lunedì 5 giugno 2017

Alberto Negri :Da 4 Paesi arabi stop a rapporti con il Qatar: la “Nato araba” si frantuma ancor prima di nascere


 
 
 
La decisione di Arabia Saudita, Emirati Arabi, Egitto e Bahrein arriva con le crescenti tensioni nel Golfo per il presunto appoggio di Doha a gruppi…
ilsole24ore.com
 
Nel Golfo forse è cominciata una nuova era: dopo avere esportato instabilità in tutta la regione favorendo una versione dell'Islam retrograda e radicale le monarchie assolute del petrolio sono ai ferri corti.
Il quartier generale americano in Medio Oriente, il Centcom, ha sede in Qatar e gli Stati Uniti allo stesso tempo sono i maggiori protettori e fornitori di armi dell’Arabia Saudita, che insieme agli inglesi aiutano nella guerra in Yemen contro i ribelli Houthi sciiti. La rottura diplomatica tra Doha, l'Arabia Saudita, l'Egitto, gli Emirati Arabi e il Bahrein (cui si è aggiunto anche lo Yemen), incrina proprio il sistema di sicurezza americano e occidentale nel Golfo, cuore strategico del Medio Oriente e custode del 40% delle riserve petrolifere mondiali. Ecco perché questo scontro nel mondo sunnita degli sceicchi ci riguarda direttamente con tutte le implicazioni economiche, finanziarie e soprattutto per gli appoggi delle monarchie petrolifere ai movimenti radicali islamici e jihadisti.
In sintesi si frantuma ancora prima di nascere la “Nato araba” contro il terrorismo proposta durante il viaggio del presidente americano Donald Trump in Arabia Saudita, quando gli Usa avevano firmato con Riad una fornitura in armi record da 110 miliardi di dollari. Anzi proprio il viaggio di Trump aveva fatto esplodere le tensioni, neppure troppo latenti, tra i Paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo. Sui media qatarini erano comparse dichiarazioni di fuoco attribuite all'emiro Tamim bin Hamad Al-Thani contro la “linea anti-Iran” dettata da Riad e soprattutto contro la presa di posizione durissima nei confronti dei Fratelli Musulmani e del movimento palestinese Hamas, organizzazioni appoggiate e finanziate da Doha.
Ricordiamo che con generosi finanziamenti i sauditi avevano appoggiato insieme agli Emirati il colpo di stato del 2013 al Cairo del generale Al Sisi che aveva sbalzato dal potere il governo dei Fratelli Musulmani del presidente Morsi. Già allora c'era stata la rottura per alcuni mesi delle relazioni diplomatiche tra Doha, Riad e gli altri Paesi del Golfo.
Tensioni di lunga data cui si erano aggiunte le accuse da parte dei sauditi ai qatarini di appoggiare le minoranze sciite in Arabia Saudita e in Barhein, argomento diventato ancora più sensibile con la guerra in Yemen contro i ribelli Houthi sciiti sostenuti da Teheran, un conflitto in cui Riad si è impantanata e non riesce a vincere neppure con l’appoggio degli Stati Uniti.
Non solo. Al Qatar, che condivide con Teheran lo sfruttamento di importanti giacimenti offshore di gas, viene imputato, con l'Oman, di avere troppe simpatie per la repubblica islamica. In realtà si tratta di rapporti di vicinato che in qualche modo contrastano con lo stesso appoggio fornito da Doha ai movimenti jihadisti in Siria anti-Assad, alleato storico degli ayatollah iraniani.
La contrapposizione tra Qatar e sauditi ha radici lontane. Il Qatar ha come religione di Stato lo stesso wahhabismo dei sauditi ma appoggia anche formazioni salafite “rivoluzionarie” come i Fratelli musulmani che si sono sempre schierate contro la Casa dei Saud e vogliono abbatterla. Questo è il motivo profondo dello scontro con Riad. Non è un caso che la moschea nazionale del Qatar sia intitolata a Muhammad ibn Abd al-Wahhab e che gli sceicchi sauditi nei giorni scorsi abbiano rinnegato i legami di sangue tra la famiglia regnate qatarina e il teologo arabo nato nella regione del Najd, nell'odierna Arabia Saudita.
In questa ostilità tra Riad a Doha giocano oltre alle ragioni politiche, religiose e ideologiche anche quelle personali. L'ostilità dei Saud contro gli Al-Thani risale al colpo di Stato con cui il padre dell'attuale emiro, Hamad bin Khalifa al-Thani, prese il potere nel 1995. All'epoca Riad chiese persino al presidente egiziano Mubarak di intervenire con le sue truppe per detronizzare l'usurpatore, ma all'ultimo momento il rais egiziano si tirò indietro.
Una cosa è certa. La sconfitta dei radicali sunniti in Siria e dell'Isis sta costringendo gli Stati del Golfo a riposizionarsi: i più svelti sono stati i sauditi, che dopo avere appoggiato per anni i gruppi estremisti si sono schierati con le posizioni americane e a favore di Israele in cambio da parte di Washington di accese dichiarazioni contro l'Iran, il vero avversario di Riad per l'egemonia nel Golfo. Il Qatar ha molte colpe, come quella di avere sobillato, come hanno fatto del resto per decenni anche i sauditi, i jihadisti, e di dare sostegno agli imam più radicali, ma soprattutto ha il “difetto” agli occhi di Riad di non volere uno scontro con la repubblica islamica che Doha vede come un elemento per bilanciare il potere saudita nella regione.
Dopo avere trasferito per anni in Medio Oriente e all’esterno le tensioni nel mondo sunnita, soprattutto per tenerle lontano da casa loro, finanziando i movimenti più radicali, le monarchie del Golfo hanno cominciato a sbranarsi tra di loro: da un certo punto di vista potrebbe essere una buona notizia ma pure l'inizio di un'inedita e imprevedibile instabilità nel Golfo in Paesi che compensano l'assenza di democrazia con il petrolio e gli investimenti colossali con cui hanno tenuto al guinzaglio anche le leadership del mondo occidentale.
 
