venerdì 11 agosto 2017

Memoriale: l'accoglienza ai migranti ,post di Giulio Meotti su Fb contro l'iniziativa.

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Liliana Segre: "Come fa un luogo che ha stampata a lettere cubitali all'ingresso la parola Indifferenza, a dire di no, a dire no non ospito nessuno?"
moked.it
 “Tre anni fa, in un momento molto difficile per Milano, è stato chiesto al Memoriale della Shoah di Milano se poteva ospitare alcuni migranti, soprattutto donne e bambini, in condizioni disperate. Come fa un luogo che ha stampata a lettere cubitali all’ingresso la parola ‘Indifferenza’, a dire di no, a dire no non ospito nessuno? La leva che ci ha fatto muovere, purtroppo dai più molto poco sentita, è l’obbligo a non rimanere indifferenti”. In poche battute la Testimone della Shoah Liliana Segre spiega al Portale dell’ebraismo italiano moked.it il senso dell’iniziativa portata avanti per il terzo anno consecutivo dal Memoriale della Shoah di Milano. Un Memoriale nato proprio per volontà di Segre: da qui il 30 gennaio 1944 Liliana, allora tredicenne, e il padre Alberto furono deportati assieme ad altri 602 ebrei. Di loro, solo in ventidue tornarono. Liliana fu tra questi, il padre no. Il Memoriale serve a ricordare quella tragedia, a ricordare a Milano e non solo di come allora rimase indifferente di fronte al destino degli ebrei. E a chi oggi si chiede perché quel luogo, tra i simboli della Shoah italiana, sia stato aperto per un periodo di tempo per accogliere i migranti, Segre domanda, “dovevamo rimanere indifferenti? Qui non ci sono paragoni con quello che è stato, con la Shoah. È chiaro che il Memoriale è destinato ad altro e non all’accoglienza ma di fronte a un’esigenza è stato deciso, insieme alla Comunità di Sant’Egidio, di agire. E quello che rimane sono i bellissimi disegni fatti dai bambini il primo anno che abbiamo aperto le porte, un segno della loro purezza e gratitudine”. Dal 2015, anno in cui il progetto di accoglienza ha avuto inizio, il Memoriale ha offerto riparo e asilo ad oltre seimila profughi – uomini, donne, bambini – provenienti da Eritrea, Siria, Sudan e altri 23 Paesi, mettendo a loro disposizione brandine fornite dalla Protezione Civile, pasti caldi e servizi igienici, oltre all’aiuto dei volontari della Comunità di Sant’Egidio. Quest’ultima è la responsabile della gestione operativa dell’accoglienza, come ricorda il vicepresidente della Fondazione del Memoriale Roberto Jarach, che a moked.it sottolinea come “quest’anno la decisione di aprire ai profughi è stata particolarmente complicata. È un’operazione logisticamente delicata, possibile per il momento perché mettiamo a disposizione un’aerea non utilizzata. Ovviamente, non c’è nessun cambio di scopo rispetto alle finalità del Memoriale”. Che anzi nella sua opera di didattica della Memoria continua a raccogliere risultati come dimostra l’aumento progressivo, di anno in anno, dei visitatori e delle iniziative e conferenze organizzate all’interno della struttura. Tra queste, in passato una era stata dedicata proprio al tema dell’indifferenza: “Il peccato dell’indifferenza – L’Europa e i perseguitati di oggi e di ieri”, il titolo della conferenza in cui era intervenuta tra gli altri Liliana Segre, spiegando che “Oggi non è come allora –riferendosi alla tragedia dei profughi che sbarcano sulle nostre coste, in fuga dai paesi natii, da guerre e persecuzioni – Almeno se ne parla, i governi ne discutono, non sanno come agire ma almeno ne parlano”. La Testimone aveva rievocato poi un parallelismo da molti taciuto: il ripresentarsi di persone che lucrano sulla sofferenza altrui. Allora erano i passatori, con cui Segre ebbe diretto contatto (la sua famiglia cercò di scappare in Svizzera pagando una persona per oltrepassare il confine e cercare riparo dalle persecuzioni, venendo però bloccata dall’insensibile rigidità di un soldato svizzero), che sfruttavano le vittime in cambio di denaro e promettendo la salvezza, oggi sono gli scafisti, che agiscono secondo le stesse modalità. “Oggi si parla degli scafisti della Libia – sottolineava Segre – ma anche io li ho conosciuti, sotto un altro stile di vita, o di morte se preferite, ed erano italiani, quegli italiani brava gente”.
Rispetto all’impegno per l’accoglienza al Memoriale, anche l’ebraismo milanese ha dato il suo contributo in passato, raccogliendo in collaborazione con i volontari dei City Angels indumenti per i profughi. “Un’operazione ampiamente condivisa in Comunità – sottolinea oggi Milo Hasbani, presidente assieme a Raffaele Besso della Comunità ebraica di Milano – C’è una sensibilità molto ebraica rispetto al tema dei migranti e l’aiuto è nel nostro dna. Molti di noi sono scappati da Libia, Egitto, Siria, Libano”.
Daniel Reichel
 








