo può essere un ottimo modo per risolvere il problema della violenza e dell’odio online. Occorre che la “sanzione” abbia un vero e proprio effetto deterrente. Non è necessario che siano perseguiti tutti, è sufficiente, in un ottica di prevenzione generale, che pochi siano perseguiti e che qualcuno subisca delle sanzioni concrete. Poi la "pubblicizzazione” della sanzione, probabilmente, potrebbe avere un effetto deterrente anche sugli altri.
Alla fine della sua intervista, il Ministro della Giustizia conclude:
Penso che se i soggetti deboli cominciano a dialogare a ad unirsi tra loro possono diventare una lobby assai potente che i provider non possono ignorare. Noi qualcosa di simile lo abbiamo già sperimentato per contrastare le fake news.
Partendo dal presupposto che molte fake news siano strumento di propaganda dell’odio, abbiamo messo in Rete una serie di soggetti già autorganizzati nella società.
Le associazioni che si tutelano per l’odio contro la razza, il sesso, la religione. Sono state messe in Rete per monitorare i siti e fare controinformazione. Un esperimento che sta dando buoni risultati.
Non sappiamo esattamente a quali organizzazioni si riferisce il ministro Orlando, ma è piuttosto grave sentire che esistono organizzazioni che fanno “controinformazione” online (come in Cina per capirci).
In una democrazia l'informazione è un elemento fondamentale, perché solo il cittadino correttamente informato può esercitare la sovranità popolare. Ma se vi sono delle organizzazioni che fanno controinformazione ciò può facilmente portare a distorsioni del flusso informativo e strumentalizzazioni, casomai a favore di un partito politico, casomai a favore del governo, casomai contro i dissidenti e le opposizioni. Quindi, in un'ottica di trasparenza, considerando che in una democrazia compiuta i cittadini devono poter controllare l'operato del governo, chiediamo al Ministro della Giustizia:
    • Quali sono queste organizzazioni che fanno controinformazione?
    • Chi controlla l'operato di queste organizzazioni al fine di evitare abusi?
    • Vengono pagate, e se si da chi e come, per svolgere il loro lavoro?
Per concludere, non sarebbe meglio, invece, utilizzare i soldi per le organizzazioni (ma vale anche i soldi spesi negli ultimi anni per dibattiti, convegni, commissioni che hanno discusso, direi inutilmente a questo punto, di queste problematiche) per dare più risorse alla giustizia italiana?
Come ha detto la Presidente Boldrini:
Ai nostri figli dobbiamo dimostrare che in uno Stato di diritto chiunque venga aggredito può difendersi attraverso le leggi.
Detto in altre parole, tutti sono soggetti alla legge. Senza il rispetto di questo principio non c'è democrazia. E non c'è alcuno Stato.
Foto anteprima via Ansa


La Presidente della Camera ha annunciato che denuncerà chi la insulta sui social. La proposta “improbabile” del Ministro Orlando.
valigiablu.it|Di Bruno Saetta


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