 
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Crisi diplomatica senza precedenti nel Golfo Persico. Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi ed Egitto hanno rotto i rapporti diplomatici con il Qatar. Per comprenderne le ragioni, abbiamo rivolto alcune domande ad Alberto Negri, giornalista de il Sole 24 ore e uno dei massimi esperti delle vicende mediorientali.


Quali sono le sue prime considerazioni su questa rottura della cosiddetta Nato del Golfo?

Le Monarchie del Golfo sono oggi ai ferri corti e le ripercussioni geopolitiche saranno notevoli anche per l’occidente. Con il suo viaggio a Riad, Tump ha firmato una rifornitura in armi record da 110 miliardi di dollari, fancendo esplodere tutte le contraddizioni presenti nell’area. Del resto, sui media del Qatar erano comparse dichiarazioni di fuoco attribuite all'emiro Tamim bin Hamad Al-Thani contro la “linea anti-Iran” dettata da Riad e soprattutto contro la presa di posizione durissima nei confronti dei Fratelli Musulmani e Hamas.


Il fronte sunnita si spacca per andare dove?

La sconfitta dei sunniti in Siria e dell'Isis sta costringendo gli Stati del Golfo a prendere le contromisure. L’Iran è il nemico giurato. Il regime saudita, dopo avere appoggiato per anni i gruppi estremisti per deporre Assad, si è schierato con le posizioni americane e a favore di Israele. In cambio ha ottenuto che Washington incendiasse nuovamente la narrativa contro l'Iran. Il Qatar con la sua posizione più dialogante è divenuto un obiettivo da colpire. In realtà, la contrapposizione tra Qatar e sauditi ha radici lontane e basta ricordare come i sauditi abbiano appoggiato il colpo di stato di Al-Sisi contro i Fratelli Musulmani in Egitto.


Che ad accusare di sostenere il terrorismo un paese sia l’Arabia Saudita suscita sorpresa se non ilarità, per usare un eufemismo. ..