La Fondazione Memoriale della Shoah è un luogo che va innanzitutto visitato e conosciuto (soprattutto se se ne vogliono criticare le politiche meritorie di accoglienza). Vi collaborano e ci lavorano a vario titolo decine di persone e sta diventando un importante punto di riferimento della realtà milanese. Al suo ingresso domina una parola in lettere giganti che è espressione etica estrema: INDIFFERENZA. Durante l’anno, sono a decine di migliaia gli studenti che visitano quel luogo, e quel concetto, indifferenza, viene indicato come la radice che è stata alla base, che ha permesso che avvenissero le deportazioni e la Shoah. È un’espressione etica generale, che si estende a molte altre situazioni in cui nel passato come nel presente popolazioni civili hanno dovuto subire oppressione, deportazioni, massacri di fronte agli occhi indifferenti di una varia umanità fatta di spettatori muti. Al contrario di quanti in questi giorni hanno voluto attaccare il Memoriale per la sua iniziativa umanitaria che ormai è giunta al terzo anno, non c’è alcuna ideologizzazione nell’ospitare per la notte dei profughi di passaggio e senza un tetto in uno spazio culturale dedicato all’esaltazione dell’etica a fronte del buco nero delle deportazioni e della Shoah. Si tratta solo di civiltà, e non è un’operazione né di destra né di sinistra. Travolgere con polemiche estreme, tentando di arruolare in ipotetiche operazioni “di destra” o di “sinistra”, un’operazione umanitaria limitata ma dall’altissimo valore simbolico non fa onore all’intelligenza e banalizza una delle (per fortuna) molte esperienze di indiscutibile valore umanitario e morale di cui il nostro paese è ancora capace. Farlo poi accusando di “strumentalizzazione” le principali istituzioni ebraiche impegnate da decenni in un intenso lavoro di ricerca, ricostruzione e divulgazione della Memoria della Shoah, significa non conoscere in nulla l’argomento di cui ci si vuole impadronire per portare avanti una polemica che con ogni evidenza ha altri obiettivi. Liberi tutti di criticare le politiche dell’immigrazione e di suggerire alternative, ma non si infanghi un’iniziativa umanitaria di grandissimo valore, che identifica proprio negli spazi in cui si fa memoria della Shoah il luogo adatto per portare a riflettere sul valore universale della lotta all’indifferenza.
Gadi Luzzatto Voghera, direttore Fondazione CDEC
(11 agosto 2017)
 



La Fondazione Memoriale della Shoah è un luogo che va innanzitutto visitato e conosciuto (soprattutto se se ne vogliono criticare le politiche meritorie di accoglienza). Vi collaborano e ci lavorano a vario titolo decine di persone e sta…
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Memoriale: l'accoglienza ai migranti, contro l'indifferenza - Mosaico