Le affermazioni dell’Arabia Saudita sono chiaramente una provocazione. E’ vero che il Qatar ha sostenuto jihadisti in chiave anti Assad, ma non meno terroristi di quelli che ha sostenuto Riad. In ballo c’è l’egemonia del Golfo e come frenare l’Iran dopo la tremenda sconfitta subita in Siria. Non dobbiamo dimenticare che il Qatar condivide con Teheran lo sfruttamento di importanti giacimenti offshore di gas. E’ chiaro che non possa rompere le relazioni così come indica la via intrapresa da Washington e Riad. Il Qatar è divenuto un nemico anche se l’appoggio fornito da Doha ai movimenti jihadisti in Siria lo hanno reso per anni alleato dell’Arabia Saudita nella partita Siria. Persa questa è tornato tutto in gioco.



Che ripercussioni produrrà in Siria la spaccatura dei paesi del Golfo?

Per rispondere bisogna prima dare una risposta a tre questioni che si intrecciano tra loro. Primo: bisogna decidere e delimitare le zone d’influenza in Siria. Secondo: bisogna sconfiggere il Califfato e decidere le sorti dei jihadisti: verranno uccisi tutti oppure in quale paese andranno? Terzo: Che farà l’occidente nella guerra contro l’Iran. Tre questioni di difficile previsione che si intrecciano e rendono difficile e complicata la soluzione della vicenda siriana.


Come reagirà l’occidente a questa spaccatura della Nato del Golfo?

Parliamoci chiaro conta quello che faranno e diranno gli Stati Uniti. L’Europa poi si accoderà. Gli USA sono oggi ad un bivio e non è un caso che il Dipartimento di Stato Usa inviti alla prudenza le parti. Il quartier generale americano in Medio Oriente, il Centcom, ha sede in Qatar e gli Stati Uniti allo stesso tempo sono i maggiori protettori e fornitori di armi dell’Arabia Saudita, che insieme agli inglesi aiutano nella guerra in Yemen contro i ribelli Houthi sciiti. Per l’Europa emergono le contraddizioni in modo inequivocabile. Prendiamo il caso italiano: investimenti enormi di Doha nel nostro paese, da un lato; Ethiad, quindi Alitalia, che boicotta i voli per il Qatar, dall’altro; la vendita di armi ai sauditi di contorno. Quest’enorme contraddizione inviterà alla prudenza tutto l’occidente. Le monarchie del Golfo sono ad uno scontro che creerà nuova instabilità e quindi nuovo caos nella zona. Anche se in una prima analisi si può accogliere con una certa contentezza questa spaccatura, le ripercussioni potrebbero essere nel breve e medio periodo molto importanti.


Può infiammere ulteriormente il terrorismo in Europa?

Si. A questo punto la frammentazione del mondo sunnita crea nuove e inquietanti domande anche per l’Europa: c’è la questione dei foreign fighetrs in Iraq e Siria che pesa come un macigno, c’è il futuro dei jihadisti e delle cellule simpatizzanti per l’Isis in Medio Oriente. La frammentazione può essere in parte un vantaggio, ma l’instabilità crea scenari di difficile previsione.


Quali sono i paesi che potrebbero subire immediatamente le ripercussioni di questa rottura?

In primis lo Yemen dove la spaccatura è già palese ma si rafforzerà. Poi dipende da quello che diranno e da quale posizione prenderanno gruppi come Hamas, Fratelli Musulmani e Al Qaeda.  Da qui passano interessi enormi, il futuro delle zone d’influenza in Siria e il riassetto dell’area.


E l’ Iran come risponderà?

L’Iran approfitterà della situazione, approfitterà delle divisioni delle Monarchie del Golfo come ha già fatto in Siria e Libano. Giocherà in un primo momento con il Qatar e con il suo isolamento, ma poi negozierà con Riad. L’Arabia Saudita sa benissimo che non ha una singola possibilità di vittoria in uno scontro armato contro Teheran. Dopo avere trasferito per anni in Medio Oriente e all’esterno le tensioni nel mondo sunnita, finanziando e supportanto i movimenti più radicali, le monarchie del Golfo hanno cominciato a sbranarsi tra di loro. Le ripercussioni saranno ernomi.

Alessandro Bianchi

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