All’ingresso del Memoriale della Shoah di Milano campeggia la parola Indifferenza. Liliana Segre, sopravvissuta e testimone della Shoah, l’ha scelta perché è proprio l’indifferenza della maggioranza silenziosa ad aver permesso che accadesse, nel cuore dell’Europa, lo sterminio.
“Tre anni fa, – dice oggi Liliana Segre –  in un momento molto difficile per Milano, è stato chiesto al Memoriale della Shoah di Milano se poteva ospitare alcuni migranti, soprattutto donne e bambini, in condizioni disperate. Come fa un luogo che ha stampata a lettere cubitali all’ingresso la parola ‘Indifferenza’, a dire di no, a dire non ospito nessuno? La leva che ci ha fatto muovere, purtroppo dai più molto poco sentita, è l’obbligo a non rimanere indifferenti”.
Ma perché, a tre anni di distanza, si torna a parlare di questa iniziativa voluta dalla Fondazione Memoriale, Comunità di Sant’Egidio e Comunità ebraica di Milano, che vede uniti nell’assistenza ai migranti volontari ebrei, cristiani e musulmani?
Perché il giornalista de Il Foglio Giulio Meotti, una persona che si è sempre schierata a fianco di Israele e degli ebrei nella lotta all’antisemitismo, che ha scritto, tra l’altro, un libro sull’assassinio di Ilan Halimi in Francia, assassinio dove si condensarono le responsabilità di chi non volle vedere e capire, di chi fu indifferente al grido della comunità ebraica, Giulio Meotti dunque ha scritto un post in cui invitava la Comunità ebraica a dissociarsi dall’accoglienza ai migranti negli spazi del Memoriale, perché questa accoglienza, in quel luogo, produrebbe ipso facto un parallelismo tra migranti stessi e deportati ebrei, “banalizzando” la Shoah. “Pessima la decisione della comunità ebraica di Milano e del Memoriale della Shoah di aderire alla campagna umanitarista sui migranti, – ha scritto Meotti in un post su Facebook il 6 agosto – con impliciti paragoni fra la Shoah e le carrette del mare. La stampa vive di queste storie, con titoli edificanti sui ‘migranti al binario 21’. È due anni, che da Emma Bonino ai ministri svedesi, ci propongono il paragone fra ebrei nella Shoah e migranti nel Mediterraneo, fino a Papa Francesco che paragona i centri per migranti ai campi di concentramento. Si poteva usare il Binario 21 di Milano per manifestazioni a favore dei cristiani perseguitati, delle yazide stuprate, di tante minoranze oppresse dagli stessi nemici del popolo ebraico, le vere vittime della destabilizzazione in corso, non certo i migranti accuditi e protetti. Quello era onorare la memoria della Shoah“.
Sul tema è intervenuto il co-presidente della Comunità ebraica di Milano Milo Hasbani che ha detto: “L’accoglienza al Memoriale è un’operazione ampiamente condivisa in Comunità. C’è una sensibilità molto ebraica rispetto al tema dei migranti e l’aiuto è nel nostro dna. Molti di noi sono scappati da Libia, Egitto, Siria, Libano”.
Il post di Meotti ha suscitato e sta ancora generando polemiche che in alcuni casi hanno travalicato il limite del civile scambio di idee.
Chi in questo limite è restato in pieno è stato, in questi giorni, Andrea Jarach, presidente del Keren Hayesod ma soprattutto una persona che nel Memoriale ha creduto fin dall’inizio e nel quale si è impegnato.
“Devo ringraziare Giulio Meotti – scrive Jarach – perché la polemica nata dopo il post in cui invitava la comunità ebraica a dissociarsi dalla scelta di ospitare alcuni profughi per la notte nel periodo di chiusura del Memoriale ha dato rilievo alla importanza di questo luogo. E aperto un dibattito che aiuterà tanti a meditare sul vero ruolo della Memoria. Un luogo che, a parere di chi ha lavorato al progetto sotto lo stimolo dei testimoni sopravvissuti, deve essere di vivo laboratorio di solidarietà umana (contrapposta all’indifferenza).
Di certo il dibattito è sentito. L’importante è che il ruolo del Memoriale si dimostri così vitale per la formazione delle coscienze. Per tutti parla la lettera di Viola Turone, studentessa della III media (superiore di I grado) della Scuola della Comunità Ebraica scritta dopo avere ascoltato la testimonianza di Liliana Segre.
“La cosa che mi ha colpito di più della sua storia è stato quando ha parlato dell’indifferenza che il mondo aveva mostrato nei confronti di quello che stava accadendo. Di come i suoi compagni non si fossero accorti che lei non veniva più a scuola. Di come l’unico gesto di pietà che le sia stato mostrato in tutto quel periodo fu il saluto dei prigionieri, criminali del carcere di San Vittore, mentre 600 persone innocenti, tra cui lei, camminavano verso i camion che li avrebbero portati ad Auschwitz. Quello che più di tutto mi è rimasto della storia della signora Segre oggi, è che l’indifferenza è la più grande causa di ciò che è accaduto”.
Nessun paragone, dunque, tra deportazione e migrazione, tra la Shoah e le guerre che spingono migliaia di persone a lasciare la propria terra; ma un impegno che travalica i decenni: non restare indifferenti alla sofferenza dell’Umanità.
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Per carita', chi vuole sostenere le idee di Meotti (quello del libello "Ebrei contro Israele") e' libero di farlo, ma non puo' impedire che lo si critichi. Io ho rispetto per i cattolici ed evangelici per Israele (come Giulio Meotti e Niram Ferretti) ma non possono pretendere che tutti gli ebrei si allineino con le loro pulsioni di destra.
Che diamine. In Israele non c'e' solo la destra di Netanyahu e i coloni di Bennett. Gli amici cattolici dovrebbero cominciare a digerire questo fatto incontrovertibile senza dare ridicole lezioni a chi non la pensa come loro, distribuendo abusivamente patenti di vero ebreo a chi sostiene le loro idee, Io non mi occupo del catalogo dei veri cristiani sulla base della loro vicinanza o meno alle mie idee religiose e politiche.
Pubblicare le foto di soldati in preghiera o in azione con il mitra circondati da bandiere di Israele svolazzanti, magari sullo sfondo di divisioni corazzate, non e' sufficiente. E' solo patetico. Non mi verrebbe mai in mente di pubblicare le foto di chierichetti in processione. Sarebbe di pessimo gusto.





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